“La memoria è una forma di coraggio”

Jean Vilar

Lunedì, 31 Maggio 2021 00:00

Performance come metodologia

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Con riferimento all’ambito artistico, inteso nella sua accezione più estesa, si ricorre con una certa disinvoltura al temine “performance” presupponendo forse di indicare con esso qualcosa di relativamente definito, salvo poi rendersi conto della sua sostanziale indeterminatezza; non a caso risulta difficile trovare un corrispettivo in lingua italiana capace di tradurre efficacemente il termine anglosassone.

Preso atto di ciò, piuttosto che preoccuparsi di “risolvere” tale indeterminatezza, l’artista Jacopo Miliani, nel suo recente volume Performance come metodologia. Gesti e scritture (Postmedia Books, 2021), si propone di “mettere in atto (performare) una serie di interrogativi attorno all’uso della performance come pratica conoscitiva”, dunque esamina alcuni metodi d’indagine che analizzano tale medium espressivo e “guarda a come la ricerca e l’esperienza conoscitiva presentino a loro volta dei tratti rapportabili alla performance”.
L’autore inizia con l’indagare l’uso del termine performance nel dibattito contemporaneo soffermandosi in particolare su come questo venga utilizzato da RoseLee Goldberg, Renato Barilli e Richard Schechner, considerandoli tanto come esempi di metodologie di studio sulla performance, quanto come “trascrizione di una personale lettura, selezione ed elaborazione della pratica conoscitiva”. Attraverso l’interpretazione delle loro indagini, Miliani ritiene di compiere a sua volta una performance che poi si preoccupa di documentare attraverso la scrittura permettendo così a chi legge di compiere un’esperienza diretta di come l’indagine sulla performance si trovi ad essere una metodologia di ricerca.
L’autore si sofferma dunque sull’uso di alcune figure retoriche al fine di esplicitare le ricerche da lui prese in esame. “La metafora della performance come avanguardia e della storia come autobiografia” caratterizza lo sguardo dell’autore sulla produzione di RoseLee Goldberg. La figura retorica della sineddoche, derivata dall’associazione di due termini esprimenti realtà differenti ma contigue logicamente, permette invece a Miliani di collegare l’analisi del medium della performance art proposta da Renato Barilli con l’esperienza compiuta da tale studioso nell’ambito del Gruppo 63 in un ben preciso contesto storico-culturale. Infine, la similitudine del “come una performance”, a cui ricorre l’antropologia teatrale formalizzata da Richard Schechner, “esplicita la possibilità di estendere la processualità vitale della performance a qualsiasi contesto”.
Miliani si prodiga poi nel performare un testo analizzando Dal rito al teatro di Victor Turner, saggio di importanza fondamentale nell’ambito dei performance studies anglosassoni. Tale analisi permette all’autore di addentrarsi nei rapporti tra performance e antropologia. Partendo dagli studi turneriani improntanti a vedere la struttura drammatica del teatro occidentale come uno strumento per un’indagine comparativa dei fenomeni rituali, Miliani sperimenta una metodologia che vede nella performance un parametro di riferimento. È dunque la stessa interpretazione dell’autore del testo turneriano a poter essere considerata un esempio di metodologia performativa.
L’autore accompagna chi legge verso la perdita delle categorie classificatorie, de-costruendo così l’idea di identità del soggetto che, proprio attraverso il suo performare determina un processo di trasformazione del sé. Nuovamente la performance viene utilizzata come metodologia di scrittura e interpretazione tanto attraverso testi altrui che nella composizione della riflessione dell’autore che permette al lettore di prendere parte al percorso narrativo tramite un processo labirintico di disorientamento e trasformazione. La pratica testuale si focalizza così su quello che Miliani considera “il rituale per eccellenza della società occidentale: la costruzione e l’uso del linguaggio verbale”.
Nell’ultima parte del saggio, focalizzandosi sul corpo che agisce nello spazio, l’autore propone un altro esempio di performance intesa come metodologia conoscitiva. Riprendendo Maurice Merleau-Ponty a proposito del rapporto tra costruzione dello spazio ed esperienza percettiva del soggetto, Miliani mette in discussione la distinzione tra pratica e teoria proposta da RoseLee Goldberg. “La centralità del corpo nella costruzione e nella conoscenza della dimensione spaziale” diviene la lente attraverso cui Miliani osserva la pratica della “deriva situazionista” e alcuni esempi di performance degli anni Settanta.
“All’interno dello spazio che unisce e al contempo divide coloro che lo abitano, si instaurano dei rapporti differenziali tra soggettività diverse: queste vengono [...] esplicitate attraverso l’analisi della relazione tra spettatore e attore, elemento costituente della pratica performativa. Il rapporto ambivalente tra questi due ruoli mette in luce come la presenza di un ‘altro’ e la conseguente percezione dell’alterità necessitino di uno spazio di condivisione e di apprendimento”. È l’imperante autoreferenzialità in cui si adagia l’individuo contemporaneo, sostiene Miliani, a privarlo della possibilità di sperimentare e performare una vera e propria messa in discussione si sé; quest’ultima può infatti darsi soltanto attraverso la percezione di quello che non si è.
Il procedere per tentativi e smarrimenti delle certezze proprio delle pratiche processuali della performance si ritrova anche nella scrittura di Miliani: “Questa guarda alla performance come a una metodologia che vuole portare il lettore verso una trasformazione. Il cambiamento è una delle componenti primarie del corpo in azione: il gesto presente in ogni performance è di per sé sempre altro e diverso”. Dunque, sostiene l’autore, la gestualità si presenta nel volume tanto nella “pratica di scrittura” legata a specifici contesti spazio-temporali, quanto “nell’interpretazione della lettura di altri documenti”, di qualsiasi tipo essi siano.





Jacopo Miliani
Performance come metodologia. Gesti e scritture
Postmedia Books, Milano, 2021
pp. 234

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