“Uno scrittore dovrebbe vivere in provincia: non solo perché qui è più facile lavorare, perché c'è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia è un campo di osservazione di prim'ordine. I fenomeni, sociali, umani e di costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, qui li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali”.

Luciano Bianciardi

Sabato, 20 Aprile 2019 00:00

Dell'inutilità dell'arte (e) della contemporaneità

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Uscito per la prima volta nel 2002, è stato recentemente ripubblicato il libro Discorso sull’orrore dell’arte (Elèuthera, 2019) in cui l’artista Enrico Baj ed il filosofo-urbanista Paul Virilio discutono delle modalità con cui l’arte e gli spazi che la espongono vengono percepiti a ridosso del cambio di millennio.

“Il destino attuale dell’arte, la sua evoluzione, sembrano essere una delle dimensioni privilegiate per cogliere lo spirito dei tempi, anzi il mercato dell’arte ha preannunciato la New Economy e molte altre virtualità. Nella maniera di rapportarsi all’arte si è prodotto una sorta di plusvalore che è divenuto talmente importante da rendere impossibile una critica seria”.
In tale contesto, secondo i due, la critica sembra spesso non andare oltre al mero pettegolezzo celebrativo e l’opera d’arte pare giocarsi le sue carte in maniera del tutto autoreferenziale, come una macchina progettata al mero scopo di produrre “pseudo-filosofie, pseudo-estetiche, pseudo-problematiche”. Una macchina inutile, dunque.
Baj e Virilio manifestano una critica serrata nei confronti del sistema-arte contemporaneo caratterizzato, a loro dire, dall’autorefernzialità dei direttori dei musei, dei curatori di mostre, dei critici e delle opere d’arte stesse, il tutto indirizzato alla logica dello spettacolo e alla speculazione del mercato. Un intero sistema che, nella sua autoreferenzialità, risulta totalmente chiuso in se stesso, precluso al pubblico se non per una piccola parte che gli compete (utile comunque a produrre profitto): “L’arte, come tutto oggi, diventa affare di esperti, mentre gli altri sono esclusi, possono solo partecipare a visite guidate, tanto per informarsi”.
Ad essere attaccata dai due è anche la marginalità a cui sono costrette le arti plastiche, la cui crisi, sostiene Virilio, sarebbe “il proseguimento di quello che è accaduto negli anni Venti e Trenta tra il cinema e la pittura [...]. Il cinema parlato ha inferto un colpo fatale alle immagini: il sonoro ha anticipato quel che succede oggi con il video e l’infografia. L’arte motorizzata, attraverso la video arte e l’informatica, ha contribuito a eliminare progressivamente molte tecniche della rappresentazione”. Il sistema-arte contemporaneo sembrerebbe quasi imporre il divieto di dipingere; nelle gallerie newyorkesi imperversano foto e video installazioni. “Le immagini che contano sono quelle che la tecnica rende vistose e con cui la qualità dell’artista non ha nulla a che vedere”, sostiene Baj.
Secondo Virilio, per certi versi, artisti come Alberto Giacometti e Francis Bacon, con le loro immagini capaci di mostrare il “miserabilismo dell’uomo”, hanno annunciato la deriva verso cui si sarebbe andati, una deriva in cui, commenta Baj, l’essere umano risulta “oppresso dalla tecnica e la cui immagine diviene sempre più miserabile”. Nel suo disperdersi nel web, nel tentativo di superare se stesso, l’essere umano parrebbe subire un vero e proprio processo di disincarnazione, di annullamento fisico.
“Da un lato vi è la società che spinge nella direzione dell’annientamento critico e morale, dall’altro ci sono degli artisti che non sono più interessati a realizzare opere che possano suscitare interessi, emozioni, coinvolgimento e modificazioni del comportamento e del pensiero umani. Per tale via si crea un vuoto che deve essere riempito con dei succedanei (ersatz) della società dello spettacolo, del narcisismo e dell’immagine, dove la fotografia trionfa”. E per certi versi la disincarnazione dell’arte è stata contemporanea a quella dell’essere umano.
