"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Sabato, 06 Aprile 2019 00:00

Arte e femminismo in Italia

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“Riconosciamo in noi stesse la capacità di fare di questo attimo una modificazione totale della vita. Chi non è nella dialettica servo-padrone diventa cosciente e introduce nel mondo il Soggetto Imprevisto”. Così scrive Carla Lonzi attorno alla metà degli anni Settanta ed il “Soggetto Imprevisto” di cui parla la storica militante femminista fa capolino a Milano al FM Centro per l’Arte Contemporanea, presso lo storico complesso industriale dei Frigoriferi Milanesi, nella mostra curata da Marco Scotini e Raffaella Perna intitolata Il Soggetto Imprevisto. 1978 Arte e Femminismo in Italia.

L’iniziativa espone per la prima volta i lavori di un centinaio di donne operanti in Italia nell’ambito della sperimentazione artistica degli anni Settanta con l’obiettivo di scardinare una lettura storico-critica che continua a sottostimare l’importanza delle artiste. Si tratta in buona parte di opere votate all’esplorazione del linguaggio verbale e del corpo con l’intenzione di demistificare gli stereotipi di genere e di promuovere una riflessione sul ruolo della donna nella società e nella cultura.
Nel fosco panorama nazionale contemporaneo, uno spiraglio di luce sembra venire da un quell’importante ri-presa di parola femminista che da qualche tempo attraversa il Paese coinvolgendo anche l’ambito artistico, tanto che una nuova generazione di studiose sta testardamente mettendo in discussione una storiografia ufficiale che da decenni trascura di approfondire i rapporti tra arte e femminismo e, più in generale, il ruolo delle donne nella storia dell’arte italiana.
In tale contesto la mostra milanese intende raccontare gli anni Settanta, sostiene la curatrice Raffaella Perna, “come un momento nevralgico nella storia dell’arte italiana del XX secolo durante il quale la diffusione del pensiero femminista ha prodotto una nuova consapevolezza critica, e autocritica, che ha spinto molte artiste a ripensare il proprio ruolo nella società, a rivendicare spazio nei musei e nelle istituzioni, a denunciare la carenza di visibilità e le discriminazioni subite, a lavorare in gruppo condividendo il proprio vissuto e talvolta le proprie ricerche artistiche”.
La mostra Il Soggetto Imprevisto. 1978 Arte e Femminismo in Italia, incentrata sugli anni Settanta, ha nel 1978 il suo anno cruciale. È infatti in quell’anno che si tiene Comrade Woman: Women’s Question – A New Approach?, l’importante seminario femminista internazionale di Belgrado, e First International Women’s Art Exhibition in Poland, la prima mostra femminista polacca nella città di Breslavia.
È sempre nel 1978 che Mirella Bentivoglio organizza ai Magazzini del Sale, nell’ambito della XXXVIII Biennale di Venezia, la mostra Materializzazione del linguaggio in cui vengono presentate opere di un’ottantina di artiste impegnate nell’ambito verbo-visivo e, sempre nel corso della medesima Biennale, si tengono le mostre del Gruppo Femminista Immagine di Varese e del Gruppo Donne/Immagine/Creatività di Napoli.
Se il 1978 può essere ricordato per l’ingresso massiccio delle donne alla Biennale di Venezia – nonostante siano loro concessi spazi secondari rispetto alle sezioni principali, quasi si trattasse di una sorta di risarcimento alla scarsa presenza femminile alla Biennale – dall'altro, questa data segna anche la chiusura di alcune importanti esperienze per i rapporti tra arte e femminismo. Nel 1978 termina infatti l’esperienza della Cooperativa di Via Beato Angelico – primo spazio artistico interamente gestito da donne, sorto a Roma soltanto un paio di anni prima grazie soprattutto all’attività di Carla Accardi – e Romana Loda, dopo un decennio speso a promuovere artiste italiane mettendole costantemente a confronto con la scena internazionale, realizza la sua ultima mostra collettiva di donne intitolata Il volto sinistro dell’arte.
“L’efficacia delle mostre di sole donne – i cosiddetti ghetti rosa – fu già all’epoca una questione molto dibattuta e che a tutt’oggi lascia perplessi” – scrive Perna – “La critica femminista ha in più occasioni sollevato le contraddizioni e i rischi insiti in rassegne espositive fondate sulla separazione tra i sessi per meglio garantirne l’uguaglianza. E soprattutto ha posto in luce come, per riscrivere la storia dell’arte da una prospettiva femminista, non basti aggiungere una manciata di nomi di donne a una narrazione basata su canoni e strumenti analitici maschili”. La questione resta attuale e le perduranti difficoltà di accesso all’universo dell’arte da parte di tante artiste italiane, rendono la mostra milanese un’occasione di ricognizione storica importante tendente a valorizzare ed approfondire la conoscenza di personalità ed episodi poco noti.
