“Ci sdoganiamo da soli. Ci scriviamo i testi, ce li recitiamo e ci applaudiamo. Ti ringrazio”.

Roberto Latini

Denise Cuomo

Margherita

Margherita, o donna Margherita, era veramente una bella signora. Lo dicevano tutti giù al porto, ne parlavano pure i pesci che a detta dei più son muti. Margherita non l'ha dimenticata nessuno, neanche ora che è sotto terra; proprio lei che voleva solo essere giù, più giù, nel profondo mare. Se ci fosse un fantasma a Procida sicuramente non sarebbe quello di Margherita. Lei non voleva disturbare nessuno, non chiedeva niente, aveva vissuto una vita zitta e muta e con un solo desiderio, che per scoprire quale fosse dovremmo scomodare lo Spirito Santo. Non domandava niente, non bussava mai alle vicine, se le mancava lo zucchero nella dispensa e l'ora era tarda per andare a comprarlo, non chiedeva mica alla signora Rosalba lì a fianco, e neppure a Lina che tanto alla fine avrebbe storto il muso e avrebbe detto di non averne.

Se una mattina d'inverno una bambina

Ines si sveglia, il soffitto che sta guardando con occhi impastati di sonno è cosparso di stelle fosforescenti. Una volta, quando era molto più piccola, credeva davvero che quella potesse eguagliare la volta celeste, un piccolo sistema solare tutto suo, con tutte le leggi dell’universo e le sue bellezze, le ristrettezze dell’infinito, le promesse che le stelle potrebbero nascondere. Era tutto vero, le pareti della sua stanza nella sua fantasia somigliavano a cascate attraverso le quali il mondo veniva filtrato e nessun tempo o spazio potevano svilire e sminuire il suo mondo pulito, incorporeo, coraggioso in modo sconveniente per un adulto che conosce le insidie della realtà.

“This Is Us”: l’ingenuità e la vita


“Tu non sei solo la mia grande storia d'amore, Rebecca, tu sei stata la mia grande svolta. E la nostra storia, anche se ora non sembra proprio, ti assicuro che è appena cominciata”.

 

Avete presente i monologhi cinici di Woody Allen sulle coppie, la vita, l'amore e tutti i fatti dell'esistenza che pare nascondano sempre un doppio fondo isterico e frustrato? Bene, dimenticateli. Dimenticate anche (solo per un po', mi raccomando) la coppia Sartre-de Beauvoir, insieme a tutte quelle cose super colte e super critiche utilissime ed essenziali per smascherare i cliché della nostra società e dei rapporti che in essa si instaurano. Non vi chiedo di lasciarvi intenerire al punto di diventare degli esseri molli senza spina dorsale, né di ottenebrare del tutto la sacrosanta capacità di riconoscere le trappole melliflue che la serie tv di cui a breve parlerò spesso gioca nella sua narrazione.

Ogni mattina

Non lasciarmi, Drusilla.
Ora apro gli occhi, solo cinque minuti e apro gli occhi. Che ora è? Non ricordo cosa ho sognato stanotte. Devo smetterla di fumare erba, ho perso i miei sogni, tutti quei bei film nei quali non mi sentivo mai così pesante, ho smesso di sognare? No, ci sono ancora, ma non ricordo niente la mattina, ormai il sonno è diventato un coma profondissimo, non c’è più mio figlio, quel bambino bellissimo e bianco come il latte che sogno da quando ero io stessa una bambina. No, basta, da stasera non fumo più, speriamo solo non ci sia nulla di terrificante oggi la fuori. Speriamo.

L'imperfezione delle cose finite

Sarà capitato a tutti, sfido chiunque a dire il contrario, di essersi imbattuti in una poesia che guarda caso sembrava perfetta per quel momento. Ognuno di noi attraversa periodi di forte tristezza e periodi in cui sembra quasi di aver afferrato la felicità, e per ognuno di questi momenti c’è una poesia pronta a parlare al posto nostro, perfetta all’apparenza perché, nonostante non sia stata scritta da noi, ha la stessa intonazione dei nostri pensieri, le virgole graffiano la pelle delle nostre emozioni più silenziose, le parole precipitano come sassi pesanti sull’indicibile mistero del nostro cuore. Quindi, anche se ora vi dirò come la pensa invece Ben Lerner sulle poesie, fatemi un favore: non credetegli fino in fondo o almeno credetegli, ma seguite il consiglio: continuate a leggere poesie e, se ne siete capaci, a scriverne, sarebbe bellissimo per tutti.

A una figlia del futuro

Bambina mia.
Per te avrei dato tutti i giardini
del mio regno, se fossi stata regina,
fino all’ultima rosa, fino all’ultima piuma.
Tutto il regno per te.

Ti lascio invece baracche e spine,
polveri pesanti su tutto lo scenario
battiti molto forti
palpebre cucite tutto intorno. Ira
nelle periferie della specie e al centro. Ira.

L'innocenza del male

“Oh, eppure ti strapperò il cuore!”, gridò all’invisibile distesa selvaggia.
 

Ho letto Heart of Darkness di Joseph Conrad una volta, poi un’altra ancora, ma non bastava, allora ho ripreso alcuni passaggi, dialoghi, momenti a mio parere rivelatori, tutto si è amalgamato in un sogno confuso, in una dimensione onirica e lontanissima dai codici attraverso i quali noi tutti tentiamo di interpretare il mondo; qui non c’erano ragione e teorie che resistessero alla purezza della sacralità più primitiva e incontrollata. Cuore di tenebra è un libro sacro nell’accezione più antica del termine, ma sarebbe più corretto definire ‘sacro’ il personaggio intorno al quale ruota tutta la vicenda e che nel libro proferisce pochissime parole e quasi tutte sussurrate, nonostante la narrazione sia pregna del fascino di questo personaggio continuamente annunciato, desiderato, temuto e osannato.

Il sentimento dell’esule in Portnoy

Quando leggi Philip Roth inevitabilmente ti aspetti grandi cose, e puntualmente queste arrivano: quando dallo stile, quando dalla trama, quando da entrambe, hai letto un altro libro di Roth e un pezzo di universo ti rimane in tasca.

Perché hai deciso di studiare Filosofia?

Non c’è nessun traguardo da raggiungere per chi studia filosofia, la laurea è una formalità, la cerimonia un’occasione di festa, ma se credete di festeggiare la fine di un percorso allora vi sbagliate, perché chi studia filosofia sa che il percorso è infinito e il lavoro (quella cosa che nobilita l’uomo, essenziale e vilipeso nei suoi diritti fondamentali) non è lo scopo ultimo di chi studia filosofia.

Il maestro

Non ricordo più il suo nome, sono passati tanti anni da quei giorni lì. A volte ci ripenso, come è successo oggi, e mi sale al viso una smorfia benigna, un ricordo confuso di quegli anni spesi dentro una scuola orribile e meravigliosa.

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