“Le ho riservato due biglietti per la prima del mio Pigmalione. Porti un amico. Se ne ha uno”; “Non posso venire alla prima. Verrò alla seconda. Se ci sarà”

Scambio di telegrammi tra George Bernard Shaw e Winston Churchill

Domenica, 28 Agosto 2016 00:00

Il rombo nella notte

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Mi sveglio di soprassalto, senza capire cosa mi abbia scosso dal sonno.
Non era da molto che Morfeo aveva preso a cullarmi tra le sue braccia e la mente e le membra intorpidite stentano a distinguere quelle strane sensazioni che mi stanno aggredendo.

Mi tiro su a sedere, lottando con le lenzuola avvinghiatisi intorno alle gambe; i miei occhi miopi vagano ciechi nel buio, cercando la fonte di questo rombo cupo che scuote gli infissi e fa tintinnare i lampadari. Inizialmente stento a capire quale esattamente sia la fonte del rumore: la giornata è stata sferzata da un vento intenso, e non è raro che le porte, preda delle correnti d’aria, che durante le notte estive si insinuano dalle finestre aperte per lambire i nostri corpi accaldati, facciano vibrare le porte rimaste chiuse. Non è nemmeno inusuale che, abbattendosi i venti su questo cucuzzolo erboso, facciano sbattere infissi e cadere i vasi ricolmi di terriccio e fiori. Ma questo è un rumore che sembra scuotere tutto il paesaggio, eco di un ribollire intimo della terra stessa; sembra un calderone pronto ad esplodere.
Un colpo più forte degli altri è seguito dalle parole concitate di mia madre, dalla stanza dirimpetto alla mia. È solo allora che percepisco il letto tremare sotto di me, arrivando finalmente a capire che tutto quel parapiglia è frutto del terremoto più forte che abbia mai sperimentato in vita mia.
Mio padre piomba nella mia stanza, dando voce ai miei pensieri; mi esorta a scappare, ma io sono paralizzata sul letto. Seppure interminabili, non sono passati che pochi secondi e, prima che possa in qualche modo prendere atto della necessità di proteggermi, è già tutto finito. Le uniche tracce restano il lampadario oscillante come un pendolo e i nostri cuori dai battiti accelerati.
Finalmente riesco ad alzarmi; vado verso il bagno, scoprendo che il botto che avevamo sentito era l’anta staccatasi da un mobile: messa già a dura prova dal peso piuma di un gatto dispettoso, con le scosse si era spalancata di scatto, tanto violentemente da esserne divelta. Incapace di capire come comportarmi, torno in camera. Confusa al punto da non provare nemmeno ad accendere l’abât-jour, cerco a tastoni il cellulare, perso tra le mille cianfrusaglie che affollano il mio comodino. Sono le 3:40 di notte.
Da Facebook apprendo di non essere l’unica ad essere stata destata da questa sveglia inusuale e inarrestabile. Spronata da questa consapevolezza, contatto il mio ragazzo per sapere se sta bene. Ci scriviamo praticamente nello stesso momento, appurando le rispettive condizioni. Comincia a serpeggiare la confusione: dov’era l’epicentro? Ci sono stati danni? Ancor peggio, vittime? Ci confrontiamo sulle informazioni che riusciamo a reperire, ma sono imprecise, discordanti. C’è chi dice che l’epicentro era nell’aquilano, chi a Perugia – Dio mio, a Perugia! Solo a venti chilometri da qui, i miei amici staranno bene? − chi a Norcia, chi a Rieti. L’hanno sentito a Roma, a Fabriano, a Rimini. I siti d’informazione sembrano completamente in panne, non c’è modo di avere notizie certe. Segue qualche altro messaggio; ci tranquillizziamo sdrammatizzando e prendendo in giro gli eroi da tastiera che non mancano di dire la loro su tutto e tutti. Speriamo solo che non ci siano vittime. Sento mia madre parlare al telefono con mia zia, di Terni. Anche loro si sono spaventati, ma stanno bene e non ci sono danni.
