“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Sabato, 30 Dicembre 2017 00:00

Numero civico (prima parte)

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Nel luogo in cui la salita raggiungeva la sua massima ripidità il traffico si era disperso e la folla di gente che si muoveva, forsennata, in tutte le direzioni, scendendo verso la piazza, o salendo alla volta del quartiere residenziale, si diradava fino a ridursi a pochissimi esemplari di persone, tutte assai diverse fra loro. Sulla mia destra una strada curvava sino a scomparire, su di un lato, dietro una possente ed alta parete di arginamento, costruita in pietra vulcanica. Duecentonovantanove, quella era ancora la mia destinazione e non avevo nessuna intenzione di farmene distogliere. È successo qualche anno fa, quando i cellulari non erano ancora abbastanza “intelligenti” da invadere il campo dei navigatori satellitari. Ero solo con i miei dubbi e cominciai a pensare di essermi perso nei meandri contorti di quelle strade e stradine, in una zona della città che non mi era affatto familiare. Mi ero riavvicinato a quel punto per la terza volta. Fu quello il momento in cui cominciai a spazientirmi. Ripetei i gesti che si erano già avvicendati in quel pomeriggio che era di certo freddo, ma comunque non tanto da risparmiarmi di sudare leggermente, mentre avvertivo sulla superficie della pelle, specie nei punti in cui il cappotto stringeva di più, una fastidiosa sensazione di calore.

Avevo chiesto informazioni già a due passanti ma la loro spiegazione era stata in entrambi i casi fuorviante, la stradina nessuno la conosceva ed io non avevo capito affatto dove si trovasse quel maledetto portone, quello che si sarebbe spalancato forse ormai solo in un lontano miraggio. Nell’immagine che mi si andava formando nella mente distinguevo il numero duecentonovantanove campeggiare orgogliosamente sul lato destro della colonnina adiacente al cardine del vecchio ingresso in legno, usurato e cigolante. “Ah ah ah!” si udiva provenire dal bar accanto all’omonimo negozio di vestiti, all’angolo precedente la traversa che svoltava sulla destra, scomparendo poi nella curva dietro all’alto muro in pietra. Ed un tintinnio di tazzine da caffè, anche. Cosa fare? Avrei potuto ritirarmi, sconfitto, nel bar all’angolo e prendermi un caffè. Mentre pregustavo questa banale e liberatoria occasione passavo la mano sui radi ma soffici capelli bianchi, tenendo sospeso il berretto su due dita. Non appena ci rinfilai la testa dentro subito quella stupida idea di lasciar perdere era fuggita via, avrei trovato il modo di raggiungere quel nuovo studio medico, per quanto la ricerca si stesse rivelando inaspettatamente snervante. Pur non avendo alcun appuntamento, non stavo facendo altro che seguire le istruzioni di un volantino in cui mi ero per caso imbattuto nell’angolo del foyer al Teatro Bellini la sera prima, proprio non vedevo perché non avrei potuto raggiungere quel nuovo studio, trovandomi a dover passare proprio vicino a quella zona. Se non fossero state staccate tutte le striscioline di carta sottostanti l’annuncio forse le cose sarebbero state molto più semplici. Eppure potevano prendersi la briga di inserire il numero di telefono anche nel corpo del testo del messaggio. Invece c’era solo l’indirizzo, accidenti a loro. Mi dissi basta, ormai era diventata una questione di principio. “Rimettiamoci in moto” mormorai tra me e me, poi, guardandomi attorno, fui contento che nessuno mi avesse sentito e giudicato un tipo stravagante. Mi voltai ed attraversai ancora la strada, trovandomi nell’angolo opposto a quello del bar e constatando, ancora una volta, che nulla era cambiato, perché naturalmente niente poteva cambiare. I numeri non si scambiano di posto né se ne aggiungono, se prima non c’erano. Questo era lo strano caso del numero duecentonovantanove. Anche se non c’era alcun senso in quello che stavo facendo, avanzai di qualche passo in salita. La fastidiosa sensazione di calore si rinnovava. Quindi, dopo non molto tempo, mi voltai e ridiscesi verso lo spigolo dell’ultimo palazzo ad angolo. Duecentoottantanove, duecentonovanta... ecco il duecentonovantuno, duecentonovantadue e duecentonovantatré. Il novantatré era un “tipo” strano. Quell’antico portone con le decorazioni in ferro battuto sembrava guardarti come un gigante sonnacchioso. Un tizio alto che per camminare faceva oscillare lentamente le gambe magrissime come se fossero le zampe di una giraffa, entrò passando dall’anta aperta del portale. Come vede io ho una buona memoria. Non dico di avere un livello di cultura inarrivabile, ma alla mia età credo di cavarmela ancora bene con la memoria. Anche con la tecnologia.
