“Non c'è niente da insegnare, non si può davvero insegnare altro che se stessi, così come non c'è niente altro da imparare che la singolarità umana, le innumerevoli e sconcertanti possibilità di forma espresse dalla vita"

Emanuele Trevi

Sabato, 07 Dicembre 2019 00:00

Visioni e suggestioni dal Torino Film Festival

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Si è conclusa la trentasettesima edizione del Torino Film Festival diretto da Emanuela Martini, una rassegna quest'anno in toni minori, senza grandi scoperte, sia tra i film in concorso sia nelle sezioni trasversali, da parte di un festival che tradizionalmente si è concentrato sull’emersione dei talenti e sulla ricerca di sperimentazione nel linguaggio cinematografico.

Tra le opere presentate non si sono viste clamorose eccellenze, ma nemmeno cadute vertiginose. Si è stazionato in un livello medio che non ha particolarmente emozionato né deluso, in quella che Carmelo Bene avrebbe chiamato aurea mediocritas. Certo questo è anche lo specchio di un periodo in cui mancano idee forti così come stenta l’emersione di personalità artistiche di particolare rilevanza. Resta il sospetto che si potesse fare di più e meglio da parte di un Festival che rappresenta, dopo Venezia, la nostra migliore vetrina.
Il premio per miglior film è andato a A White, White Day, opera seconda dopo Vinterbrødre del 2017, di Hlnur Pálmason. Il film racconta il terribile e difficile percorso di un ex poliziotto in una remota cittadina islandese nella rielaborazione del lutto dopo la recente scomparsa della moglie. Un processo drammatico tra investigazione (il protagonista sospetta il vicino di casa di aver avuto una relazione con la sua compagna) e crisi esistenziale nelle profondità del dolore e della rabbia. La sofferenza è vista nel suo aspetto patologico, come scusa per giustificare i propri fallimenti nei confronti di chi è scomparso, nella cieca incapacità di scorgere ciò che di bello è stato. Solo nel finale quest’orizzonte appare, dopo una lunga e feroce lotta nelle nebbie fisiche e interiori. Un film quello di Hlnur Pálmason delicato nella sua spietatezza, un occhio che indaga in profondità non tralasciando una certa nordica ironia nera. Un poco deludente il finale, improbabile e forzato.
Impressionante, seppur non vincitore di alcun premio, El hoyo (La fossa) di Galder Gatzelu-Urrutia, film di fantascienza politica che apre squarci inquietanti sul nostro presente. Un uomo si sveglia in una prigione. Non ha commesso nessun reato, è lì per scelta. Ha con sé un solo oggetto scelto al momento dell’internamento. L’uomo ha deciso per un libro: il Don Chischiotte de la Mancia. Il suo compagno è un vecchio, un assassino, che ha scelto di portare con sé un affilatissimo coltello. Costui spiega le regole: le celle contengono due uomini ciascuna e sono poste una sopra l’altra. Al centro una fossa da cui scende una volta al giorno una piattaforma colma di cibo. Chi è in alto si abbuffa, chi è in basso mangia gli avanzi oppure niente, a seconda della fortuna nell’assegnazione del livello. Non si può trattenere niente una volta che la piattaforma è scesa al livello inferiore. Ogni trenta giorni le posizioni vengono cambiate e la fortuna può mutare drasticamente.
Durante la sua permanenza l’uomo sperimenta la vita in diversi livelli e con diversi compagni di cella in una metafora crudele dei vari assetti politici adottati dalla nostra civiltà. Dapprima un capitalismo selvaggio, dove sopravvive il più forte. La violenza è limitata seppur onnipresente. In alto si suicidano non avendo niente di meglio da aspettarsi, in basso si langue speranzosi nelle briciole lasciate dai più fortunati.
Se durante il primo mese l’uomo si trova in un livello accettabile, nel secondo si risveglia molto in basso e legato al letto. Il vecchio gli confessa candidamente che lo mangerà non appena non potrà sopportare la fame. Questa è la legge: sopravvive solo chi è disposto a usare ogni mezzo per sopravvivere.
