“In realtà vi è un istante in cui il corpo sulla scena e l'arte coincidono e quell'istante si chiama teatro. Tutto il resto è spettacolo”

Claudio Morganti

Martedì, 17 Dicembre 2019 00:00

Angeli e spettatori

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Quanto è grande il cielo sopra Kibera. Se si ha il coraggio di alzare la testa, nonostante il caldo, la spazzatura e le macchine veloci, si vede quanto è grande. E che cosa promette. Marco Martinelli la chiama “fame di luce” e dice che è sempre la stessa cosa, ovunque e in ogni tempo. Eppure oggi, qui, diventa dirompente. Che cosa significa fame a Kibera. Che cosa significa luce. Lo sguardo di Martinelli ci prende per mano e ce lo mostra, novello Virgilio è la sua macchina da presa.

The Sky Over Kibera, mediometraggio proiettato in prima nazionale a Filmaker Festival, raccoglie quattro giorni di riprese che fanno seguito a un anno e mezzo di lavoro con centocinquanta bambini e adolescenti nell’immenso slum di Nairobi, in Kenya. L’obiettivo di questa avventura africana è mettere “in vita” (non solo in scena o sulla pellicola) la Divina Commedia a Kibera, che in swahili significa proprio “selva”. In quest’avventura convergono alcuni fra i fili che Martinelli ha tessuto negli ultimi quarant’anni insieme ad Ermanna Montanari, compagna di scena, d’amore e di vita, con cui condivide una visione poetica, politica e religiosa che nel soggetto di questo film appare dirompente.
Il primo di questi fili è l’esperienza dei laboratori con gli adolescenti, portata avanti a partire dal 1992 con il nome di non-scuola. La sfida è quella di domandare ai ragazzini di mettere a testa in giù i classici per ritrovare la vitalità originaria che ha generato i testi, resuscitandoli dalla noia dei musei e ricordando che sono stati scritti da singolarità viventi. Di queste imprese, che si sono moltiplicate nel corso del tempo raggiungendo i quattro angoli del pianeta, Martinelli racconta nel testo Aristofane a Scampia. In questo solco si iscrivono anche i mesi a Kibera, in cui si gioca con Dante, non soltanto attualizzandolo o rileggendolo alla luce di uno specifico ambiente socio-culturale. È piuttosto un atto di creazione che fa a pezzi Dante per riportarlo in vita, ripetendo lo σπαραγμός dionisiaco. L’Africa è teatro privilegiato per questo rito originario.
Anche il rapporto con questo continente ha radici profonde nella poetica dell’autore. Nel 1986 Martinelli e Montanari scoprono che la Romagna è un pezzo di Africa andato alla deriva nella notte dei tempi, una zattera nera che ha viaggiato in mezzo al mare fino ad incastonarsi nell’Adriatico. Proprio in quegli anni le spiagge cominciano ad affollarsi di venditori ambulanti africani. La geologia svela che questi stranieri vengono dalla stessa terra di tutti: non solo il futuro sarà sempre più meticcio, ma anche il passato lo è stato. La prossimità fra Romagna e Africa suggerisce un dialogo che assume un valore non solo etico-politico, ma anche estetico. La mescolanza di corpi e linguaggi è occasione di una ricerca sul meticciato teatrale che Martinelli e Montanari proseguono in molti modi, fino a questo film.
L’esperienza della non-scuola e il legame con l’Africa sono due fili che in questo film si intrecciano con Dante. Oggetto delle ricerche e delle passioni di Martinelli e Montanari sin dai banchi di scuola, la Divina Commedia è il fuoco dei loro più recenti lavori. Il Cantiere Dante, apertosi nel 2017 con Inferno, proseguito nel 2019 con Purgatorio e diretto al Paradiso nel 2021, si compone di chiamate pubbliche, eventi teatrali che mettono in vita la mirabil visione. Alla maniera delle sacre rappresentazioni medievali e del teatro russo del periodo rivoluzionario, i cittadini partecipano a questi eventi come coreuti. Così, gli attori sono diversi a seconda della città in cui la cantica prende a farsi luogo (titolo di un libro di Martinelli, che è un varco al teatro in 101 movimenti). Un filo parallelo al Cantiere Dante è lo spettacolo Fedeli d’Amore. Polittico in sette quadri per Dante Alighieri che ha portato alla Commedia di Martinelli e Montanari importanti riconoscimenti oltreoceano. E tutti questi fili si intrecciano oggi a Kibera, a formare un film gravido di passato e di futuro.
