“Perché per spiegare il prologo del Decameron, che è una questione di peste, morte, fuga, avete bisogno di di dieci pagine sulla civiltà comunale del Trecento, altre dieci sulla mimesi e la diegesi in Boccaccio, e magari altre dieci ancora per prendere in esame le opinioni di tutti quelli che vi hanno preceduto? Siete matti? Non lo vedete in televisione che fine sta facendo l'arte? Gli Uffizi devastati? Le case della mafia dentro i templi di Agrigento? Il ponte di Monstar distrutto a cannonate? Questo succede quando i popoli perdono coscienza che un romanzo o un quadro li riguardano, in quanto individui e in quanto parte di una comunità”

Emanuele Trevi

Lunedì, 20 Maggio 2019 00:00

Warhol oltre Warhol

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In Andy Warhol si può vedere l’artista che, forse più di ogni altro nella sua epoca, si è talmente identificato nelle icone dell’immaginario collettivo statunitense da riprodurle in arte. Quando ancora la scena artistica nordamericana è caratterizzata dal fenomeno dell’abstract expressionism, una poetica incentrata sulla materia, Warhol inizia ad occuparsi degli oggetti prodotti industrialmente rifacendosi ad immagini derivate dalla civiltà di massa – fumetti, prodotti industriali ecc. – ricorrendo a tecniche esse stesse derivate dal mondo dei mass media e della produzione in serie, tanto che le sue proposte artistiche sono state spesso interpretate come mera celebrazione della banalità consumista.

Di certo l’artista comprende con grande lucidità, e di questo occorre dargli atto, come nella “società dello spettacolo” in cui si trova a vivere, assumono il rango di merci non solo i “prodotti da supermercato”, come la Coca-Cola o la Campbell’s soup, ma anche le star del cinema e della musica e persino gli incidenti aerei o automobilistici e la stessa sedia elettrica. Già, anche i tragici eventi – a cui Warhol dedica le serie Car Crash, Death and Disaster ed Electric Chair – divengono merci una volta che i mass media li trasformano in immagini di consumo.
Pure la banalità quotidiana è riducibile a merce di consumo nel momento in cui subisce un processo di spettacolarizzazione: si pensi alle produzioni audiovisive realizzate da Warhol come Sleep (1963) ed Empire (1964) – in cui, anticipando per certi versi l’attuale real-tv, la macchina da presa si limita a registrare un individuo durante il sonno o il panorama urbano – o al romanzo A: a Novel (1968), in cui l’artista trascrive letteralmente le banali conversazioni quotidiane. Stessa sorte tocca alle icone della storia dell’arte – come The Last Supper, serie degli ani ’80 ispirata al cenacolo leonardesco – e persino all’immagine del leader cinese Mao: anche il rivoluzionario comunista viene ricondotto ad immagine di consumo nell’Occidente capitalista.
Non è però Warhol a trasformare tutto in merce: di ciò si occupa il sistema trionfante nella società occidentale, soprattutto nordamericana, e l’artista si limita a palesarlo/riprodurlo attraverso la sua arte. Al limite Warhol può essere accusato di “fiancheggiamento” e se aver ridotto l’arte a passiva celebrazione dell’esistente può essere una colpa, in ciò egli risulta comunque in buona compagnia con buona parte della storia dell’arte, quell’arte che è sempre stata al servizio dei potenti, avevano denunciato i dadaisti a metà degli anni Dieci del secolo scorso.
Recentemente, grazie all’editore Postmedia Books di Milano, è stata pubblicata in lingua italiana, con traduzione di Antonio Fedele, una breve ma interessante raccolta di scritti dedicati all’artista cresciuto a Pittsburgh – Andy Warhol (2018) a cura di Annette Michelson – contenente saggi di Benjamin H.D. Buchloh, Thomas Crow, Hal Foster, Rosalind Krauss, Annette Michelson, oltre a un’intervista inedita e un intervento di Carla Subrizi. In edizione originale il libro è uscito nel 2001, pubblicato da The MIT Press del Massachusetts Institute of Technology a cura della stessa Michelson, studiosa che ha sapientemente raccolto alcuni scritti apparsi in precedenza su altre pubblicazioni. I saggi, seppur elaborati tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, riproposti all’inizio del nuovo millennio si prestano a nuove riflessioni su Warhol e sul panorama artistico dell’epoca, smussando le letture più marcatamente propense a ridurre il fenomeno Pop art/Warhol a mera celebrazione del  consumismo.
Quali furono i motivi che portarono al “primato dell’oggetto”? Perché tale svolta artistica è stata così fortemente criticata? Gli autori, nei loro diversi interventi raccolti dal libro, riflettono a distanza di tempo su come in quel particolare momento storico compreso tra la metà degli anni Cinquanta ed i primi Sessanta, un artista negli Stati Uniti potesse affrontare il grande quesito circa l’abbandonare o meno il fare pittorico tradizionale. Nel suo saggio L’arte unidimensionale di Andy Warhol: 1956-1966, Buchloh ricorda come giunti al superamento di Pollock, gli artisti statunitensi si trovino a dover scegliere se indirizzarsi verso la “ritualità pittorica” o “depittorializzare” le poetiche. Crow, nel suo Saturday Disasters. Traccia e referenza nelle prime opere di Warhol, concentrandosi sulla prima produzione warholiana, in particolare sulla serie dedicata a Marilyn, giunge ad individuarvi elementi di critica alla società spettacolare-consumista: la celebrazione dell’artista di Pittsburgh della diva hollywoodiana sarebbe leggibile come un omaggio ad una vittima di quella società.
Su quanto Warhol fosse complice o critico nei confronti dei processi di mercificazione dell’epoca in cui ha vissuto è difficile esprimersi e probabilmente su questo ci si continuerà a dividere, così come è difficile definire quanta consapevolezza avesse l’autore a proposito delle riflessioni che le sue opere averebbero lasciato ai posteri. Resta il fatto che, per certi versi, l’opera warholiana non solo ha influenzato, comunque la si pensi, nel bene o nel male, l’arte successiva, ma si dimostra in grado, a maggior ragione oggi, di farci riflettere circa gli sconfinamenti tra reale, copia, spettacolo e finzione.
A partire dalla fine degli anni Novanta, l’antropologo Marc Augé è giunto a parlare di “finzionalizzazione”, di messa in finzione della realtà, segnalando come a cavallo del passaggio di millennio, soprattutto a causa del mezzo televisivo, la realtà sembri ormai avviata a riprodurre la finzione. Sulla falsariga dell’allarme lanciato dall’antropologo, anche Jean Baudrillard ed altri studiosi si sono posti il problema della progressiva scomparsa del reale nell’epoca dei simulacri e della difficoltà sempre più evidente nel discernere il reale dal finzionale.
Provando a guardare a Warhol oltre Warhol, per certi versi, è possibile intravedere nelle sue opere qualcosa di quell’intreccio inestricabile tra reale, copia, spettacolo e finzione che contraddistingue il mondo in cui viviamo. Al di là delle partigianerie nei riguardi del re della Pop art statunitense, al di là di ogni – pur doverosa – filologia warholiana, forse varrebbe la pena cogliere nelle poetiche dell’oggetto degli anni Sessanta l’avvio di una riflessione che ci porta ad alcune grandi questioni che riguardano l’attualità.





Andy Warhol
a cura di Annette Michelson

Postmedia Books, Milano, 2018
pp. 196

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