“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Venerdì, 07 Febbraio 2014 00:00

Yuliy

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Quel giorno ero a casa di Yuliy. Non lo vedevamo più da mesi: non veniva a scuola, non giocava nel cortile del suo palazzo, non era in giro con la sua bicicletta da corsa, regalo del nonno, ex ciclista polacco. Quel giorno, però, avevo deciso di andare a trovarlo: potevo farlo, in qualità di suo migliore amico, e potevo permettermelo: avevo risparmiato per tutto il mese precedente quanto bastava per prendere il treno.
Il treno passava solo due volte al giorno e impiegava trenta minuti per percorrere quei cinque chilometri di binari che dividevano le nostre case. Dai finestrini si potevano vedere i comignoli dei caseggiati: molti erano in periferia. Distrutti. Più grigio del grigio fumo che usciva dalle bocche delle canne fumarie era il cielo.

La casa di Yuliy era nel quartiere più agiato della città (la mia, invece, si trovava in periferia). Quando bussai, venne ad aprirmi sua madre: ancora alta, bionda, bella. Le sue forme, i suoi fianchi, il suo viso erano più freschi della ragazze che frequentavo io nel mio quartiere. Era ancora una donna avvenente; ed era ricca. Non poté darmi troppa importanza: c’era gente a casa, un dottore. Per questo quando aprì mi accompagnò subito in una stanza dal soffitto altissimo, tutta in penombra, con un divano color smeraldo e i mobili di legno antico, per nulla tarmati a differenza di quelli che ero solito vedere a casa. C’era una credenza, ricordo, con le posate d’argento e, vicino, un tavolo. Proprio attorno a quel desco era il dottore, un professorone della capitale. Aveva fatto appositamente un viaggio di tre ore. Yuliy era nella camera attigua, a letto.
Sua madre e il medico parlavano tra loro quando entrai nella stanza:

– Ha passato la notte insonne.
– Cos’ha?
– Nulla.
– Come nulla? Ma lei è davvero un dottore?
– Certo che lo sono! Anzi, le ricordo che mi ha fatto prima questa domanda e che, per rassicurarla, le ho già mostrato il mio certificato di laurea.
– Si rimetterà presto?
– Signora, suo figlio per la scienza non ha nulla!
– Devo chiamare un altro medico. Me lo consiglia?
– No di certo. Ma per quale motivo, signora, dovrebbe consultare un collega? In fondo vuole solo che qualcuno confermi quanto lei stessa pensa, ossia che suo figlio sta male. E sono sicuro che se cercasse troverebbe anche chi le darebbe ragione. E le darebbero ragione non per avidità o per negligenza. No signora! Le darebbero ragione perché suo figlio ha tutti i sintomi di una malattia cronica.
– E allora perché non lo cura!?
– Perché non è malato! Ha solo deciso.
– Cosa ha deciso? Ha deciso di morire? Gliel’ha confessato? Ha parlato? E com’è possibile che abbia deciso di morire a quest’età!? Ha solo venticinque anni! Dottore…
– No, no signora: non ha deciso di morire. Ha deciso di essere morto.
– …
– Non mi capisce? Non le sembra normale? Eppure è questa la vita: essa non ha norma, non è vera, non è falsa; non è giusta né sbagliata. Né è utile a se stessa o dannosa. La vita è, la vita ha, e nulla le vieta di essere o avere alcunché!
– Ma, almeno, è felice?
– Né felice, né infelice. È ed ha vita, anche se adesso gli sembra morta.
– Ma allora è un santo? È forse un dio?
– Ha la faccia da santo, suo figlio?
– A me sembra ancora un bambino…
– E chi potrebbe conoscere un figlio meglio di sua madre!?
– Non è nemmeno un martire. Ma allora…

La madre di Yuliy non riuscì a completare la frase. Fra l’attacco e la sua conchiusione un altro suono si interpose: Yuliy.

– Mamma!
– Ha sentito!? – disse la madre rivolta al dottore – oh gioia! Parla, chiama. È vivo. Eccomi!

 

II

 

La stanza di Yuliy era ancora più scura della camera a fianco. In essa c’erano solo un grande armadio con i vestiti rievocanti ancora quella nobiltà che non aveva più ragion d’essere dopo l’ultima guerra, una poltrona della stessa stoffa del divano dell’anticamera accanto e due comodini. Al centro, adiacente alla parete di fronte alla porta, un letto. Sopra, Yuliy.

– Mamma… Che fai, piangi!?
– Sì!
– Perché?
– Sono felice. Tu sei vivo, bimbo mio!
– Sì, mamma. Ma sto morendo. E quanto è dolce questa morte. Non perché ebbi una brutta vita. È così dolce, la morte, perché solo ora è vita quella che sempre mi sfuggì dalle mani. Solo ora è mia e solo ora sento la sua infinita dolcezza, mamma. Ma non ho rimpianti: avrò una buona morte tra le tue braccia. Essa mi riscatterà. Meglio aver trovato una buona morte, pur non avendo vissuto, che morire come colui che vive e muore credendo solo di avere avuto vita e morte. Così io muoio, mamma, ma sento di aver vissuto perché almeno la morte è stata mia…
– Muori, muori figlio. Io, tua madre, non capisco ciò che dici ma questi miei occhi, e queste loro lacrime e il mio cuore sembrano aver compreso. E così tu, bambino mio dolce, muori ma io solo ora ti sento vivere per la tua e la mia gioia.

Yuliy morì pochi minuti dopo lasciandoci nel più vivo sgomento. Anche sua madre, che per un attimo sembrava aver raggiunto un grado di conoscenza più elevato in cui la morte non era contemplata in quanto fine, era pietrificata, immobile.
Lasciai la casa giusto in tempo per prendere il treno del ritorno. Dai finestrini rivedevo i comignoli dei casermoni e ripensavo alle ultime immagini dipintesi sulle mie pupille. Potevo quasi sentire la pesantezza della materia pittorica.
Non solo i tetti delle case, quel giorno, erano a pezzi.

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