“In realtà vi è un istante in cui il corpo sulla scena e l'arte coincidono e quell'istante si chiama teatro. Tutto il resto è spettacolo”

Claudio Morganti

Mercoledì, 16 Luglio 2014 00:00

Il cinema, il teatro, la vita

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“La maschera non è né l’equivalente della menzogna né il contrario della sincerità: è soltanto la forma più civile ed elegante della complessità dell’artista”.
(Thierry Jousse)

 


Quando nel 1998 Pedro Almodòvar gira Tutto su mia madre, la scena della morte di un giovane ammiratore è un omaggio al cinema di John Cassavetes: la stessa scena è tra quelle iniziali di La sera della prima (Opening Night), film del 1978 che rappresenta una summa passionale del sentire di Cassavetes e dei codici espressivi e stilistici che di tale sentire rappresentano gli stilemi.

È uno che se ne è andato presto, John Cassavetes; neanche sessantenne, sul finire degli anni Ottanta, calcava le tavole del palco e i set cinematografici che già la vita lo stava lasciando. La vita, il set, la scena continuarono ad essere un tutt’uno magmatico per lui fino agli ultimi giorni, confondendosi come piani sovrapposti di un’unica, multistratificata entità.
Cinema e teatro per Cassavetes non sono attività antitetiche; cinema e teatro, le due grandi passioni di una vita, trovano sintesi e manifesto in questa pellicola: ne La sera della prima (Opening Night) ricorrono le tipicità di Cassavetes, del Cassavetes cineasta, del Cassavetes teatrante, della vita di John Cassavetes.
È un film, La sera della prima, che sembra mostrarci una duplice – se non addirittura triplice – prospettiva: lo sguardo di Cassavetes, attraverso la macchina da presa, si sposta dal palco alle quinte, passando incidentalmente per la platea; duplice, in quanto passando dalle quinte alla ribalta, dalla ribalta alle quinte – e quindi dalla vita alla finzione, dalla finzione alla vita – rende manifesta una schizofrenia, che attraverserà tutto il film, e che gioca sul confondersi e sul reciproco intridersi dei due piani; triplice perché a questi sguardi s’assomma lo sguardo del pubblico, che a sua volta è plurimo (lo sguardo di chi assiste alla rappresentazione teatrale, lo sguardo di chi assiste al film). E gli umori del film variano al variare dello spazio e di chi lo occupa.
Ma in fin dei conti, che cos’è La sera della prima? È un film sulla vita e sul bisogno di essere amati. Un film sulla vita, perché la vita di chi lo dirige, di chi vi recita, di chi partecipa alla lavorazione permea di sé la storia, sempre fedele a questo gioco di sovrapposizione dei piani. E cos’è la vita dell’attore se non (anche) l’espressione di un bisogno d’amore da parte del pubblico? “Vogliono essere amati. Hanno bisogno di essere amati. Tutti... Tutti vogliono essere amati”, afferma Myrtle Gordon (Gena Rowlands) mentre ancora scorrono i titoli di testa.
È lei, compagna di tutta una vita del regista, la protagonista di quest’opera in cui il teatro si traspone al cinema per farsi summa di un’idea d’arte.
Formatosi come attore proprio col teatro, in quell’area newyorkese fortemente influenzata dal ‘Metodo’ e dall’Actor’s Studio – al quale pure, mai afferì – Cassavetes se ne discostò nella sostanza: ci troviamo di fronte all’interiorizzazione del ruolo da parte dell’attore, più che all’“intossicazione”. Ben presto approdato al cinema, s’era segnalato sin dagli esordi come uno dei cineasti più interessanti della nuova scena indipendente americana. Successivamente egli seppe contemperare il cinema mainstream con la propria ferma intenzione a mantenersi in disparte, libero di fare il “suo” cinema. Cineasta “spurio”, sfuggente a catalogazioni ed etichette, animato da una passione improntata a uno spirito profondamente indipendente, fu attore poliedrico e affascinante, nel quale taluni vollero persino intravedere l’erede di Humphrey Bogart; partecipava a produzioni hollywoodiane per poter continuare a produrre, girare, montare il proprio cinema, spesso adoperandosi con artigianale maniacalità (basti pensare alla febbrile lavorazione di Faces, il cui montaggio fu portato avanti per due anni nel garage di casa Cassavetes, nel frattempo ipotecata e purtuttavia improvvisata sala di montaggio). Non un rivoluzionario, ma un riformista indipendente.
Spesso il suo cinema nasce come sviluppo di celluloide di plot concepiti per le tavole del palcoscenico; il teatro è alla base del cinema di Cassavetes, il teatro permane come substrato e fondamento conservando, nel suo farsi cinema, peculiarità fondamentali quali l’iperespressività del gesto e della parola. Il teatro di Cassavetes, trasfuso nel cinema, acquisisce la sua dimensione esistenziale: in altre parole, attraverso il cinema, il teatro manifesta la vita, andando a creare un percorso ellittico fra i tre elementi. Affidando la sintesi alle parole di Thierry Jousse, ben più felici ed efficaci di quanto ci possiamo arrabattar noi ad elucubrare: “Cassavetes inscrive il teatro nella vita, o piuttosto insegue l’istante in cui la vita si fa teatro” (Thierry Jousse, John Cassavetes, Lindau, Torino, 1997, p. 12).
Cassavetes firmò anche alcune pièce teatrali; così come il suo cinema, anche il suo teatro è qualcosa di “spurio”, né classico né d’avanguardia, anzi, in La sera della prima non manca di assestare qualche punzecchiatura parodica al brechtismo: in particolare, lo straniamento in scena di Myrtle, che durante la rappresentazione comincia a improvvisare e improvvisando ricorda a Maurice (lo stesso Cassavetes) che stanno recitando.
