“In coscienza, Kàtja, non lo so”.

Anton Pavlovič Čechov

Sabato, 19 Dicembre 2015 00:00

Il granato

Scritto da 

La prossima tappa è una città leggendaria per la sua bellezza e motore dell’intero viaggio. Ma prima, lungo la via, una sosta a Nerja, Balcone d’Europa, è d’obbligo.

L’intenzione era quella di visitare le grotte dove si dice sia conservata la stalagmite più grande del mondo. Ma il sole, caldo e accogliente, riesce ad avere la meglio sulla umida prospettiva delle grotte e, passando per un paese tutto bianco, arriviamo nei pressi di una specie di belvedere a picco sul mare. Di lato è possibile seguire il percorso di cinque o sei rampe di scale che formicolano di persone dirette ad anguste spiaggette tra i massi, dove i bagnanti sono arroccati in scomode imitazioni di lucertoloni.
La sabbia è scura e fine, sembra assorbire tutti i rumori di questi sparuti esploratori di anfratti. Il mare, scuro e profondo, sciaborda alla base di questi enormi blocchi di pietra, in una lenta e inesorabile opera di scavo.
Ma l’uomo ha trovato il modo di sfruttare anche le asperità di questo parco litorale: una casetta, rigogliosa di garofani, incardina i suoi infissi blu in uno di massi più mastodontici, lasciando presagire che si sviluppi fino al freddo cuore di questo pezzo di montagna.
Non è tempo, tuttavia, di attardarci: Granada è lì che aspetta, pacata fortezza sull’altipiano.
Giungiamo all’ostello nel primo pomeriggio di una domenica agostana, e la città si presenta completamente deserta. Dopo esserci sistemati, girovaghiamo un po’ per le erte vie che si inerpicano lungo il costone che sovrasta il fiume Darro. Case bianche d’intonaco, patii interni, accessi dalla volta ogivale decorata: l’influenza araba non è mai stata così tangibile come in quest’ordinato quartiere residenziale proteso verso il cielo. Il gioco sta nel perdersi e nel ritrovarsi, nell’esplorare i brevi e angusti budelli per poi ritrovarsi in piazze affollate di gente che suona, balla, canta e scatta fotografie al complesso della Alhambra, posto come un basco sulla cima del costone di fronte.
Quando affrontiamo il percorso inverso è ormai quasi buio, e le facciate delle case si tingono di una sfumatura indaco che mette sonnolenza. Al contrario, le strade acciottolate sembrano ardere di nuova vita, rifrangendo i bagliori provenienti dalle botteghe di chincaglierie che non conoscono riposo.
Le luci colorate dei lampadari sbocciano come fiori tra gli zaini di pelle e i cestini ripieni di erbe secche, scagliando bagliori che si riflettono sui piccoli portagioie istoriati e sulle tessere di mosaici decorativi. Entrare in una di queste anguste botteghe significa conoscere tesori di fattura moresca ed essere sopraffatti dall’odore delle pelli conciate e delle spezie; significa entrare in antri traboccanti di oggetti disposti con un rigore quasi maniacale, ma talmente numerosi da nascondere la logica che sottostà alla loro sistemazione. Sembra di addentrarsi nelle stanze della grotta di Alì Baba.
Pure il mercado cittadino, luogo che solitamente racchiude i tesori gastronomici del luogo, qui è diverso. È un quadrilatero a cielo aperto, che si struttura come una matrioska di altri quadrilateri piastrellati più piccoli, cui si accede tramite piccole porte decorate che si aprono su stretti budelli. La sensazione di trovarsi all’interno di un labirinto è accentuata dalle piccole botteghe artigiane, che sembrano rigurgitare sugli stretti corridoi la loro merce, come se gli stessi negozi fossero delle fenditure da cui fuoriescono merci preziose.
Inauguriamo la giornata successiva con latte e tostadas, ovvero pane tostato – non si tratta di fette, ma di ciabatte tagliate nel senso della lunghezza − su cui può essere servita marmellata come salsa di pomodoro. A coronare il tutto, un piccolo e saporito pionono, un tortino con purea di mele e cannella. Addento la sua cupola brunita che ricorda la Cappella Reale che scorgo attraverso la vetrata della pasticceria, e la sua dolcezza mi dà le vertigini.
