"Quella di cui godevo in quei giorni afosi, camminando sui larghi marciapiedi di via Manzoni e di via Merulana, al riparo del fogliame dei platani, era indubbiamente una felicità partorita da un'illusione; l'illusione di un piccolo numero di strade e incroci capace di suggerirmi la sensazione, razionalmente insana, che esistesse per me, come per chiunque altro, un luogo capace di farmi sentire a casa, qualunque disastro fosse in corso o mi pendesse sulla testa"

Emanuele Trevi

Ciro Borrelli

“Il bell’Antonio”: Marcello impotente per Bolognini

Dopo alcuni anni di gavetta al fianco di Luigi Zampa, Mauro Bolognini esordisce come regista nel 1953 con Ci troviamo in galleria. Nel giro di pochi anni girerà altri film, tra cui Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo e Gli innamorati, tipico esempio del neorealismo rosa. La svolta arriva con Giovani mariti, del 1958, al quale seguiranno Arrangiatevi, La notte brava e Il bell’Antonio.

“La donna della domenica”: tra giallo e commedia

A differenza di Dino Risi e Mario Monicelli, i cui nomi, legati a doppio filo, riconducono sempre alla “commedia all’italiana”, Luigi Comencini, coetaneo di Risi e più giovane di un anno rispetto a Monicelli, non può essere identificato con un genere cinematografico specifico. Probabilmente la circostanza si deve al fatto che negli anni Cinquanta il regista nativo di Salò ottiene uno strepitoso successo con il filone di Pane, amore e fantasia e che alcuni successi come Incompreso (1966), Le avventure di Pinocchio (serie per la TV andata in onda il 1972) e Cuore (1984) non rientrano nella commedia all’italiana.

“Dov’è la libertà…?”: in omaggio a Totò

“Casa mia, / stammo purtanno ‘o lutto tutte ‘e duie”: questi brevi versi fanno parte di una triste e toccante canzone scritta da Totò e cantata a squarciagola da Giacomo Rondinella (nei panni di un detenuto) mentre il principe De Curtis gli fa la barba. Il film in questione, Dov’è la libertà...? – il lettore lo avrà capito – è tutt’altro che comico.

Sordi/Valeri una coppia che spacca: “Il vedovo”

Il 1959 è un anno d’oro per l’Albertone nazionale, non solo per l’incredibile numero di film girati − ben dieci (il record, comunque, spetta al 1954, con addirittura dodici film) − ma anche per la qualità delle pellicole: basti pensare che almeno tre di esse entreranno nella storia del cinema italiano. Sto parlando de La grande guerra di Mario Monicelli, de I magliari di Francesco Rosi e de Il vedovo di Dino Risi.

L’ultimo contatto di Visconti col mondo popolare

Considerato tra uno dei padri del cinema italiano, insieme a Roberto Rossellini e Vittorio De Sica, Luchino Visconti è stato tra i più innovativi dei registi italiani. Appartenente a una famiglia aristocratica milanese, legata all’ambiente teatrale, il giovane Luchino, di natura irrequieta lascia l’Italia e va a studiare a Parigi. Qui avverrà un incontro che segnerà la sua vita, ovvero quello con il regista Jean Renoir del quale Visconti diventerà assistente fino al rientro in Italia.

“Fantasmi a Roma”, Spettri birichini…

Ricchi di cambiamenti furono i primi Anni ’60, dove gli assi della commedia all’italiana, singolarmente o in coppia (in sparuti casi anche in trio), sfoderarono diverse prove da applausi come nel caso di Fantasmi a Roma (1961) di Antonio Pietrangeli, un lungometraggio poco considerato dalla critica ma sicuramente tra i migliori della nostra cinematografia.

“Anni facili”, il film di Zampa non punito dalla critica

Vitaliano Brancati (Pachino, 24 luglio 1907 − 25 settembre 1954) ebbe un ruolo particolare nel cinema italiano: fu uno scrittore tra i più notevoli della seconda metà del Novecento. Rilevante fu la sintonia che egli instaurò con il regista Luigi Zampa: il loro rapporto di collaborazione, iniziato nei primi anni del dopoguerra, si fondava su un pari atteggiamento verso alcuni aspetti che caratterizzavano la società dell’epoca.

“In nome del popolo italiano”: Gassman contro Tognazzi

“Simile, ma tutt’altro che identico a Monicelli e Comencini, Dino Risi è l’autore più interessato a cogliere e registrare a caldo, con uno sguardo disincantato, i fenomeni che hanno trasformato il paesaggio antropico, urbanistico e geografico dell’Italia e degli italiani”. Questa brevissima descrizione che il noto critico e studioso Gian Piero Brunetta, nel suo delizioso volume dedicato al cinema italiano (Guida alla storia del cinema italiano, Einaudi, 2003), fa di Risi credo costituisca l’optimum per aiutarci a comprendere l’importanza di questo regista, sempre concentrato su ritratti spregiudicati, spesso di antieroi, ma sempre al centro di contesti e situazioni di carattere universale.

“Roma città aperta”, capolavoro del nostro dopoguerra

Gli addetti ai lavori del cinema italiano del dopoguerra, come registi e sceneggiatori, si differenziano dal genere che ha contraddistinto gli anni del regime fascista perché non intendono rappresentare una società ideale bensì proporre un’immagine del tempo: la cinematografia si fa specchio della società e cassa di risonanza dei problemi relativi al periodo precedente che si affacciano in modo drammaticamente nuovo.

“Ragazze da marito”: il ritorno dei De Filippo sul set

Dopo circa sette anni dalla scioglimento della compagnia del Teatro Umoristico “I De Filippo”, avvenuta il 10 dicembre del 1944, Titina, Eduardo e Peppino De Filippo tornano a lavorare insieme davanti alla cinepresa. Eduardo e Peppino, i cui rapporti si sono interrotti ormai da anni, si incontrano a cena nella casa romana di Titina: qui, alla presenza di Domenico Forges-Davanzati, il produttore esecutivo del film, discutono della possibilità di ricomporre il trio familiare-artistico sulle scene, per girare un film dal titolo Ragazze da marito (con Eduardo alla regia). In questa sede viene siglato una specie di armistizio; pare addirittura che, in tale circostanza, sui loro dissapori i fratelli siano arrivati persino a ironizzare.

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