Da molti anni possiedo questo cellulare che mi regalarono i miei nipoti e lo uso bene e poi... ma sto divagando. Non credo che a lei interessino queste cose. A lei interessa solo la mia storiella. Ma non è solo una storiella, come le ho già detto. Ad ogni modo quel tizio entrò in quel bell’androne e parlò con un portiere dalla pancia enorme, che si ripiegava sull’orlo dei pantaloni. Non doveva essere molto anziano ma di sicuro, con quella pancia così, aveva i suoi problemi di salute. Come fanno a ridursi a quel modo certe persone? Che ci vogliamo fare. Il portiere lo salutò in maniera poco raffinata e molto lecchina, “Buonasera dottor Cimiello” disse all’uomo rivolgendogli un sorriso forzato che, a mio avviso, aveva qualcosa di molto beffardo. Poi il portone si richiuse e non vidi più nulla. Allora andai avanti; duecentonovantaquattro e novantacinque erano due portoncini più piccoli e pressoché adiacenti. Si somigliavano, anche. Non mi interessarono molto.
Quand’ero avvocato sfruttavo sempre al massimo quella che ritengo essere una delle mie più nobili qualità: la curiosità. Ancora adesso sono curioso come da bambino e poi da giovane studente. Confesso che la curiosità che mi ha accompagnato durante tutta la mia discreta carriera, facendomi arrivare alle giuste conclusioni riguardo le persone che mi trovavo davanti, i miei clienti ed i miei avversari in aula, quella, per intenderci, che mi faceva osservare nel modo più scrupoloso ed efficiente i diversi tipi umani, è sempre stata in bilico sul limite della più spregiudicata attitudine all’invadenza. Posso ammettere tranquillamente che sono un vero ficcanaso, questo non mi crea problemi. Ma se non lo fossi lei capisce che non potrei mai riportare tutti i dettagli che andranno a dare un quadro esaustivo e particolareggiato della storia che sono venuto fin qui a narrarle. Allora, stavo dicendo, si sono susseguiti tutti questi portoni a me totalmente privi di utilità. Duecentonovantotto era anch’esso un portone in legno, ma più scuro degli altri e senza particolari segni distintivi, se vogliamo escludere la piccola figura di un omino stilizzato, di profilo, inciso nell’area attorno al buco della serratura. Per proseguire il mio cammino alla ricerca dell’occultato numero, dovetti attraversare la strada. Nessuna sorpresa ebbi nel prendere atto, una volta di più, che il numero successivo, ovvero quello corrispondente al bar all’angolo opposto della strada, era il trecento. Nel corso di quel pomeriggio mi ero sentito inizialmente abbattuto, adesso cominciavo a fremere e ad agitarmi per quel senso di frustrazione che mi dava il non riuscire a portare a termine quella che avrebbe dovuto essere solo una banale ricerca, e che si stava ora trasformando in un’insensata corsa verso qualcosa di non ben definito.
Possibile che quel numero non esistesse? No, non era possibile. Infatti di lì a poco lo avrei trovato... sa, mi sorprende molto vederla ancora così attento. È un piacere constatare che il mio interlocutore non si sta annoiando. La storia dura ancora un po’ ma, deve credermi, la sua sincera ammirazione per i pensieri e le memorie altrui verrà largamente ricompensata dal finale di tutta questa faccenda. È da non credere! Non pretenderà che la versione originale corrisponda a quella che le hanno fornito i miei detrattori? Le assicuro che non c’è niente di più lontano da quella relazione alterata e a dir poco edulcorata, quando non del tutto errata, che la gente qui fuori le ha fornito. Per proprio interesse ed a mio chiaro svantaggio, si intende. Dove eravamo rimasti? Allora, finalmente ero nella sala d’aspetto, una gentile signorina mi aveva aperto la porta e mi ero potuto accomodare, dopo ore di angoscia potevo finalmente godere del meritato riposo.