Piano piano comincia dunque a farsi strada la speranza che non sia successo nulla: o meglio, che la scossa ci sia stata, ma che a parte qualche danno agli edifici più vecchi, nessuno si sia fatto male.
Forte di questa speranza, provo a riaddormentarmi. Neanche il tempo di un amen e arriva la seconda scossa: meno lunga, ondulatoria, ma ugualmente percettibile. Come se fossi preda di un improvviso attacco di mal di mare, per quanto anacronistico possa sembrare il paragone.
Il senso di inquietudine si riaffaccia prepotentemente; riafferro il cellulare per capirci qualcosa di più. Non che possa fare nulla, ma non posso nemmeno starmene tranquilla a dormire come se nulla fosse. Altre notizie, si è stabilito che l’epicentro è stato nella zona reatina. Cominciano a stabilirsi le prime connessioni con il sisma de L’Aquila e quello del ’97. E pensare che giusto qualche giorno fa si stava ricordando l’infanzia alla scuola elementare ed eravamo finiti a parlare dell’evacuazione in quel funesto giorno di fine anni Novanta. Avevo sette anni e non capivo cosa stesse succedendo. Probabilmente non avevo nemmeno idea di cosa fosse un terremoto, a quell’età. Ricordo solo una scena, che spesso associo a ricordi – stranamente felici – degli anni trascorsi lì dentro. In questo frammento di passato, osservo i miei compagni scendere dalla squadrata scala antincendio in cemento armato, come mille volte avevamo fatto nelle prove di evacuazione. Era un pomeriggio assolato e il campetto di cemento rosso spiccava per contrasto in quei colori ancora privi delle sfumature autunnali. Non avevo paura, perché ero ben lungi dalla comprensione del fenomeno e soprattutto delle conseguenze, ma ricordo che l’aria tesa che si respirava era ben diversa da quella di festa delle prove generali, quando potevi saltare la lezione per quella campanella che suonava prima del previsto. Il tono delle maestre era insolitamente mesto, e lo starnazzare delle oche nel recinto limitrofo sembrava bucare l’aria insolitamente tranquilla. Non ricordo altro, né la scossa, né le paura che invece in quest’ora oscura mi accompagna.  
Su suggerimento dei primi collegamenti che riesco a stabilire con il mondo dell’informazione, apprendo che anche il terribile terremoto de L’Aquila è avvenuto attorno alle 3:30 del mattino, l’ora del diavolo. Ragiono sulle inquietanti coincidenze che hanno fatto sì che anche alcune delle notizie peggiori che abbia ricevuto in vita mia si siano concentrate in quest’ora infausta.
È in questo momento che arriva la terza scossa: debole, molto simile alla sensazione della cervicale infiammata. Strizzo gli occhi e aspetto che passi, cosa che avviene pochi secondi dopo.
Passo l’ora successiva a leggere i tweet su Amatrice, Accumoli, Ascoli, Fermo. La situazione comincia a delinearsi. Una parete del Corno Piccolo è crollata. Ci sono persone intrappolate sotto le macerie. I soccorsi faticano a raggiungerli per via di un ponte pericolante. I giornali aggiungono carne sul fuoco scambiando Matriciana per Amatrice, Pescara per Pescara del Tronto, Sperlonga per Spelonga.
Frustrata dalla sensazione di impotenza e empatia, vengo sopraffatta dai pensieri terribili che solo una notte terribile come questa possono accompagnare: la morte, la solitudine, il dolore, la perdita delle persone care. Mi rendo conto di essere troppo esposta ad eventi che non posso controllare, ma mi impongo di smettere di formulare certi pensieri e continuo a leggere, impossibilitata ad addormentarmi.
Infine alle sei, stremata e angosciata da questa notte travagliata, cado in un sonno senza sogni, timorosa della conta del giorno dopo.  

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