“Un dio è l’uomo quando sogna, un mendicante quando riflette”

Friedrich Hölderlin

Giovedì, 03 Settembre 2020 00:00

Un altro sguardo è possibile: Tano D’Amico

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“L’immagine può fondersi con la realtà? Può modificare la realtà? Non dopo, ma prima di essere realizzata – perché lo sappiamo tutti che poi, una volta resa pubblica, l’immagine influisce sulla realtà. È di questo che abbiamo vissuto, cineasti, fotografi di movimenti...

E il punto è: mentre viene fatta, l’immagine può fondersi con la realtà e cambiarne il percorso? Anche per poco, intendo, anche solo negli attimi in cui l’immagine trova la sua forma, negli attimi in cui occhio e obiettivo sono puntati sulla realtà. Può l’immagine mischiarsi con la vita? Non dopo, ma mentre la si fa, istante per istante? Un attimo di immagine per ogni attimo di vita. Può l’immagine aggiungere qualcosa alla vita? Può aiutarla? Può opporsi alla morte? L’immagine può amare così tanto la vita da cambiarne il destino?”.
È con tali interrogativi che si confronta il fotografo Tano D’Amico nel suo  recente volume Fotografia e destino. Appunti sull’immagine (Mimesis, 2020).
La bellezza formale che si ritrova negli scattati di molti grandi fotografi occidentali, denuncia D’Amico, è una “bellezza escludente”, nel senso che tende a far sentire intruso chi non fa parte della storia ufficiale occidentale, perché, in definitiva, è sempre e solo di questa che tessono le lodi tali immagini. A essere esclusi da tali scatti non sono solo coloro che “non appartengono” all’Occidente, ma anche quanti ne fanno parte da sottomessi e vinti. A essere divenuta egemonica è quella che D’Amico definisce la “fotografia dei soddisfatti”, questa è stata imposta come “fotografia di tutti”. A tali scatti non interessa mostrare i drammi dell’umanità, intenti come sono a celebrare e ingigantire i ruoli sociali esistenti sminuendo le persone comuni preoccupandosi di celare quanto le accomuna.
Il sistema vigente impone che, al pari delle merci, tanto gli operai quanto le immagini, scrive D’Amico, siano intercambiabili, utili per qualsiasi scopo o discorso, privi di un significato proprio. In questa società, così come un operaio vale l’altro, altrettanto un’immagine vale l’altra e lo stesso vale per un fotografo: tutto è ridotto a “macchina”, tutto è privato di valore umano.
“Nella rappresentazione fotografica degli operai – così come nelle loro vite – si percepisce quella tensione continua che sottrae, a persone rinchiuse in un ruolo, conoscenza, consapevolezza, cultura, umanità. Che toglie loro ogni possibilità di sfuggire a chi gli concede solamente di sopravvivere. Permettendogli solo di essere appendice stanca di una macchina, appendice inerme della tecnologia. Non lascia loro che il corpo e la fatica. La cultura, lo sguardo, cresce proprio su questo terreno, e da qui prende forma e si sviluppa”.
Il legame tra operai e immagine è sempre stato più forte di quello tra operai e parola scritta. “Si trovano tracce, segni, dell’indipendenza culturale degli operai, dei conflitti operai, nelle immagini e nello sguardo di chi le immagini le ha scattate. Pensiamo alla pittura, al disegno, alla fotografia al tempo della Comune. Mostrano le istanze che portarono agli avvenimenti successivi. Il modo di guardare la realtà e di guardarsi. Gli sguardi di quel periodo. Si capisce che era preferibile farsi uccidere piuttosto che perdere quel modo di guardarsi. Un modo di guardarsi che è il contrario della fabbrica, il contrario dello sfruttamento di esseri umani. Senza la Comune non avremmo avuto l’Impressionismo. Lo sguardo di noi esseri umani sarebbe stato diverso. Pensiamo alla fotografia, ai ritratti che Nadar realizza con gli amici, al loro sguardo, a come il fotografo li guarda. Qualcosa che la storia rimuove. Nei loro occhi si ritrova il rimosso della storia, il rimosso della cultura. Ci sono stati conflitti operai che hanno