Nella fossa si aggira però una presenza inquietante: una giovane donna che si istalla sulla piattaforma ed esplora i vari livelli alla ricerca di un bambino. È selvaggia, non parla, è violenta, ma comprende le buone intenzioni dell’uomo aiutandolo a sopravvivere, liberandolo dal vecchio che vuole ucciderlo.
Al risveglio dopo un mese di sofferenze inaudite che lo costringono al cannibalismo, l’uomo si ritrova con una nuovo compagno di cella, una donna, la selezionatrice dei volontari che ha scelto di condividere questo inferno per poterlo cambiare dall’interno. Dopo le sofferenze, le drammatiche scelte etiche e morali, e le privazioni del mese precedente il protagonista modifica radicalmente il suo atteggiamento. Se in un primo istante aveva rifiutato di accettare le logiche violente della fossa, ora, dopo aver rischiato di essere pasto del suo precedente compagno di cella, è ottenebrato da un cinico fatalismo. Ai tentativi della donna di convincere con la dialettica chi è sotto di loro di dividere il cibo equamente affinché tutti ricevano la loro giusta parte, l’uomo ottiene il risultato da lei sperato solo con la minaccia di defecare nel cibo.
Al nuovo cambio di livello l’uomo si trova talmente in basso laddove sicuramente non arriverà nulla. Non solo: la donna si è suicidata, sacrificandosi, affinché lui possa sopravvivere. Iniziano per il protagonista nuove indicibili sofferenze nonché ulteriori riserve morali su quanto costretto a fare per uscire dalla fossa. Da ultimo l’uomo si risveglia al sesto livello. Non poteva sperare di meglio. Con lui un uomo di colore, pronto a tutto per arrivare in cima e cambiare le cose. Insieme elaborano un piano. Salgono sulla piattaforma armati di spranghe, per costringere tutti i detenuti in ogni livello a dividere il cibo in parti uguali. Una metafora delle dittature di stampo comunista. In questo sprofondare nei meandri della fossa e nell’attuare il loro intento scatenano però una violenza persino maggiore dello status quo.
Dopo l’incontro con un saggio uomo cambiano ulteriormente strategia: devono mandare un messaggio a chi governa, qualcosa che li spiazzi e li costringa a evolvere, a migliorare. Decidono di conservare una pietanza intatta da restituire. L’immersione nella fossa continua, sembra non finire mai, in un vortice di violenza infinita. Poi finalmente l’ultimo livello dove scoprono una nuova speranza, l’ultima.
Metafora politica della nostra civiltà dello spreco, dove i primi si abbuffano costringendo la maggioranza a languire e sperare negli avanzi. Come in Parasite di Bong Joon-ho, i poveri aspirano solo a prendere il posto dei ricchi, non sembra ci possa essere soluzione. Si può solo sperare in chi verrà dopo, in qualcosa che sorgerà dagli abissi profondi con un nuovo pensiero. El hoyo di Galder Gatzelu-Urrutia è film riuscitissimo, di grande impatto emotivo e con un ritmo sorprendente. Oggi forse il cinema di genere ci consegna una maggiore inventiva piuttosto che il film d’autore ormai imbrigliato nei cliché di una civiltà culturale ormai sorpassata.
Nella sezione Festa Mobile da segnalare True History of Kelly Gang di Justin Kurzel racconto della vita di Ned Kelly, il Jesse James australiano che ancora oggi divide i suoi connazionali nel giudizio tra chi lo venera come un mito della controcultura, una sorta di Robin Hood d'Oceania e chi lo considera niente di più che un violento Bushranger. Ned Kelly è figlio di un ex galeotto irlandese della Terra di Van Diemen e di una prostituta. La sua infanzia è un duro apprendistato nella povertà, tra bordelli, banditi e ladri di bestiame. Il suo tentativo di sfuggire al destino designato naufraga e il giovane Ned abbraccia definitivamente la vita del fuorilegge terrorizzando lo stato di Vittoria effettuando colpi clamorosi con la sua banda di banditi vestiti da donna. La sua è anche lotta per l’emancipazione contro il dominio inglese da cui il supporto e il favore della popolazione locale. Catturato dopo un duro conflitto a fuoco che affronta vestito di una strana armatura di ferro, viene impiccato proferendo come ultime parole: “Such as life”. Il film ricorda, non solo per il tema, ma soprattutto per i ritmi e le assonanze visive L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford di Andrew Dominik, apparso alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2007. Notevole l’interpretazione di Russell Crowe nella parte del bandito, mentore di Ned, Peccato il finale sfilacciato e poco riuscito che, nel tentativo di rappresentare il delirante turbine di violenza che accompagna l’ultima impresa di Ned, abbandona i toni concreti e crudi per intraprendere un non convincente viaggio nel surreale.
