“La mia non è indipendenza: è solitudine”

Pier Paolo Pasolini

Sabato, 01 Giugno 2019 00:00

Duchamp politique secondo Pablo Echaurren

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Il recente pamphlet di Pablo Echaurren Duchamp politique (2019) – dato alle stampe dall’editore Postmedia in un’edizione a tiratura limitata, con una particolare rilegatura con filo a vista senza copertina patinata d’ordinanza – approfondisce “il Duchamp politico (Du  champ politique) e il Duchamp morale (mai moralista), il Duchamp che ha mescolato costantemente arte e vita, che ha dato alla propria esistenza uno stile ben preciso e in tutte le umane vicende ha assunto un comportamento di una sobrietà e di una linearità esemplari. Spettacolari in senso inverso, fragorosi per quanto sono stati silenziosi e poco vistosi”.

Se Duchamp ha sicuramente avuto numerosi imitatori, il Duchamp politico e quello morale, sostiene Echaurren, sono sicuramente stati meno imitati. Il francese ha spesso dichiarato e dimostrato di non essere interessato alla fama ed al denaro; anzi, ha fatto di tutto per sottrarsi da tali schiavitù. Duchamp pare aver perfettamente compreso che una volta affrancatosi dalla sudditanza dai papi e dai sovrani, l’artista contemporaneo si è ritrovato ostaggio di un nuovo despota: il sistema economico. L’artista si è liberato nel mercato senza liberarsi del mercato. Così si è espresso Duchamp: “Il grande artista di domani dovrà entrare in clandestinità. Se avrà fortuna sarà riconosciuto dopo la sua morte, ma potrebbe anche passare inosservato. Entrare in clandestinità significa non essere tenuto a interagire in termini monetari con la società. Egli non dovrà accettare l'integrazione. [...] oggi un artista può essere un genio, ma se si lascia viziare o contaminare dal fiume di denaro che gli gira intorno il suo genio si scioglierà fino a diventare zero”.
A proposito del ready-made Duchamp afferma che deve essere inteso non come un’opera di un artista ma di un non-artista, un artigiano. E tale volontà di evitare che l’artista si trasformi in mero imprenditore rimanda, secondo Echaurren, al fascino che il mondo pre-moderno, il medioevo, ha esercitato su William Morris conducendolo ad opporsi “all’obsolescenza programmata e al consumismo in generale”.
“C’è un bisogno in Duchamp di lavorare con le mani a cose di poco conto, non particolarmente e socialmente rilevanti, come accade nell’hobbistica”. E l’hobby, continua l’autore, “serve a compensare l’alienazione in cui è precipitato il lavoro che ci viene inflitto quotidianamente, ma se il lavoro è creativo allora il discorso si sposta sul rifiuto della propria stessa creatività sentita come fuorviata, alienata. Alienata dalle condizioni in cui ci si trova a praticarla: la società borghese, la competizione, l’economia di mercato, per esempio”. Duchamp, continua Echaurren, in antitesi alle leggi del mercato, trasmette un senso di “tranquillità emotiva, di abbandono di ogni competitività, di ogni rivalità, di ogni rissosità”. Duchamp invita a “operare con lentezza” in modo che il mercato non possa “creare né un’offerta né una domanda degne di questo nome: ingenerare una paralisi del sistema”.
“Come l’operaismo teorizza che l’operaio prendendo coscienza della propria forza e dello sfruttamento cui è sottoposto, non può che rifiutare il lavoro e perdere così la propria identità mettendo in crisi il capitale, altrettanto Duchamp crede che l’artista debba defilarsi, mettersi nella condizione di non farsi accalappiare dal business, scomparire se necessario”. Nonostante Duchamp sia sempre stato poco incline a prendere parte ad eventi politici e sociali, il suo operato si è rivelato “un atto di guerriglia contro il sistema di autoavvaloramento tipico del mondo dell’arte e dell’economia dominante”.
“L’ozio di Duchamp è una forma elaborata di rifiuto del lavoro e di rigetto della società capitalistica. L’ozio, il silenzio, l’appartarsi dalla scena, il rifugiarsi negli scacchi, sono le varie facce di una rivolta pacifica contro l'accumulazione (di cose, di denaro, di potere, di opere d’arte) [...]. Tale strenua difesa dell’inoperosità, proprio come in Paul Lafargue (di cui Duchamp dice di condividere le idee), non è fine a se stessa, coincide in pieno con la critica di un modus operandi, di un amore per il lavoro (che agli occhi di Duchamp è sempre ‘travaux forcés’) che ha contagiato anche il campo artistico. Per Duchamp l’artista è ormai pienamente compromesso con i processi di ottimizzazione tayloristi, privo di tempi morti, di pause, sottomesso al dio denaro”. “Preferisco vivere, respirare piuttosto che lavorare”.