Come dice? Ah, certo... non ci eravamo ancora arrivati. E beh, a volte può succedere. Allora, mi perdoni, credo che fossimo quasi giunti al punto. Le stavo raccontando di come infine riuscii ad agguantare l’inferriata del cancello del maledetto duecentonovantanove. È tutto un programma. Le dicevo che mi ero già dato precedentemente, in quella stessa giornata, all’esplorazione della strada delimitata da quell’alta parete. Mi addentrai di nuovo in uno dei vicoletti serpeggianti sul lato opposto alla “grande  muraglia”, stavolta meno silenziosi. Mi feci strada fra motorini sfreccianti ed invitanti odori di ottime fritture, belle sode e poco untuose, quelle che gli abitanti dei primi piani stavano probabilmente preparando in vista della cena. Si perché intanto si era fatta una certa ora e fuori già incombevano le misteriose tenebre cittadine. Ma del numero ancora nessuna traccia. Le lucette si accendevano qui e lì, piccole e maliziose con il loro carico di umide scintilline rossastre o gialle, che scendevano a pioggia intorno alle lampade. Mi venne alla mente quel dipinto di Balla, ebbi modo di vederlo tantissimi anni fa durante una mostra all’estero. Pensi un po’, dovetti andare all’estero per ammirarlo. Mi piaceva molto, anche altre cose mi piacciono tanto, ho avuto la fortuna di visitare diversi musei nel corso della mia breve carriera nelle case d’asta. Non so se gliene avevo già parlato.
Non si preoccupi, anche questa divagazione può dirsi conclusa, ora. Insomma mi appropinquai verso il suddetto bar, poiché in un attimo mi ero reso conto che avevo chiesto informazioni ad un sacco di passanti ma, stupidamente direi, non a quel barista che lavorava proprio nei pressi della zona in cui doveva situarsi questo introvabile studio medico. Mi feci spavaldo e non senza una punta di trionfante speranza, varcai la soglia dell’esercizio.
Mi perdoni se mi dilungo adesso in questa corposa serie di dettagli, ma rendere l’atmosfera di un luogo, o almeno far assaggiare una goccia dell’odore che ne pervade l’aria è molto importante, per un ex professionista appassionato di letteratura come me. Lei è un dottore, un giorno dovrebbe salire su da me per visionare la mia nutrita biblioteca. Dispongo di numerosi antichi volumi, ne ho molti persino sulle scienze mediche. Ne sarebbe entusiasmato, glielo garantisco! Si consideri invitato. Intanto le dirò che quando entrai in quel bar la prima cosa che notai e che mi fece voltare all’istante, fu la risata alquanto sghignazzante, ma piuttosto simpatica, di un avventrice seduta ad un tavolino che era molto vicino alla porta. Una donna dalla faccia carina, nonostante fosse segnata da evidenti rughe d’espressione. Chissà di cosa rideva. Fossi un tipo permaloso mi sarei soffermato un istante in più a guardarla. La dama aveva spalancato le fauci in quelle sue sfarzose risa proprio in concomitanza del mio passaggio. Per fortuna sono un tipo discreto e realista, di sicuro quell’attacco d’ilarità non era scoppiato allo scopo di ridermi alle spalle. Ah, anche lei lo crede? Ha ragione di certo. Sa, quel bar era molto affollato la sera del fatto, sarà perché fuori faceva parecchio freddo, gli aloni d’umidità attorno alle luci lo testimoniavano.
Mi avvicinai al bancone. Il barista, indaffarato nel lavare qualche bicchiere, mi rivolse un fugace e rispettoso sguardo, di quelli che solitamente si rivolgono a persone della mia età. Anche gli altri erano occupati. Non appena riebbi la sua attenzione mi accinsi a rivolgergli quella che era stata la domanda più in voga della mia stramba giornata.
“Mi scusi, giovanotto...”
“Prego, mi dica”
“Sa per caso dove si trova il numero duecentonovantanove? Se glielo dico non ci crede... son qui che lo cerco da tutto un pomeriggio, mi dia una mano, per piacere”
Ed il giovanotto (educato per davvero!) mi diede una pronta risposta, che dopo si sarebbe rivelata molto utile. Quel bar è tutto un luccichio. Non male, però. Ricco di elementi moderni ma anche di quei classici ghirigori da bar, con quel suo bancone luccicante, le staffette per separare la fila placcate in oro. Molto grande e con delle tovagliette rosse ben pulite e stirate su ognuno dei numerosi tavolini rotondi. Tutto funzionale ad una presentazione di lusso che mi fa pensare ad un bar già presente da svariate decine di anni, ma ben restaurato e senza quel tracotante miscuglio di oggetti pacchiani, come spesso accade. Il proprietario deve tenerci molto. La diffusa isola ricurva appesa al soffitto tramite rigide catenelle, pende anche lì sulla testa di giovani ed eleganti servitori, colma di un’infinità di luccicanti ed elaborate bottiglie di liquori d’ogni genere. La parata di vitree signore più o meno panciute ed agghindate, alcune delle quali dal maestoso e lunghissimo collo, proseguiva anche nel mobile a specchio alle spalle dei lavoratori, tant’è che mi sarei aspettato di vedere, di punto in bianco, quella figura femminile che si sporge malinconicamente verso l’avventore, nel riflesso della sua schiena catturato da quel mobile alle loro spalle; la giovane donna immersa nel brillio di vetri e superfici specchianti in un caffè impressionista. In ogni caso il giovanotto mi disse:
“Dunque, mi faccia pensare. Ah si, si! Allora deve fare qualche decina di metri più avanti sulla sinistra”
Ora che ci penso, per dirmi questo mi aveva invitato ad uscire all’esterno, perché secondo lui era molto più semplice mostrare la via che spiegare astrattamente dove si sarebbe dovuti svoltare per trovare quell’orami proverbiale civico duecentonovantanove. Dopo che il ragazzo dai folti capelli ricciolini si fosse assicurato che il collega, un certo Luca, coprisse per qualche istante la sua assenza, ci aveva fatti sporgere dall’angolo verso la strada delimitata dal muro e mi aveva indicato, tendendo il robusto braccio ed il dito, il punto in cui avrei dovuto entrare. Mi disse che si trattava di una scorciatoia. Finalmente il quadro cominciò a sembrarmi più chiaro e mi fu lampante che i passanti a cui avevo chiesto precedentemente non avevano capito affatto dove fosse quel civico, si erano solo provati in assurde speculazioni. Il giovanotto del bar mi fece notare che la collinetta terrazzata a più piani di mura in mattoni giallo-rossastri, ben celata dalla vegetazione, quella per capirci che sovrastava il suo locale, era proprio il luogo in cui avrei trovato la strada per lo studio tanto agognato.
Mi assicurò che non avrei nemmeno dovuto camminare più di tanto, dovevo solo svoltare un paio di curve della stradina in salita, nascosta alla vista, dal basso, a causa di un filare di alberelli. La scorciatoia che mi stava spiegando mi avrebbe così persino risparmiato un altro paio di curve iniziali, per quanto la via, seguitò a rassicurarmi, non fosse troppo ripida. Gli strinsi la mano in preda all’euforia e lo ringraziai moltissimo. “Si figuri, non c’è di che!” si limitò a rispondere il ragazzo sorridente ed esperto di scorciatoie e se ne tornò di corsa per riprendere il suo posto dietro il bancone. Mi accinsi a camminare lungo il percorso che mi era stato indicato, di fretta e con un nuovo barlume di speranza nel cuore. Potrà sembrarle esagerata come reazione, ma in quel momento mi sentivo davvero sollevato, felice! Passai il portoncino verde che secondo il ragazzo doveva preludere all’apertura da cui si apriva il vicoletto in salita. Da lì avrei dovuto fare una sola piccola rampa di scale posta all’angolo di una piazzetta cieca in cui il vicolo, voltando a destra, si concludeva. Proprio quella scala mi avrebbe permesso di tagliare ad un angolo di quel muretto che cingeva la stradina per giungere a quello che immaginavo essere uno dei condomini costruiti ai confini più estremi di uno degli angoli più solitari e misteriosi della città o forse del mondo intero.
Trovai lo stretto accesso al vicolo, proprio quello davanti a cui ero già passato più di un volta nel corso di quel pomeriggio. Salii in quella zona sconosciuta, forte delle parole tanto sicure dello spigliato ragazzo. Continuavo ad essere così contento che mi accorsi di aver saltato il caffè solo quando ero già all’imbocco di quell’amena piazzetta recintata da basse palazzine. Le abitazioni erano decorate da lievi paraste in piperno e portoni antichi enormemente sproporzionati rispetto alla ridotta ampiezza del luogo su cui si affacciavano. Se non mi fosse passato di mente, una tazzina avrei potuto berla al bar in cui avevo conosciuto il salvatore della mia serata, per lasciargli così anche la mancia. Ma sarebbe stato per un’altra volta. Salii le scale ritrovandomi presto alla curva che si arrampicava sulla piccola collina. Non c’era un’anima. Solo un signore di mezza età passò sul motorino scendendo lungo la via. “Benissimo!” dissi tra me e me: “Se la strada termina con il condominio di cui il ragazzo mi ha parlato allora questo signore starà scendendo proprio da lì”. Il che rappresentava una prova dell’esistenza di quell’edificio in cui avrei infine trovato lo studio. Proprio quello studio lì, quello di cui un piccolo, solitario volantino, mi aveva da poco messo al corrente.
La strada appariva dinanzi ai miei occhi, poco illuminata ma ben tenuta. C’era uno strettissimo marciapiede a ridosso della parte interna della curva, sotto alle mura che sostenevano la parte più alta della collina. Decisi tuttavia di continuare a camminare dal lato esterno, accanto alla ringhiera.



(continua...)

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