Pur essendo solo il secondo lavoro di Martinelli dietro la machina da presa, questo film presenta una poetica precisa e inconfondibile, che indaga la transizione fra la forma teatrale e quella cinematografica. Come in Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi, vi è l’urgenza di esplorare nuove possibilità dello sguardo, con la notevole differenza però che in questo primo film le inquadrature giocavano dentro lo spazio chiuso del teatro, mentre The Sky Over Kibera è girato interamente a cielo aperto, cielo d’Africa. Ma la visione di Martinelli non si limita a mettere a fuoco la trasformazione del teatro in cinema. Il regista coltiva una sapienza tutta interna al linguaggio cinematografico, che segna la distanza di quest’opera da intonazioni prettamente documentaristiche. Con una sensibilità visionaria, Martinelli costruisce un lavoro raffinato che reca in sé l’ombra di grandi autori del passato.
Il cielo, innanzitutto. È l’altra metà del cielo di Wim Wenders. Alla Berlino grigia fa da contrappunto il colore potente del Kenya. Gli angeli siamo noi, che entriamo nella selva oscura dello slum. Noi, con il nostro contro-campo bianco e nero, seguiamo invisibili la vita a Kibera: “Quando il bambino era bambino, se ne andava a braccia appese... non sapeva d’essere un bambino, per lui tutto aveva un’anima, e tutte le anime erano tutt'uno”. Il refrain della poesia di Handke ne Il cielo sopra Berlino torna alla mente quando si sorvolano, con Martinelli, i tetti dello slum.
Il cammino. Processioni e carrellate, lunghi voli e piani-sequenza rendono lo spettatore un viandante. Martinelli ci dà il tempo del cammino, facendo eco, da lontano, al viaggio di Alexandr Sokurov ne L’arca russa – solo che qui il palazzo d’inverno è l’estate africana e le opere d’arte sono gli incontri della strada. Seguiamo il tempo di Kibera non come voyeur, ma partecipando in prima persona della contingenza, della scoperta, della sorpresa. Senza retorica, con occhi materici, partecipiamo. Ed è un inno al vedere.
Le parole. Di tanto in tanto compaiono scritte simili a didascalie, che ricordano i primi film della storia, muti. Testi che ci guidano con parole immediate, complemento antinaturalistico delle immagini. È un altro modo di prenderci per mano e lasciare alla macchina da presa solo quello che è essenziale vedere. Per il resto, ci sono le parole. E Martinelli non si stanca mai di raccontare.
I volti. Gli stessi primi piani di Pierpaolo Pasolini, la stessa necessità di guardare un essere umano in quanto umano. Come ne Il Vangelo secondo Matteo, il segreto è un volto messo a disposizione dello sguardo di tutti. Intimità straniante, bellezza insuperabile, unità fondamentale: io e te, occhi negli occhi. “Il rischio più grande” dice Martinelli. Lì è la fame, lì è la luce. I bambini sorridono – ma non c’è innocenza, non c’è nostalgia, non c’è purezza. La poesia è alchimia di opposti: la strada e la mistica, la gioia e il pericolo. È un linguaggio universale che mescola insieme tutte le lingue del mondo. Perché a Kibera anche il cielo si sporca le mani, altrimenti non sarebbe così limpido.





The Sky Over Kibera
regia
Marco Martinelli
soggetto Marco Martinelli, Ermanna Montanari
per la prima volta sullo schermo centocinquanta studenti delle scuole di Nairobi (Kenia) Little Prince School, Ushirika Centre, Cardinal Otunga High School, Urafiki Carovana Primary School sostenute da AVSI
consulente alla sceneggiatura Riccardo Bonacina
musica originale Daniele Roccato
assistente alla regia Laura Redaelli
montaggio Francesco Tedde
post-produzione Antropotopia
organizzazione generale Marcella Nonni, Silvia Pagliano
distribuzione Maria Martinelli
consulenza e relazioni con la stampa Rosalba Ruggeri
produttore esecutivo Alessandro Cappello
produzione Ravenna Teatro/Teatro delle Albe
in collaborazione con Fondazione AVSI, Vita non profit magazine, Kamera Film, Antropotopia
paese Italia
lingua originale inglese, swahili
colore a colori
anno 2019
durata
46 min.

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