“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Giovanna Fusco

“Il berretto a sonagli” e la corda della complessità

L’io dimissionario di Pirandello è un soffio, come il titolo di una sua novella. È il “vivere per vivere”, senza sapere di vivere. Discostarsi della realtà per percepirne il senso e in un momento di rivelazione epifanica, improvviso e doloroso, respingere le forme e vivere attraverso le cose, riconoscendo l’infinita poliedricità dell’esistenza. Ammettere di essere mutevoli e non definibili e proprio per questo ritrovarsi nell’indefinito.

A Eduardo diciamo sempre di sì

Di Eduardo tanto si è scritto e detto, eppure qualsiasi cosa non è né sarà mai sufficiente descrizione di un genio così profondamente eclettico, capace di mutare e di mutarsi, di interpretare così tante voci e sentimenti e, pertanto, perfettamente in grado di adattarsi ad ogni pubblico ed epoca. I personaggi di Eduardo sono i vinti che sulla scena trionfano, immersi nel loro tempo e irrimediabilmente da esso dislocati. La loro forza sta nel sovvertire le regole rimanendo ancorati alle tradizioni, riscrivendole, con l’ironia e la saggezza popolare inconfondibili della napoletanità. La forza del difetto, che non è solo caricaturale ma soprattutto caratteristico, diventa strumento primario di una più attenta e disincantata rappresentazione della realtà.

La linea sottile dell’innocenza: “The Red Lion”

L’adattamento di Andrej Longo del The Red Lion di Patrick Marber, per la regia di Marcello Cotugno, in scena al Teatro Bellini fino al 21 Novembre, prende avvio da una storia ambientata nel mondo del calcio dilettantistico per effettuare un’analisi più profonda sulle mille sfumature della passione e dei suoi compromessi, sull’inevitabilità di sacrificarne la purezza originaria alla mercé di un mondo violento e calcolatore.

Tra vizi ed eccessi, un Don Juan irriverente e libero

Don Juan è un personaggio indimenticabile, perché fin dal principio della sua storia rifugge ad ogni classificazione. Ogni sua azione si pone in contrasto su ciò che è, la sua essenza, e ciò che dovrebbe essere nello specchio della società. Mozart ce lo presenta in quello che è stato definito “dramma giocoso” come figura buffonesca, nonostante la sua origine nobile. Ironico proprio perché sfuggente, nonostante la sua coerenza narrativa.

“Bacerò la tua bocca”, Salomè: tra sublime e delitto

Salomè è la fanciulla che danzò durante il banchetto di Erode Antipa, chiedendo poi allo stesso sovrano ammaliato dalla sua bellezza indescrivibile di consegnarle la testa di Giovanni Battista su un piatto d’argento. Così raccontano i Vangeli di Matteo e Giovanni.
E così Oscar Wilde nel 1893 ha tramandato questo episodio biblico in un dramma ad atto unico che trasferisce la sacralità del racconto in uno spazio neutrale e profano.

Napoli incontra Macondo: contrasti e incantesimo

“Tuttavia, prima di arrivare al verso finale, aveva già compreso che non sarebbe mai più uscito da quella stanza [...] e che tutto quello che vi era scritto era irripetibile da sempre e per sempre, perché le stirpi condannate a cent'anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra”.

 


1967. Gabriel García Márquez pubblica Cent’anni di solitudine, giunto nella sua edizione italiana l’anno successivo. Opera imponente e poetica, che racconta sette generazioni della famiglia Buendía, radicata nell’entroterra sudamericano, nel suo colore e nella sua tradizione e sospesa tra la realtà e il mito.

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