Da non perdere la prossima uscita nelle sale di La Gomera (titolo internazionale: The Whistler) del talentuoso regista rumeno Corneliu Porumboiu, già in concorso a Cannes. Un noir ironico e ben costruito dove la storia procede per punti di vista dei vari personaggi e che porta all’aggiunta di elementi sempre sorprendenti. Cristi, un poliziotto corrotto, si trova sull’isola di La Gomera nelle Canarie per imparare il Silbo, il linguaggio dei fischi patrimonio dell’Unesco, usato da criminali con cui si trova invischiato per non farsi intendere dalla polizia. Cristi sull’isola incontra anche Gilda, una vera e propria femme fatale di cui si innamora. Tornato a Bucarest diviene il centro di un intrigo da cui è difficile districarsi tra poliziotti onesti e corrotti e criminali pronti a tutto. L’ironia è la cifra sottile della narrazione, elemento dirompente nel processo drammatico. Momenti memorabili del film la scena nel motel L’opera, in cui si consumano tradimenti e omicidi al suono di Casta Diva e di Orfeo all’inferno di Offenbach, così come il duro addestramento per imparare i fischi del Silbo. Ottima l’interpretazione della bellissima Catrinel Menghia nella parte di Gilda.
Da ultimo si segnala Queen and Slim di Melina Matsoukas un road movie politico tutto afroamericano nel ventre molle dell’America nera. Un primo appuntamento via Tinder di due giovani si trasforma in un drammatico incontro con un poliziotto. I due giovani vengono fermati per banali motivi e vengono costretti a reagire dall’improprio uso della forza dell’agente di polizia. I protagonisti sono costretti alla fuga attraverso gli Stati Uniti, protetti dalla comunità nera che li individua come simboli dell’oppressione violenta delle autorità. Il film, nonostante le buone intenzioni non giunge a completa maturazione. Scene magistrali, come la scena del fermo iniziale da cui si dipana tutta la vicenda o come il divertente e ironico intermezzo colmo di venature drammatiche nella casa dello zio della ragazza a New Orleans, si alternano a momenti dilatati e superflui che fanno perdere la bussola alla narrazione. Finale scontato e fin troppo atteso laddove, se l’opera non fosse stata viziata da una tesi politica di partenza, avrebbe potuto sorprendere e divertire.
Per concludere due parole sulla retrospettiva sull’horror classico dal titolo Si può fare! a cui manca un vero filo conduttore se non nell’accostare grandissimi capolavori del genere come Das Gabinet des Dr. Caligari di Robert Wiene, Freaks di Tod Browning, Rosemary’s Baby di Roman Polanski o La maschera del demonio di Mario Bava, solo per citare alcuni titoli. Una carrellata di momenti magistrali della storia del cinema, e non solo del genere, la quale però non sorregge nessuna tematica forte. Più una selezione volta a riempire la sala di appassionati che non una antologia dalla quale far emergere tematiche in relazione con il contemporaneo.
Il Torino Film Festival si è chiuso con una leggera flessione nelle presenze e un programma da cui si sarebbe atteso maggior coraggio. In attesa della nomina del prossimo direttore (ancora si è incerti se riconfermare la Martini oppure procedere a un cambio di passo) non possiamo che augurarci una prossima edizione più vigorosa dove sia di nuovo presente lo spirito di scoperta, vera anima di questa manifestazione. 





37TFF − Torino Film Festival
Torino, dal 22 al 30 novembre 2019

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