“Tanto per incominciare, i fratelli De Rege erano napoletani di Caserta...”.

Nicola Fano

Domenica, 23 Novembre 2014 00:00

Dormono, dormono sulla collina

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La pellicola di Ermanno Olmi ha due emisferi narrativi e speculari, uno è la storia l’altro è la neve.
In realtà, tutto quello che si potrebbe dire e scrivere di questo film, nel tentativo, resterebbe sepolto sotto questi due grandi sassi, al di sotto dello spesso strato di neve giacerebbe la storia, come una coperta mai abbastanza lunga per coprire ogni cosa, mai abbastanza calda per scaldare i rimasugli della vita.

L’immagine è pulita, fluida, l’orizzonte reale e cinematografico si apre sulle bianche montagne innevate, sugli abeti carichi di cotone freddo, la luna alla fine della strada, assopita sulla spalla di un mondo, silenzioso e stanco. La luce è sintetica, pare un neon a grandi dimensioni, proietta una patina albina sulla geografia delle Alpi, ma non è solo un colore smorto, è la misura fioca della solitudine, la fronte secca che il cielo mostra a questo avamposto guerresco, sulle mammelle gonfie del pianeta Terra. Il tappeto di neve è uniforme, riveste tutto, non c’è segnale di umana presenza, nessuna impronta segnala un passaggio, neppure un solco scompone la geometria liquida di queste curve, a tratti una luce irrompe nel cielo, dapprima senza troppo rumore, come una stella cadente schiodatasi dal muro. Sembrerebbe tutto pulito, la neve avviene nell’ordine temporale dei fenomeni atmosferici, la sua caduta libera, ridondante, è una presunzione che a primo acchito non disturba, non fa male, la terra accoglie senza protesta il superfluo del cielo, la natura risponde gioiosamente alla sua legge, in una corrispondenza senza linguaggio ogni cosa presente su questi altopiani pare sappia dove posarsi per dormire. Siamo nell’emisfero della neve, nel rapsodico fermento delle forze naturali, la religione qui, se esiste, ha le sembianze della copiosità, la statuaria bellezza dello sconfinato silenzio. Un altro mondo sta posandosi sul nostro, eppure non fa rumore, si organizza e distribuisce come inscritto nella caduta stessa.
Più in là c’è la storia, con tutti gli uomini e suoi arsenali.
C’è un rifugio, una tana sotto le coperte bianche, ci sono gradi e future medaglie, però in mezzo a questo sfavillio remoto ci sono anche croci, padri e mariti, figli e nipoti che non vedranno più la terra quando si fa bella. Ci sono ordini e missive, razionamenti di cibo e lettere che hanno fatto un lungo viaggio, ci sono letti come buchi di un alveare, foto appese ai chiodi e chiodi senza foto. C’è chi aspetta ancora di tornare a casa e chi vive con meno foga, attraversando la vita o la morte a piccoli passi, desiderando ora di cavare l’occhio nello spioncino sul legno per vedere la luna. C’è una sentinella che nel suo semplice mirare si lascia incantare dalla figura smilza di un larice, racconta a chi gli sta a fianco il miracolo ordinario che si ripete tutte le notti, una volpe sosta per pochi attimi sotto l’ombra inservibile dell’albero smorto, fiuta il terreno alla fine del ghiaccio schiumoso e poi va via, lasciando il larice nella sua fissità ad aspettare l’autunno, il momento in cui tutti gli alberi restano nudi e spogli mentre lui si riveste d’oro. Il tronco sottile e i rami anoressici luccicano agli occhi della sentinella, come in un racconto sciorinato ad un bambino, prima che il sogno, col suo caos spaventoso, turbi la mente innocente.
La storia dell’uomo si mischia, in questa trincea della Prima Guerra Mondiale, con quella universale. La struttura natural durante con tutta l’inspiegabile violenza, tollera sul suo rettifilo lo spaesamento della disarmonia umana, tra le due consuetudini storiografiche la grazia dell’uomo perde la guerra più importante con l’entropia dell’universo, in un avamposto al confine con l’Austria gli uomini si domandano se sia giusto morire come bestie al macello, essere seppelliti dove l’erba tarderà ad arrivare e dove il silenzio sarà l’unico testo sacro in cui cercare perdono.
Lo sceneggiato rivela una figura retorica a chiasmo, le genti e la natura, la simbolica della storia e la filosofia della storia. I due soggetti agiscono secondo leggi brutali, ma nel primo esiste il riscatto attraverso l’idealità, nel secondo il sistema è una regola senza cui il modus operandi stesso si sgretolerebbe sottraendo il sostrato necessario per la rivincita del primo. In questo modo l’antinomia etica tra bene e male si assottiglia, una linea di confine, di osservazione e di guerra separa i due cardini, ma rimane comunque il luogo in cui i due sostantivi si trovano legati l’uno all’altro. Perché è questa una cesura, uno spartiacque, uno spazio neutro dove l’uomo può scegliere, la natura no.
L’ultimo pensiero è un suono e un’immagine, è il boato sordo profuso nell’aria grave, sembra tutto un gioco osservato dall’alto, la sordità del contorno, l’intesa delle forze elementari, il mutamento lento e secolare dei grandi continenti, e poi nella scatola bianca alcuni punti neri, certi frenetici nel movimento, altri lenti e trascinati, camminano in fila, arrancano, solcano i cristalli e stretti a corte, come in un grande sogno, immaginano, ognuno nel proprio dialetto, il tempo in cui torneranno i prati.

 

 

 

Torneranno i prati
regia
Ermanno Olmi
sceneggiatura Ermanno Olmi
scenografia Giuseppe Pirrotta
con
Claudio Santamaria, Alessandro Sperduti, Francesco Formichetti, Andrea Di Maria, Camillo Grassi, Niccolò Senni, Domenico Benetti, Andrea Benetti
fotografia Fabio Olmi
musiche Paolo Fresu
casa di produzione Cinemaundici, Ipotesi cinema, Rai Cinema
produttore Luigi Musini, Elisabetta Olmi
paese Italia
lingua italiano
colore a colore
anno 2014
durata 80 min.

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