"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Sabato, 01 Febbraio 2014 00:00

Caterina ha le scarpe nuove

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Caterina ha le scarpe nuove.
Quando le ha provate al negozio, avvolta da un fascio di luce fulgido come la grazia divina in un’opera di Caravaggio e abbagliante nemmeno fosse Heidi Klum alla settimana della moda di Milano, la commessa l’ha guardata, si è fermata, ha posato le scatole che aveva appena prelevato dal magazzino e ha detto: – Ogni tanto bisogna fare una pazzia –. È rimasta a guardarla per qualche secondo, fissando la sua espressione interrogativa dallo specchio di fronte.

Poi ha incrociato le braccia davanti al petto e le ha sorriso: due gesti contraddittori, Caterina non sapeva a quale credere dei due. O forse, ha pensato, provare pietà per qualcuno non esclude la paura del contagio.
Caterina ha distolto gli occhi dalla contemplazione delle proprie appendici e ha fissato, come la commessa, la propria immagine allo specchio. Avrebbe voluto capire quale dettaglio anatomico la tradisse.
E non capiva.
I capelli, sì, erano un po’ spettinati, ma pioveva e tirava vento.
Gli occhi saranno stati anche un po’ appesantiti, ma era sveglia da più di dodici ore, che pretendeva quella ragazza?
Tutto normale, insomma, Caterina non scorge nulla di strano. Dà un’altra occhiata alla punta delle scarpe e si gira verso la commessa.
– Vanno bene.
Appena varcata la soglia del negozio con il sacchetto sotto braccio, a Caterina è tornato in mente quel vestito nero comprato un paio di mesi fa, quel tubino con il merletto che sembra una guaina – ogni modello avrebbe un nome ma Caterina non ne conosce nemmeno uno, la moda cambia veloce e lei non vede la necessità di vestirsi esattamente come un gruppo di uomini ha ritenuto opportuno che tutte le donne del mondo debbano fare – e ha pensato che non l’ha mai indossato. Subito realizza che ha fatto benissimo a comprare quelle scarpe: terranno compagnia al vestito nell’armadio, sarebbero perfettamente abbinati, saranno perfettamente inutili, eccessivi per ogni occasione che le verrà in mente nei prossimi cinquant’anni.
A ben pensarci, quel vestito è un po’ da mignotta. Non da escort, riflette Caterina, ma proprio da manovalanza a basso costo.

La prima volta che lo vide aveva pensato: “È bellissimo”; e subito dopo: “Non avrei mai il coraggio di metterlo”. Lo posò. Camminò verso i maglioni a collo alto senza troppa convinzione, tornò indietro, appurò che sì, era proprio bello, e che sì, ci sarebbe voluta una considerevole dose di coraggio per portarlo con nonchalance ma evitò opportunamente di chiedersi se avesse realmente, in una qualche parte di sé, la benché minima traccia del suddetto. Quel giorno era felice e si sentiva ottimista. Sorrideva come un’ebete narcotizzata dall’ossitocina.
La mattina dopo, aprendo l’armadio e rimirando il suo ultimo acquisto, aveva preso coscienza che nemmeno una spedizione punitiva ad Oz con tanto di cannoni d’assalto e fanti svizzeri avrebbe risolto il problema.
Poi, per libera associazione con i fanti, aveva immaginato le guardie svizzere minacciare volgarmente il mago di Oz coadiuvate nella prassi dalle scimmie volanti. E aveva richiuso l’anta sorridendo, sotto l’effetto di un placebo auto-indotto.

Appena fuori dal negozio di scarpe, però, Caterina non sorride affatto. Cammina velocemente sotto una pioggia leggera alzando a malapena gli occhi dall’asfalto, oltrepassa mezzo centro storico con le mani in tasca e arriva a casa con un qualcosa di spinoso o di peloso o di corrosivo che le occlude l’esofago. Non ha voglia di uscire ma deve, la convenzioni sociali glielo impongono con la stessa forza con la quale la legge le vieta di coltivare marijuana – ah! Cospargendosi di bagnoschiuma al muschio bianco, Caterina pensa che in quella sera disperata una canna ci starebbe davvero da Dio.
Davanti allo specchio a figura intera si guarda poco convinta. Si vede ingrassata, crede che la gonna le fasci troppo i fianchi, che la tonalità di nero dei collant non sia esattamente la stessa della maglia. E la cosa la urta non poco.
Preleva le scarpe dalla confezione, le guarda ancora una volta – come sembrano piccole – le indossa. Si avvicina barcollando come un tirannosaurus rex allo specchio, si sforza di mantenere le gambe dritte, le punte a ore dodici, la pancia in dentro e il petto modestamente in fuori – non troppo che poi l’ermeneutica maschile male interpreta – si ricorda di avere le ginocchia leggermente storte, tendenti verso l’interno, nota un nuovo brufolo sopra il sopracciglio destro e inizia ad avvertire un leggero ma persistente pulsare alla pianta dei piedi.
Si fissa le scarpe.
Maledette.
Non è ancora uscita di casa che già la uccidono.
Caterina rivolge un’ultima occhiata allo specchio sperando di trovare conforto ma vede soltanto un cetaceo arenato sulla terra ferma per errore di un dio sadico. Con qualcosa negli occhi a metà fra il disgusto e la rassegnazione osserva le proprie gambe piegarsi, il busto abbassarsi, le labbra assottigliarsi e poi volta la faccia perché non vuole più guardare.
Fissa le scarpe e le vede annacquate, pensa innanzitutto che i tacchi non sono altro che una risemantizzazione in chiave postmoderna dell’autoflagellazione medievale, un pensiero difficile da partorire in quel frangente esatto – con il sedere a mezz’aria e le mani sul pavimento – poi avverte una fitta in corrispondenza dello sterno e nota una strana connessione tra le scarpe col tacco e la tristezza e pensa – e questo è il secondo pensiero difficile vista la circostanza – che la sopracitata connessione palesa una più profonda tendenza all’auto-punizione camuffata grossolanamente da un tentativo di miglioramento.
Se potesse misurare la propria insoddisfazione non avrebbe dubbi: dieci centimetri, colore nero, senza plateau, con cinturino alla caviglia per evitare di perderne un po’ strada facendo.
Caterina ormai seduta per terra pensa che avere idee del genere mentre si sta piangendo non è indice di salute mentale. Si chiede, infine, ed è l’ultimo pensiero della giornata, se sia il caso di ripetersi mentalmente tutti i motivi per i quali si sta auto-punendo, rigorosamente in ordine alfabetico, per ordine crescente d’importanza, da quello di più antica costituzione o da quello che si è più recentemente scoperto.
Nonostante gli sforzi, però, gliene viene in mente solo uno.

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