Per certi versi, sostiene Echaurren, è il ricorso al ready-made che esprime al meglio il Duchamp politico (Du champ politique): “il ready-made (che è evidente espressione di un oggetto deprivato di ogni valore d’uso) è, oggettivamente, un monumento alla merce allo stato puro, simbolo e denuncia dello stato di scissione, di lacerazione, in cui versa una società basata sull’adorazione del capitale cristallizzato, dei suoi prodotti spossessati di ogni reale funzione e dell’arte che, a sua volta, subisce lo stesso identico trattamento di astrazione”. Il ready-made, nel suo proporsi come opera priva di ogni valore estetico, “diviene specchio della merce a sua volta svuotata di ogni valore d’uso, ambedue le cose hanno perso la loro originaria concretezza riconvertendosi in un prodotto dell’alienazione, dell’espropriazione di senso e di umanità”. Attraverso il ready-made il francese sembrerebbe palesare lo stato in cui versa l’arte contemporanea.
Se l’intera produzione umana è frutto di creatività, questa nel tempo è stata sottratta agli esseri umani ed affidata agli “specialisti”, dunque, sostiene Echaurren, finisce con l’essere alienata. Attraverso il ready-made la creatività torna invece a circolare liberamente tra gli individui. “Il ready-made dà libero corso a un’avanguardia di massa, dà libero sfogo alla moltitudine”, per certi versi, continua l’autore, sembra quasi anticipare la pratica del punk “che consiste nel ricostruire l’orizzonte esistenziale a partire dal grado zero del gusto, dal disgusto perfino, dalle proprie capacità anche se grezze e incerte, senza cercare altrove attestazioni o conferme”.
La classe dominante, però, ricorda Echaurren, non è restata a guardare: questa ha saputo convincere il popolo (in accezione epica, mitologica, estetizzante) che il ready-made è un’opera da museo: “Incapace di sostenere l’effetto deflagrante del suo valore d’uso il sistema dell’arte cerca di recuperarlo alla propria visione capovolta della realtà assegnandogli un valore di scambio”. E così l’aspetto ludico del ready-made si tramuta in idolo da adorare in un museo.
L’intera vita del francese restituisce i ritratto “di un antimilitarista, di un antinazionalista, di un anticonsumista, di un antistacanovista” ma la politicità di Duchamp non è da ricercare in pubbliche prese di posizione e non è nemmeno riconducibile alla sola sua carica antiestetica: la politicità di Duchamp è piuttosto da ricercare nella condotta intransigente da lui mantenuta nonostante l’affannoso tentativo del sistema dell’arte di disinnescare la portata eversiva del suo operare al fine di recuperarlo museificandolo.
In conclusione di pamphlet scrive Echaurren che “Il lascito di Duchamp non è un patrimonio di opere da battere in asta in un gioco al rialzo sempre più spinto, non è una quantità di capolavori da spartirsi tra collezionisti e musei di tutto il mondo per soddisfare le richieste di un mercato sempre più globalizzato. Nient'affatto, ciò che ci lascia è un capitale immateriale di cui, innegabilmente, fa parte il messaggio a ribellarsi allo ‘stato presente delle cose’ all'interno del sistema dell'arte, a reagire attivamente contro quella che possiamo tranquillamente definire ‘Wall Street Art’, un'arte sensibile più alla borsa che alla vita”. Ed è con una punta di amarezza che Echaurren ricorda: “Nel 1977, noi ci avevamo provato, avevamo esortato il movimento, all'interno del quale ci trovavamo ad operare, ad usare Duchamp come uno strumento politico, a servirsi di Duchamp come d’un tatzebao su cui rimodulare, rimodellare le nostre parole d’ordine e di disordine: ‘U/siamo tutti Duchamp’. Pensavamo che il clima fosse proficuo per sancire la morte dell’arte realizzandola nella vita quotidiana”.





Pablo Echaurren
Duchamp politique

Postmedia books, Milano, 2019
Edizione a tiratura limitata (363 copie)
pp. 64 (con 10 illustrazioni)

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