La Cattedrale di Granada, cui appunto è annessa la Cappella Reale dove sono sepolti i re cattolici, ricorda un granato incastonato nei lastroni della pavimentazione. Sorge dal terreno senza preavviso, senza marciapiedi o scalinate; sembra nata per orogenesi, e la prima impressione che avevo avuto – che fosse un edificio basso e tozzo – muta grazie alla prossemica che ristabilisce le proporzioni. Di fianco a quelle pareti color ocra, il mio corpo appare minuto come quello di un soldatino di piombo, perché l’edificio non è basso e tozzo, ma massiccio. È vero che la facciata è semplicemente maestosa – svetta, provocandomi un principio di sindrome di Stendhal, sopra una piazzetta relativamente piccola, praticamente schiacciata dalla sua magniloquenza – ma la vera particolarità è il resto dell’edificio, cui i venditori di spezie, con i loro banchetti ricoperti di cestini di vimini, ruotano intorno come una gincana colorata e profumata.
L’interno di questo tempio, perfetta commistione tra potere secolare e potere temporale, è austero, con qualche concessione ai pesanti masselli barocchi. Incredibilmente, le tombe dei reali sono modeste casse di legno tarlato, dall’aspetto dimesso. Corte, come se fossero tutti bambini. Che fossero di bassa statura è un’impressione poi confermata dagli indumenti conservati: Re Ferdinando, in particolar modo, non doveva superare il metro e cinquanta.
Lasciati i Re Cattolici a riposare in pace nella loro cripta, ci prepariamo ad affrontare la salita fino al famigerato complesso dell’Alhambra. Purtroppo i biglietti per il vero gioiello – i palazzi della dinastia nasride – si sono rivelati introvabili, per cui ci accontentiamo di passeggiare tra i giardini ottocenteschi di questo enorme complesso. Per percorrerlo tutto servono almeno quarantacinque minuti, scanditi da ombrosi viali, cespugli ben squadrati e incredibili giochi d’acqua: quest’ultima anima – come è vero che l’acqua è vita − fontane, chiostri, vasche e addirittura scale.
Questa quieta e fresca alternanza di artificio e natura prepara la strada alla fortezza vera e propria, così come siamo stati ormai abituati da queste città del meridione spagnolo. Al-Hambrā, la Rossa, diminutivo della Cittadella Rossa, si rivela però ben più interessanti delle precedenti fila di mura e merlature: al suo interno sono conservate le fondamenta dei baraccamenti dei soldati e dei bagni comuni. Una minacciosa spada rocciosa si allunga da un fianco, popolando il mio immaginario di scene maestose tratte da film e telefilm. La cittadella si snoda su più piani, alcuni ancora percorribili, altri facilmente immaginabili, per poi confluire in una terrazza sovrastata dalla campana voluta da Isabella La Cattolica, conquistatrice conservatrice.
Questo posto è incredibile: non solo per lo stato di conservazione, ma anche perché crea uno scenario tale da risultare magico. Nonostante le fotocamere di ultima generazione, nonostante le audioguide che ti segano il collo, nonostante gli abiti moderni e gli occhiali da sole, la potenza del passato sembra inglobarci e spazzarci via come un fiume in piena, assottigliando pericolosamente il “come potrebbe essere” al “come veramente era”.
È un luogo che ti schiaccia con la sua bellezza e con l’aura di potenza che, ancora oggi, emana, nonostante questa sia mitigata dalle aggiunte urbanistiche; mi interrogo sull’effetto che doveva fare seicento anni fa, quando ancora non esistevano i grattacieli e quando questi edifici – compresa la cattedrale − incombevano, vagamente minacciosi, sulle teste dei devoti cittadini.
Il percorso a ritroso sfrutta anche gli ultimi raggi del sole agostano, il quale fende una città ora piena di vita. Si respira un’aria distesa, di preparazione alle attività della sera: cibo, divertimento, passeggiate notturne.
Il mio saluto a Granada è fatto di tapas – le più esotiche che abbia mangiato finora: carciofi e frutti di bosco, mango, miele e formaggio di capra, avocado e gamberetti – di luci gialle a calde stagliate sul nero di un cielo senza stelle; del fresco fruscio del Darro, che si insinua tra le fenditure della roccia e sotto i ponticelli ingobbiti, dei cancelletti ricoperti di edere. Del sapore caldo e avvolgente della sangria, che guida i miei piedi malfermi sull’acciottolato della città alta.

Lascia un commento

Sostieni


Facebook