"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Lunedì, 20 Maggio 2019 00:00

Warhol oltre Warhol

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In Andy Warhol si può vedere l’artista che, forse più di ogni altro nella sua epoca, si è talmente identificato nelle icone dell’immaginario collettivo statunitense da riprodurle in arte. Quando ancora la scena artistica nordamericana è caratterizzata dal fenomeno dell’abstract expressionism, una poetica incentrata sulla materia, Warhol inizia ad occuparsi degli oggetti prodotti industrialmente rifacendosi ad immagini derivate dalla civiltà di massa – fumetti, prodotti industriali ecc. – ricorrendo a tecniche esse stesse derivate dal mondo dei mass media e della produzione in serie, tanto che le sue proposte artistiche sono state spesso interpretate come mera celebrazione della banalità consumista.

Di certo l’artista comprende con grande lucidità, e di questo occorre dargli atto, come nella “società dello spettacolo” in cui si trova a vivere, assumono il rango di merci non solo i “prodotti da supermercato”, come la Coca-Cola o la Campbell’s soup, ma anche le star del cinema e della musica e persino gli incidenti aerei o automobilistici e la stessa sedia elettrica. Già, anche i tragici eventi – a cui Warhol dedica le serie Car Crash, Death and Disaster ed Electric Chair – divengono merci una volta che i mass media li trasformano in immagini di consumo.
Pure la banalità quotidiana è riducibile a merce di consumo nel momento in cui subisce un processo di spettacolarizzazione: si pensi alle produzioni audiovisive realizzate da Warhol come Sleep (1963) ed Empire (1964) – in cui, anticipando per certi versi l’attuale real-tv, la macchina da presa si limita a registrare un individuo durante il sonno o il panorama urbano – o al romanzo A: a Novel (1968), in cui l’artista trascrive letteralmente le banali conversazioni quotidiane. Stessa sorte tocca alle icone della storia dell’arte – come The Last Supper, serie degli ani ’80 ispirata al cenacolo leonardesco – e persino all’immagine del leader cinese Mao: anche il rivoluzionario comunista viene ricondotto ad immagine di consumo nell’Occidente capitalista.
Non è però Warhol a trasformare tutto in merce: di ciò si occupa il sistema trionfante nella società occidentale, soprattutto nordamericana, e l’artista si limita a palesarlo/riprodurlo attraverso la sua arte. Al limite Warhol può essere accusato di “fiancheggiamento” e se aver ridotto l’arte a passiva celebrazione dell’esistente può essere una colpa, in ciò egli risulta comunque in buona compagnia con buona parte della storia dell’arte, quell’arte che è sempre stata al servizio dei potenti, avevano denunciato i dadaisti a metà degli anni Dieci del secolo scorso.
Recentemente, grazie all’editore Postmedia Books di Milano, è stata pubblicata in lingua italiana, con traduzione di Antonio Fedele, una breve ma interessante raccolta di scritti dedicati all’artista cresciuto a Pittsburgh – Andy Warhol (2018) a cura di Annette Michelson – contenente saggi di Benjamin H.D. Buchloh, Thomas Crow, Hal Foster, Rosalind Krauss, Annette Michelson, oltre a un’intervista inedita e un intervento di Carla Subrizi. In edizione originale il libro è uscito nel 2001, pubblicato da The MIT Press del Massachusetts Institute of Technology a cura della stessa Michelson, studiosa che ha sapientemente raccolto alcuni scritti apparsi in precedenza su altre pubblicazioni. I saggi, seppur elaborati tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, riproposti all’inizio del nuovo millennio si prestano a nuove riflessioni su Warhol e sul panorama artistico dell’epoca, smussando le letture più marcatamente propense a ridurre il fenomeno Pop art/Warhol a mera celebrazione del  consumismo.
Quali furono i motivi che portarono al “primato dell’oggetto”? Perché tale svolta artistica è stata così fortemente criticata? Gli autori, nei loro diversi interventi raccolti dal libro, riflettono a distanza di tempo su come in quel particolare momento storico compreso tra la metà degli anni Cinquanta ed i primi Sessanta, un artista negli Stati Uniti potesse affrontare il grande quesito circa l’abbandonare o meno il fare pittorico tradizionale. Nel suo saggio L’arte unidimensionale di Andy Warhol: 1956-1966, Buchloh ricorda come giunti al superamento di Pollock, gli artisti statunitensi si trovino a dover scegliere se indirizzarsi verso la “ritualità pittorica” o “depittorializzare” le poetiche. Crow, nel suo Saturday Disasters. Traccia e referenza nelle prime opere di Warhol, concentrandosi sulla prima produzione warholiana, in particolare sulla serie dedicata a Marilyn, giunge ad individuarvi elementi di critica alla società spettacolare-consumista: la celebrazione dell’artista di Pittsburgh della diva hollywoodiana sarebbe leggibile come un omaggio ad una vittima di quella società.
Su quanto Warhol fosse complice o critico nei confronti dei processi di mercificazione dell’epoca in cui ha vissuto è difficile esprimersi e probabilmente su questo ci si continuerà a dividere, così come è difficile definire quanta consapevolezza avesse l’autore a proposito delle riflessioni che le sue opere averebbero lasciato ai posteri. Resta il fatto che, per certi versi, l’opera warholiana non solo ha influenzato, comunque la si pensi, nel bene o nel male, l’arte successiva, ma si dimostra in grado, a maggior ragione oggi, di farci riflettere circa gli sconfinamenti tra reale, copia, spettacolo e finzione.
A partire dalla fine degli anni Novanta, l’antropologo Marc Augé è giunto a parlare di “finzionalizzazione”, di messa in finzione della realtà, segnalando come a cavallo del passaggio di millennio, soprattutto a causa del mezzo televisivo, la realtà sembri ormai avviata a riprodurre la finzione. Sulla falsariga dell’allarme lanciato dall’antropologo, anche Jean Baudrillard ed altri studiosi si sono posti il problema della progressiva scomparsa del reale nell’epoca dei simulacri e della difficoltà sempre più evidente nel discernere il reale dal finzionale.
Provando a guardare a Warhol oltre Warhol, per certi versi, è possibile intravedere nelle sue opere qualcosa di quell’intreccio inestricabile tra reale, copia, spettacolo e finzione che contraddistingue il mondo in cui viviamo. Al di là delle partigianerie nei riguardi del re della Pop art statunitense, al di là di ogni – pur doverosa – filologia warholiana, forse varrebbe la pena cogliere nelle poetiche dell’oggetto degli anni Sessanta l’avvio di una riflessione che ci porta ad alcune grandi questioni che riguardano l’attualità.





Andy Warhol
a cura di Annette Michelson

Postmedia Books, Milano, 2018
pp. 196

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