alimentato la consapevolezza che appartiene a tutto il genere umano. Gli operai muoiono sempre. I moti, le rivolte che hanno portato ai diritti, al nostro desiderio di autentica democrazia sono stati pagati con le vite degli operai. Ma la loro vita, la loro condizione è migliorata sempre solo di poco. Le vittorie e le sconfitte delle operaie sono state determinanti per la libertà, la cultura, la consapevolezza, i valori, i sentimenti, i diritti dell’umanità. Non si conosce molto di quei conflitti. Non si vuole conoscere molto, nemmeno l’indispensabile. Come le istanze che portarono al conflitto avessero preso forma, chi fossero i messaggeri di quelle istanze, di che pasta fossero fatti, come pensavano, come parlavano, come vivevano”.
Le “immagini belle”, così come i movimenti, sostiene D’Amico, sono fatte di amore, di speranze, di inquietudini, di insoddisfazioni e di sete di giustizia, verità e bellezza. Le “fotografie belle” non possono essere progettate a tavolino; è la realtà a suggerirle. “Penso di non avere mai guardato le immagini con gli occhi di chi valuta, giudica, mette il voto. Guardo alle immagini con gli occhi del mendicante, del miserabile che chiede aiuto in questa vita. Che ha bisogno di compagnia nella solitudine di questa vita. Spero mi facciano compagnia anche nella morte”.
Nelle vecchie macchine fotografiche con cui ha lavorato, D’Amico sostiene sia possibile cogliere il mondo che le ha costruite; sono percepibili in esse i conflitti che hanno attraversato la Repubblica di Weimar. Macchine nate “quando si combatteva per le immagini”, capaci di affrontare tanto le molteplici sfumature della realtà quotidiana, quanto l’astrattezza più assoluta, macchine in grado di cogliere la casualità come di realizzare un tipo di fotografia pensata e attesa.
Le macchine di oggi, continua D’Amico, sembrano invece “più funzionali all’acriticità, alla realtà così com’è. Giocano tutto sulla rapidità. Sembrano costruite per l’acritica cattura dell’attimo. Chi le ha progettate non ha tenuto in nessun conto il prima. Quello che viene prima. Non ha tenuto in conto la scelta, la decisione”. Dunque si tratta di macchine fotografiche che lavorano come uno specchio, e in esso “non c’è spazio per il prima, per il contesto, per l’esitazione, per la scelta. Chi ha concepito queste macchine fotografiche pensa che le immagini siano onde emanate dagli avvenimenti. Le macchine le captano. L’uomo e la sua personale dimensione dell’immagine rimangono fuori dallo specchio”.
Fotografia e destino, oltre alle riflessioni dell’autore sul ruolo della fotografia, raccoglie scatti da lui  realizzati nel corso degli anni Settanta a operai di Porto Torres e Torino, donne in lotta a Roma, scene di vita nei vicoli napoletani, mobilitazioni nei quartieri e capannelli alla Sapienza o sotto le mura di Rebibbia in rivolta... poi immagini del cambio di decennio ai cancelli di Mirafiori e nei paesaggi dolenti dell’Irpinia devastata dal terremoto, e ancora blindati, guardie, manifestanti, accampamenti sotto i portici, case occupate e via dicendo fino ai nostri giorni.
Insomma, un susseguirsi di immagini “altre”, “diverse”, capaci di rendere l’umanità ferita, lacerata e ribelle, colta nella sua irriducibile dignità e sete di giustizia. Perché, afferma D’Amico, se si intende davvero mette in discussione un sistema, occorre innanzitutto imporsi di “cambiare lo sguardo”; non è un caso se l’immagine nuova, diversa, compare proprio quando si dispiega il conflitto. Senza pensare, realizzare e accogliere un’immagine diversa da quella egemonica, si resta succubi della cultura del potere e se non si sente l’esigenza di un’immagine diversa, sostiene il fotografo, significa che non si sente davvero nemmeno l’esigenza di affrancarsi dallo sguardo di chi comanda.





Tano D’Amico
Fotografia e destino. Appunti sull’immagine
Mimesis edizioni, Milano-Udine 2020
pp. 104

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