La sera della prima gioca su più piani, che sono altrettanti assiti; i tre piani fondamentali sono teatro, cinema, vita. Il teatro gioca col metateatro, teatro e metateatro giocano col cinema, facendo perno sulla condizione dell’attore, figura dilaniata e perennemente in bilico fra sé e il suo doppio, se non il suo triplo (come avviene a Myrtle, che è attrice, personaggio e dimensione allucinatoria). Un “teatro di cinema” e un “cinema di teatro”.
L’abolizione del diaframma immaginario fra scena e vita trova riscontro anche nella formazione di un cast che era una sorta di compagnia stabile, ricorrente pressoché in tutti i film di Cassavetes, in cui si lavorava come in una tribù e a cui tutti partecipavano con competenze intercambiabili: l’attore era coinvolto nella creazione del ruolo; sul set di Cassavetes si parlava tanto e ciascuno era una maestranza, pronta a recitare, sì, ma anche a passare all’occorrenza dietro alla macchina da presa, al fine di avere una molteplicità di piani e punti di vista ripresi. La “conduzione familiare” della troupe può essere facilmente testimoniata dal fatto che nel cast dei film di Cassavetes comparivano sempre – accreditati o meno – congiunti del regista o degli altri attori, da Lady Rowlands, madre di Gena, a Kathleen Cassavetes, madre di John, passando per i figli di Seymour Cassel e così via (in La sera della prima si segnala il cameo quasi muto di Peter Falk nel finale, non accreditato); una sorta di compagnia di giro, composta da un gruppo di attori legati fra loro oltre la scena e che programmaticamente sembra esemplarsi in La sera della prima.
La sera della prima è un film dominato dalla figura di Myrtle Gordon, una Gena Rowlands di una intensità straripante, cui il marito John Cassavetes cede la scena mettendosi quasi in disparte. Ella interpreta un’attrice di mezza età, in piena crisi, che non “sente” il personaggio che le è stato affibbiato da una drammaturgia in cui pare che la grande assente sia la speranza; Sarah, l’autrice della pièce (Joan Blondell), presenza pervicace e invasiva insieme al marito produttore alle prove dello spettacolo, ricusa le rimostranze di Myrtle, la quale scivola negli inferi della propria crisi, riflessa nel fondo opaco di un bicchiere di scotch. Dilaniata e incupita, sconvolta dal trauma iniziale di aver visto morire in un incidente stradale un’ammiratrice all’uscita del teatro, Myrtle vede gli spettri delle proprie inquietudini trasformarsi in un’ossessione allucinatoria: la ragazza morta diviene un suo “doppio” medianico da affrontare e uccidere, lo spettro di una vecchiaia che incombe e di una carriera artistica in cui lei fatica a riconoscersi. Sulla scena è ingovernabile, ingestibile, per la disperazione di chi le recita accanto e di chi la dirige (l’ottimo Ben Gazzara, che interpreta il regista dello spettacolo che viene portato in scena e di cui in scena Myrtle cambia le parole, spiazzando continuamente i compagni di lavoro). Ne sortisce una mescolanza d’irrisorio e di sublime, in un’alternanza quasi dostoevskiana, un bilico sbilenco tra santità e derelizione, scandito da alcol e isteria. L’alcol in particolare rappresenta per Myrtle una sorta di elisir etilico che le consente di reggere la scena, compensazione effimera eppur sufficiente a colmarne il vuoto esistenziale almeno per il tempo della rappresentazione. Ma cessata quella, riprende la vita che, attenzione, non s’era sospesa sulla scena, bensì s’era riproposta, con tutte le sue tensioni irrisolte, con tutti i suoi nodi non sciolti: la schizofrenia vita/teatro si risolve in un teatro della schizofrenia, per cui Myrtle vive sulla scena e sbugiarda la finzione. Ed è un cinema della schizofrenia, che vede riflettersi in una pluralità di specchi le frammentazioni dell’io, fino a quando, nell’epilogo (ovvero la sera del debutto), Myrtle e Maurice giocano a confondere i piani fra realtà e finzione.
Realtà e finzione, scena e vita: La sera della prima confonde e sovrappone i piani, affidando l’incomunicabilità alla logorrea, a fiumi di parole con cui si è incapaci di intendersi, forse perché ciascuno recita una parte, anche fuori dal palcoscenico, forse perché questa parte (sulla scena, nella vita) comincia ad andare stretta a Myrtle, a soffocarla come attrice, ma prima ancora come donna, cosciente di recitare una finzione che non la rappresenta, costretta al redde rationem col proprio io dilaniato, con la propria coscienza trasfigurata nel doppio allucinatorio di una ragazza morta, spettro da allontanare, fardello da cui liberare un’anima inquieta.
Tra vita e finzione, fra cinema e teatro, John Cassavetes fa cinema e teatro. Frequentando su più piani il paradosso che sovrappone e confonde verità e menzogna, facendo cinema, facendo teatro, racconta la vita.





Retrovisioni
La sera della prima (Opening Night)
regia, soggetto e sceneggiatura
John Cassavetes
con Gena Rowlands, John Cassavetes, Ben Gazzara, Joan Blondell, Paul Stewart, Zohra Lampert, Laura Johnson, John Tuell, Ray Powers, Louise Fitch, Fred Draper, John Finnegan, Katherine Cassavetes, Lady Rowlands
fotografia Al Ruban
musiche Bo Harwood
produttore Al Ruban
paese USA
lingua originale inglese
colore a colori
anno 1978
durata 144 min.

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