Il panorama di artiste presenti alla mostra è variegato: si va da militanti femministe a chi, pur non militando, riprende le idee del femminismo, sino a chi, senza definirsi femminista, partecipa alle mostre di sole donne proponendo opere critiche nei confronti della disparità tra i sessi.
Oltre alla storica esposizione veneziana curata da Bentivoglio nel 1978, viene documentata l’attività di collettivi e gruppi artistici come il Gruppo Femminista Immagine, il Gruppo del mercoledì, la Cooperativa di via Beato Angelico, il Gruppo XX, mentre alcune sezioni della mostra milanese sono state dedicate ad artiste impegnate nel demistificare le “rappresentazioni stereotipate del femminile e la presunta neutralità dell’arte”.
All’interno di tale panorama risulta possibile, sostiene Perna, osservare come buona parte dei lavori esposti ruotino attorno alla parola ed al corpo. “Diversamente dalle più note esperienze internazionali di Body Art” continua la studiosa, “nelle opere delle artiste italiane il corpo assume valenze simboliche, spogliandosi degli aspetti più organici, istintivi e carnali. Quello rappresentato o agito dalle artiste italiane è molto spesso un corpo che entra in relazione con la sfera del linguaggio, e che in alcuni casi si fa letteralmente parola”.
Si pensi a tal proposito alla scelta maturata nei primi anni Settanta da parte di Bianca Pucciarelli, di adottare lo pseudonimo Tomaso Binga per sottolineare come “l’ingresso nel mondo dell’arte comporti un adeguamento al canone maschile”. L’artista riparte dal proprio corpo per riconquistare la facoltà di rappresentarsi come soggetto attivo. Nella serie Scrittura vivente, esposta nel 1976, Binga viene fotografata da Verita Monselles mentre il suo corpo nudo assume la forma delle lettere. “Le Scritture viventi possono essere interpretate come il tentativo di mettere in luce l’ambiguità del processo di costruzione della femminilità: il corpo in carne e ossa della donna è ritratto nel momento in cui si adegua alle forme linguistiche e simboliche della cultura patriarcale, che ne plasmano l’identità”. Tale critica al linguaggio verbale ritorna anche in Scrittura desemantizzata, realizzata dal 1974: qua la scrittura appare talmente deformata da risultare illeggibile dunque, perdendo di significato, le parole dell’artista sembrano “conservare la memoria dei silenzi imposti alla donna”.
Qualche affinità, sostiene Perna, è riscontrabile con le coeve Riduzioni realizzate da Ketty La Rocca, artista che a metà degli anni Sessanta, insieme al Gruppo 70, denuncia la reificazione del corpo delle donne messa in atto dai media nella società capitalista del boom economico. Dai primi anni Settanta La Rocca concentra invece il suo intervento “sul corpo, sulla gestualità del viso e delle mani, sulla scrittura manuale e sull’azione, alla ricerca di forme di comunicazione primigenie ritenute dall’artista più autentiche rispetto al linguaggio verbale”.
Anche per Lucia Marcucci, che pure ha partecipato al Gruppo 70, gli anni Settanta si aprono nel segno di un nuovo modo di intendere il rapporto tra parola e corpo. In Aa, Bb, Cc, lavoro esposto alla Biennale di Venezia del 1978, “le lettere dell’alfabeto sono inscritte tra le impronte del seno e di un ventre femminili con un richiamo esplicito alle immagini delle Veneri steatopigie e all’iconografia della Grande Madre”. Apre così una nuova riflessione sul corpo-impronta, “in modo che l’immagine/traccia conservi un rapporto di contiguità fisica con il corpo stesso”.
Sia Marcucci che La Rocca, negli anni Settanta sembrano muoversi in direzione di un immaginario primordiale più autentico rispetto a quello della cultura di massa affrontato nel corso degli anni Sessanta, tentando, soprattutto, “di riportare il linguaggio verbale alla dimensione di un corpo sessuato”.
In generale, molte delle artiste presenti a Il Soggetto Imprevisto. 1978 Arte e Femminismo in Italia, sostiene Perna, rappresentano un momento dell’arte italiana in cui le artiste, partendo da sé e dal proprio vissuto, e spinte dalla volontà di liberarsi da canoni estetici oppressivi plurisecolari, tentano di dar vita ad un linguaggio in grado di “declinare le differenze e di dare voce ed espressione al corpo, alla sessualità, all’affettività e al desiderio delle donne”.

 

 

 

 

 

Il Soggetto Imprevisto. 1978 Arte e Femminismo in Italia
A cura di Marco Scotini e Raffaella Perna
FM Centro per l’Arte Contemporanea
Milano, dal 4 aprile al 26 maggio 2019

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