Come uscire da una tale gabbia? Secondo i due “l’incidente” è sempre in agguato – come più volte è accaduto in passato e non solo nel sistema-arte – e da un incidente può benissimo prendere il via lo sgretolamento dei vincoli. Intanto, suggeriscono Baj e Virilio, occorre che l’essere umano si riappropri del corpo, nella sua fisicità, nella sua materialità. Cosa sia però, nel frattempo, divenuto il corpo non è così facile da dire, e lo è forse ancor più difficile rispetto a un ventennio fa, quando venne steso il libro. Quanto l’immaginario contemporaneo voglia, possa e sappia fare i conti con il corpo trasformato nel corso del tempo è tutto da verificare.
A proposito dell’inutilità di tanta arte contemporanea denunciata dai due autori, non può che venire alla mente come un secolo fa, l’inutilità dell’opera d’arte era stata addirittura cercata, pianificata da quell’esperienza Dada – nata dal disgusto per tutto ciò che aveva condotto la società del tempo allo “scannatoio della guerra” – che aveva osato contestare il razionalismo positivista borghese, la sua tendenza alla mercificazione di ogni aspetto della vita quotidiana, nonché il suo “linguaggio ingannevole”, dunque l’arte e la letteratura passata e presente. “L’arte serve per ammucchiare denari e accarezzare i gentili borghesi?”, si chiedeva polemicamente Tristan Tzara nel Manifesto Dada del 1918. “Ogni opera pittorica o plastica è inutile; che essa sia almeno un mostro da far paura agli spiriti servili e non qualcosa di dolciastro per servire d’ornamento ai refettori di quegli animali in abito civile che illustrano così bene questa favola triste dell’umanità. [...]. L’arte è una cosa privata e l’artista la fa per se stesso; un’opera comprensibile è un prodotto da giornalisti”. Ed in conclusione urlava il Manifesto: “L’abolizione di ogni gerarchia e di ogni equazione sociale di valori stabilita fra i servi che sono tra noi servi è Dada; [...] abolizione della memoria: Dada; abolizione dell’archeologia: Dada; abolizione dei profeti Dada; abolizione del futuro: Dada; fiducia indiscutibile in ogni dio prodotto immediato della spontaneità: Dada [...] Libertà: DADA DADA DADA, urlo di colori increspati, incontro di tutti i contrari e di tutte le contraddizioni, di ogni motivo grottesco, di ogni incoerenza: LA VITA”.
Sembra dunque che al concetto di “arte totale” si sostituisca quello di “essere umano totale”; l’agire dadaista si ripropone infatti di porre al centro la figura dell’individuo e la sua realizzazione creativa data dall’agire spontaneo, inconscio, casuale ed insensato. Rispetto ai cubo-futuristi, Marcel Duchamp, ad esempio, decide di guardare alla “civiltà delle macchine” in maniera diversa, tanto che  le macchine e gli oggetti da esse derivati non vengono più visti da lui come modelli a cui rifarsi nel costruire qualcosa di nuovo. Anzi. L’universo utilitaristico delle macchine da Duchamp viene ripetutamente beffeggiato proponendosi, nel suo privare – attraverso la pratica del ready-made – gli oggetti dalla loro funzione d’uso originaria, di renderli improduttivi: da qui la definizione di “macchine celibi”.
L’inutilità dell’opera d’arte contro cui si scagliano Baj e Virilio non contraddice di certo l’inutilità cercata dai dadaisti. Quest’ultima era all’epoca intesa come strumento per far girare a vuoto un’arte asservita al potere ed alla mercificazione. L’inutilità a cui fanno riferimento gli autori del Discorso sull’orrore dell’arte, invece, è un’inutilità utile: utile al mercato in un sistema avviato, nel passaggio di millennio, alla finanziarizzazione ed alla virtualizzazione in cui anche il nulla può essere trasformato da un buon pubblicitario in merce, inconsistente ed insignificante quanto si vuole, ma redditizia per un manipolo di soliti noti.
Insomma, occorre constatare come nel giro di un secolo il sistema economico egemone si sia mostrato in grado, come qualcuno passato di moda aveva previsto, di trarre profitto pure dall’inutilità, dall’inconsistenza. L’incidente, però, può sempre accadere. O essere determinato. “Oh gentiluomini, il tempo della vita è breve! 
Trascorrere questa brevità nella bassezza 
sarebbe cosa troppo lunga.
 Se viviamo è per marciare sulla testa dei Re.
 Se moriamo, o che bella morte, quando i Principi muoiono con noi. 
Ora per le nostre coscienze le armi sono giuste.
 Quando l’intenzione nel portarle è ragionevole” William Shakespeare, Enrico IV.



 


Enrico Baj, Paul Virilio
Discorso sull’orrore dell’arte
Edizioni Elèuthera, Milano, 2019
pp. 88

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