“La mia non è indipendenza: è solitudine”

Pier Paolo Pasolini

Sabato, 12 Luglio 2014 06:25

Quando i bambini diventano "sacchi di patate"

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Nelle sale italiane, dal 26 Giugno, è giunta la pellicola Quel che sapeva Maisie, adattamento cinematografico dell’opera omonima di Herny James, datata 1897.
A prestare il volto alla protagonista di questa tenera e delicatissima storia è la piccolissima e talentuosa Onata Aprile, che ci sa offrire una Maisie taciturna, tutt’occhi, dalla sottile e profonda intelligenza, che la piccola si ritrova a vivere come una qualità segreta piuttosto che condivisa coi genitori naturali, impegnati nelle loro scaramucce personali, sfocianti in seguito in un vero e proprio divorzio.

Al centro degli insulti emotivi, delle diatribe, delle strategie distruttive che Susanna (interpretata da Julianne Moore) e Beale (interpretato da Steve Coogan)  rivolgeranno l’uno all’altra, ci sarà lei, l’incompreso frutto del loro disamore.
Maisie, piccola com’è, continuerà ad amare profondamente i genitori, che nel corso della storia convoleranno entrambi – immaturamente  – a seconde nozze, nonostante cerchino continuamente di usare la piccola per ferirsi reciprocamente, facendone ricettacolo di offese ed insulti rivolti all’altro genitore, che lei, con l’intelligenza del suo amore, terrà per sé, mentendo loro e preservando il proprio mondo interiore dal carico di dinamite che questi due adulti egoisti e irresponsabili sversano cinicamente nel cuore della propria figlia. Una storia attualissima, eppure scritta due secoli fa. L’opera di Herny James ci propone una Maisie più tetra e sofferente, più isolata e spaurita rispetto a quella che Scott McGehee e David Siegel hanno voluto riportare su pellicola: "Il suo piccolo mondo era fantasmagorico […] Spettacolo che pareva allestito per lei, soldo di cacio di bambina spaurita nel buio di un grande teatro".  In Ce que savait Maisie, adattamento televisivo francese del 1995, la protagonista non è molto distante dall’opera originaria, mostrando chiaramente la propria sofferenza per il nucleo familiare andato in frantumi. La rivisitazione di McGehee e Siegel fornisce invece nuovi colori a questa vicenda, caricandola di dolcezza e tenerezza: anzitutto, l’intera storia è raccontata “dal basso”, dal piccolo mondo della bambina – tant’è che le telecamere riprendono quasi l’intero film dall’altezza di Maisie, veicolando il suo punto di vista in cui il giudizio è assente, facendo del narrato materia naïve. È da tributare ai registi il merito di un gran senso della misura nel trattare temi così delicati in modo non soffocante o opprimente, mantenendo intatta la poetica dello sguardo della protagonista.
Di Maisie si racconta esclusivamente l’innocenza: il giudizio sorge prepotentemente nello spettatore quando vede la bambina “scaricata” da un genitore all’altro come un pacco postale (crediamo non sia un caso la pellicola sia stata intitolata in spagnolo ¿Qué hacemos con Maisie? – “Cosa ce ne facciamo di Maisie?”), quando i due, per inseguire le reciproche carriere, affidano Maisie ai primi che si offrano disponibili a prendersene cura, all’occasione, trattandola come un cagnolino randagio. Fortunatamente per la piccola ci sono Margot (interpretata da Joanna Vanderham), dapprima baby-sitter e in seguito seconda moglie di Beale, e Lincoln (interpretato da un ispirato Alexander Skarsgård), che colmeranno la sua lacuna d’amore e provvederanno alle inadempienze folli dei suoi genitori naturali. Margot – dolce, affidabile, servile, rispettosa – e Lincoln – umile, affettuoso, paterno, responsabile – diventeranno ciò che a Maisie è e sarebbe sempre mancato con Susanna e Beale; lei, rockstar al declino, irresponsabile e isterica; lui, ricco e sbruffone, assente, promettitore fallace, seduttore e manipolatore. Sotto la loro scellerata “tutela” la bambina viene trascinata al tribunale, tra una sentenza e l’altra, viene accompagnata a scuola e non c’è nessuno però che la vada a prendere perché i genitori non sanno accordarsi sulle turnazioni, le vengono promessi viaggi in barca dal padre che non la porterà mai con sé, le vengono fornite due camerette, entrambe piene di giocattoli e di tanto silenzio. Mentre gioca coi balocchi, rammenta a tratti Laura de Lo zoo di vetro (The Glass Menagerie, opera teatrale di Tennessee Williams), descritta attraverso le parole del fratello Tom: “Lei vive in un mondo tutto suo, fatto di piccoli ninnoli di vetro…”, fanciulla che non sa nemmeno cosa desiderare per sé stessa, quando la madre la invoglia a chiedere felicità alla luna. Lo spaesamento della solitudine di Maisie è spezzato da inquadrature ricche di colore, spesso tendente al citrino; luminose sono quasi tutte le scene, nonostante il grigiore degli accadimenti, a testimoniarci che la vis vitae della protagonista è tenacemente rigogliosa e che la sua speranza nel trovare la bellezza nelle piccole cose non si è mai davvero spenta, dietro le lacrime che le forzano la rima delle ciglia, perché, quando i bambini diventano “sacchi di patate”, c’è sempre qualcuno pronto a restituire dignità alla mutevole infanzia, alla primizia del loro sorriso, a donare loro la speranza di essere accolti in un giardino sicuro dove far sbocciare il fiore incerto della loro esistenza.

 

 

 

 

 

 

 

Quel che sapeva Maisie (What Maisie Knew)
regia
Scott McGehee, David Siegel
con Julianne Moore, Steve Coogan, Alexander Skarsgård, Onata Aprile, Joanna Vanderham, Sadie Rae, Jesse Stone Spadaccini, Amelia Campbell, Maddie Corman, Samantha Buck
fotografia Giles Nuttgens
montaggio Madeleine Gavin
musiche Nick Urata
produzione Red Crown Productions, Weinstock Productions, 10th Hole Productions
distribuzione Teodora Film
paese USA
lingua originale inglese
colore a colori
anno 2014 (2012)
durata 93 min.

 

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