“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Venerdì, 28 Novembre 2014 00:00

Tre donne per un uomo solo

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Nella Luino di fine anni ’60 un improvviso lutto colpisce le tre sorelle Tettamanzi: il loro padre Mansueto, patrocinatore legale in pensione con la passione della biologia, muore, lasciandole proprietarie della grande casa con giardino e di svariati milioni. Le nubili sorelle, non più giovanissime (e decisamente un po’ bruttine) destano l’attenzione del nuovo vice-capo dell’ufficio delle imposte, tal Emerenziano Paronzini, scapolo attempato, mutilato di guerra sul fronte albanese. Approfittando di una richiesta di verifica fiscale, che preoccupa le tre sorelle, il contabile si offre di aiutarle, iniziando così a frequentare la loro casa.

Poco dopo Emerenziano chiede la mano di Fortunata, la maggiore, e la sposa. Stabilitosi definitivamente nella villa, assume il ruolo di padrone di casa, seducendo le due cognate, Tarsilla e Camilla, riuscendo a non farsi scoprire nelle sue visite notturne.
Lattuada conosce il romanzo di Piero Chiara, La spartizione (Mondadori, 1964) già dalla sua uscita. Pensa subito di ricavarne un film, addirittura con Marcello Mastroianni nel ruolo principale, ma il progetto sfuma, fino a quando il regista ha la possibilità di realizzarlo. A questo punto la scelta cade su Ugo Tognazzi, credibilissimo nel dare corpo, voce e manie al borghese e mediocre Paronzini. Un personaggio che sembra cucito su misura addosso alle capacità mimiche e mimetiche del grande attore. Basta vedere la camminata marziale – tipica di chi ha subito un’amputazione e porta la protesi – perfetto segno di adeguamento alla regolarità di un’esistenza borghese, conquistata ed esibita con ossessione quasi maniacale. Emerenziano incarna tutte le qualità (si fa per dire) del travet che ha goduto del boom ed è entrato a far parte della società di massa, di quell’immensa classe burocratico-amministrativa che caratterizzerà l’italiano medio fino alla mutazione antropologica all’insegna dell’edonismo (di massa) e del disimpegno (individualista) dei pieni anni ’80. La sua cultura è strettamente manualistica (legge La fisiologia del piacere di Paolo Mantegazza, igienista e antropologo di metà Ottocento, convinto darwinista e senatore del Regno, per il quale "ad una certa età, l’uomo ha bisogno dei famosi tre C: carezze, caldo, comodo"), la sua filosofia di vita è improntata al più basso pragmatismo ("tratto signorile col sesso debole, serietà sul lavoro, niente compromessi, poca confidenza con la gente, poche ma scelte pubbliche relazioni… allargare i propri orizzonti, niente bar, niente circoli, un po’ di chiesa… aspetto fisico, aspetto morale… aspetto un mese e mi sistemo"). Inoltre difetta di buone maniere, specialmente a tavola, dove fa uso disinvolto dello stuzzicadenti, sciacquandosi la bocca con un sorso di vino ("All’Ospedale Militare di Bologna, il colonnello medico m’aveva dato questo consiglio... io non sono mai andato dal dentista!") o sorseggiando rumorosamente dal piattino il caffè. Ligio al dovere sul lavoro (rifiuta le raccomandazioni), va in chiesa per farsi notare e incrociare lo sguardo con le tre sorelle. Quando si reca dalle prostitute è preda di fantasie feticiste. Ma non è l’unico a popolare questo universo grottesco. Le Tettamanzi, dopo anni di mortificante sottomissione filiale, scoprono a poco a poco i desideri del corpo, che verranno soddisfatti dall’insaziabile uomo di casa. L’emancipazione passa per i segni esteriori dei vestiti, più corti e più alla moda. La pratica sessuale ne cambia anche atteggiamenti e valori. Come nel caso di Tarsilla, da sempre invaghita di un giovane antiquario suo dirimpettaio, che pensa di sfruttarla per accasarsi anche lui. I due consumano i loro incontri clandestini in un convento abbandonato, una parte del quale funge da biblioteca (gestita dalla stessa signorina). Alla fine il giovane pensa anche di essersi innamorato, e avverte anonimamente il parroco di ciò che succede affinché vengano scoperti e quindi costretti nalle nozze. Ma una volta colti in flagrante, Tarsilla non accetta la logica riparatoria del matrimonio, come di consuetudine, e con orgoglio rivendica il proprio diritto a non doversi legare per tutta la vita ad un simile mascalzone. Sta di fatto, però, che ella ha già ceduto alle avances del cognato. A questo punto è lecito chiedersi che il rifiuto di accasarsi sia dettato anche dal timore di dover disperdere le proprie fortune con altri, così come è toccato a Fortunata. E giacché le “vampe” della solitudine vengono “spente” con un uomo che è già di casa, non c’è bisogno di far entrare altri estranei sotto lo stesso tetto.
Alla sceneggiatura hanno contribuito Adriano Baracco e Tullio Kezich, oltre al regista e allo scrittore. La trasposizione ha indubbiamente goduto dell’approvazione di Chiara, che compare nel ruolo del Pozzi. Cameo dello stesso Lattuada come il dottor Raggi. Belle le musiche di Fred Bongusto, in linea con i toni umoristici delle commedie del periodo: sue le musiche, su testo di Lattuada, del malizioso brano Tutta tutta, cantata da I Giganti.
Il film venne premiato con i Nastro d’argento alla sceneggiatura e a Francesca Romana Coluzzi come migliore attrice non protagonista.

 

 

Retrovisioni
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regia Alberto Lattuada
con Ugo Tognazzi, Francesca Romana Coluzzi, Angela Goodwin, Milena Vukotic, Jean-Jacques Fourgeaud, Valentine, Checco Rissone
soggetto dal romanzo La spartizione di Piero Chiara
sceneggiatura Alberto Lattuada, Adriano Baracco, Tullio Kezich, Piero Chiara
fotografia Lamberto Caimi
musiche Fred Bongusto
distribuzione Paramount
paese Italia
lingua italiano
colore a colori
anno 1970
durata 95 min.

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