“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Martedì, 11 Marzo 2014 00:00

Sole

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Il fumo s’agita nel vento caldo, massa densa premuta dalla polvere, dilatata in macchie infauste. Il Cielo non vuole questo olocausto, il Cielo è inclemente e ci fa tossire sui nostri stessi incensi, che ci tornano in volto mischiati alla polvere. Il Lume divino è oggi forte e grande: l’ira lo gonfia e lo allarga e noi non ne guardiamo i confini, per timore del fuoco nei nostri occhi.

A capo chino stiamo attorno al rogo acceso per imitare il Sole. Un bianco opaco sommerge la terra e l’argilla delle case. Le uniche forme sono le ombre gonfiate e spaccate dal peso dell’Azzurro. Battiamo sui tamburi mentre sfilano le prede. Chiudiamo gli occhi e rilassiamo le mani, ora flessibili come flagelli. Chiediamo pietà agli Uomini del Cielo, in cambio del nostro dolore. Gli ultimi maschi giovani poggiano i bastoni accanto al fuoco: i pochi corpi già guasti dal caldo pendono dalle loro armi, luccicano e sembrano già bruciare, già svanire senza aver nutrito nemmeno i bambini della tribù.
Le donne fissano quella miseria. Il loro sguardo stordito scende verso il basso, a contemplare i grembi magri e le gambe incrociate. Qualcuna stringe a sé il figlio, qualcun’altra fa per scuotere il compagno in cerca di spiegazioni. Gli Anziani, al centro, alzano le ceramiche per le libagioni rituali. Le loro braccia stanche supplicano il Sole, tendono una domanda disperata. Silenzio. Con segni e con poche parole l’Anziano maggiore ringrazia il Cielo, trattenendo un’imprecazione fra i denti. Indica poi i capoclan e comanda di dividere le scarse razioni in parti uguali. Prima i cacciatori e i bambini, dice. Noi acconsentiamo, perché il Cielo ci ha tolto anche il raccolto. Demoni sono giunti nella notte, ringhiando: hanno preso le nostre messi e i nostri uomini.
Iniziamo a mangiare. Con coltelli di pietra stacchiamo pezzi dall’arrosto, li passiamo e li addentiamo. Mastichiamo, ringhiamo, borbottiamo. A volte esultiamo, toccandoci la pancia. La caccia della settimana è quasi già finita. Patiremo la fame. Ma ora i demoni del ventre sono quieti, i petti si rilassano e le braccia si stendono. Il nostro sguardo evita il Lume del Cielo, ancora feroce.  Si sofferma, però, sulla causa della sua rabbia. È lì, steso nella polvere, non più con noi a causa del suo delitto. Il suo volto è rivolto al Sommo, gli occhi tenaci e pieni di fuoco guardano l’Azzurro. Le sue membra tremano per le percosse, il sangue gli sporca la faccia. La sua voce lamentosa giunge fino a noi. Fame, dice. È lì, sul terreno arido, poco discorso da noi: il Sacrilego.
Il suo tremito continua, allargandosi alle braccia tese verso l’alto. Urla, urla con voce roca: chiama il Sole. Qualcuno ride. Altri gli lanciano maledizioni. I cacciatori agitano persino le lance, per bloccarsi poi ad un cenno dell’Anziano. Ma questo, tutto questo, è colpa sua. Le piogge non vogliono toccarlo, ma il fuoco del Cielo lo lambisce... ci lambisce! Ci sfiora, poi ci schiaccia: tutti noi, che siamo la gente del Sacrilego. Questo marchio nefasto ci sfibra e ci toglie le prede, ci rende sterili e alza la polvere della terra nell’aria che fa tossire. Il nostro banchetto è lontano dal Cielo, e oggi siamo sotto di esso solo per obbligo: il nostro sguardo cammina sulla terra e ritorna a Lui, che non possiamo uccidere per decreto dell’Anziano. Non altro sangue! Non con delitti calmeremo il Sole... ma ora, almeno, non siamo più la sua gente.
O Sacrilego, gran cacciatore, abbiamo perduto le tue braccia forti. L’esilio è la tua espiazione, la perdita della vita in modo non violento, lento com’è lenta la morte a cui tu ci hai condannati. O Sacrilego, perché guardi il Sacro Sole? Il tuo sguardo si fissa nella divinità, si perde nel suo mare luminoso. Senti il viso rovente, ma il fuoco si allontana dai tuoi occhi: ora tutto è bianco, tutto attorno a te è privo di forma e tu continui a guardare, perché il Cielo ti parla. Davanti a te la tribù non è più nulla, come le case d’argilla e la cacciagione: senti Dio ovunque attorno a te, sulla fronte e sulla schiena, né più sai dove sei e dov’è l’orizzonte che divide Cielo e terra. È giorno ma è anche notte, è caldo ma è anche freddo: perché ora tutto è compreso tra te e il Sommo. Siamo due, pensi, perché te lo dice la divinità: io, essa dice, sono il Sole, e tu sei il Sacrilego che ha violato i miei comandi, condannando la tua gente... ma ora sei tu, o Sacrilego, solo di fronte a me. E tu cosa fai, o Escluso, di fronte ad un messaggio tanto terribile? Sorridi, e la bocca si allarga sempre più: scoppi in una gran risata e allo stesso tempo in un pianto dirotto. Ti alzi, scattando con impeto nuovo. Le tue lacrime si mischiano al sangue delle ferite sul volto mentre gonfi il petto, prendi fiato e urli: "IO! SÌ, SONO IO!".
Rimaniamo zitti. Tu ti volti e corri via, nel tuo vestito di lana grezza. La luce del Sole splende su di te, confondendo nella lontananza i tratti della tua figura. Nel silenzio, sentiamo l’Anziano che mormora: fra i denti trattiene un’altra imprecazione.

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