“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Martedì, 22 Maggio 2018 00:00

Moi qui marche (in via Etnea)

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Sarebbe troppo scontato raccontare uno spettacolo di marionette cominciando dal contesto. Sarebbe troppo scontato, e di poco gusto, ricordare che tutto andò in scena (in una scena protetta, certo; e ci mancherebbe!) mentre l'atmosfera fuori l'uscio del teatro si mostrava minacciosa per un sociopatico in cerca di quotidiani adattamenti positivi. Ma di adattamenti parliamo; e nulla è dunque scontato.

Accade, dimmi se è vero, che non ci pensi mai, dentro il teatro, a un mondo ancora in funzione, fuori; e che tutto, insomma, rimanga concentrato lì soltanto: tra te seduto, il boccascena e la platea. Beh, scherzi della natura; no, della mente; sì, della natura della mente.
E l'affresco fisso nella mente, prima di affondare sulla poltrona, di abituarsi al buio, di avvolgersi di silenzio e di apprestarsi all'ascolto, era la scenografia fenomenica appena lasciata. Ella, infatti, attendeva, da sé, che, all'improvviso affiorata, pure all'improvviso potesse scomparire. In che modo? Innanzitutto placando l'affanno; poi, non perdendo di vista chi mi accompagnava, perché si sarebbe perduto di vista il resto; infine, chiedendo a se stessi, o un po' all'aria e alle proprie mani, “moi qui marche”?
In questo modo, ovvero nel modo in cui è sopra scritto, sembrò che lo spettacolo di marionette, della regia di Jean-Paul Denizon, quella domenica sera a Catania volesse straripare i limiti della finzione, radicandosi nella realtà; povera realtà. E lo sembrò poiché, nel caso specifico, stavolta ciò che lo precedette fu davvero un invito; un invito non programmato, contraddittorio: che a questo punto, prima di continuare, è bene recensire.
In un siciliano maggio maturo, ma non troppo primaverile, e anzi strambo, prima di giungere al teatro notammo una via Etnea che al naso e alla vista era molto, molto, molto appetitosa; più di quanto non lo sia di solito. Seppure Catania stesse attraversando il periodo elettorale, e sappiamo tutti quanto è facile inciampare tra le salive sparse in questi periodi paurosi, la città dell'elefante era irresistibile, a metà tra un salotto tirato a lucido e una lussuriosa cucina di ristorante messa in funzione da uno “chef stellato”; epiteto che incornicio tra virgolette con un certo divertimento, ascoltandolo circa cento volte al giorno, senza sapere perché o cosa indichi di preciso, insieme a formule contemporanee del tipo: “Contratto di governo”, “FoodPorn”, “Ferragni”, “HarryAndMeghan”. (Detto sottovoce: ma quanto inquinamento linguistico c'è in giro?).
Andando avanti. Quelli che chiamiamo spesso esseri umani, e che spartiscono con la biosfera il lato di “coscienza”, almeno per la cattiva classificazione operata dalla sistematica, se ne stavano tutti in fila, e tutti con un filo proprio, in attesa di ricavare, biglietto pagato, un pasto qualsiasi dagli stand di legno posticci. Dai volantini forniti da tristissime ragazze vestite da manifesti pubblicitari, e pettinate come inquietanti gemelle di un horror, leggemmo che si trattava del festival del cibo di strada. Non commenterei; bensì aggiungo: che c'entra ciò con quanto avvenuto al Teatro Machiavelli? Tanto c'entra, tanto; dacché stiamo parlando di una patologia moderna: il senso di stupore perduto.
Al termine dell'itinerario costretto, filtrati da un'umanità in preda a ormoni gastronomici eccitati, con sforzo affondammo sulla poltrona, che poi si rivelò essere il pavimento, accanto ai bambini. Forse unicamente per pensare che esista ancora della magia in qualche angolo del mondo; anche se l'angolo in questione è una marionetta in un piccolo angolo di teatro; e anche se il mondo, mentre il teatro va avanti, è occupato a mangiucchiare in piedi e a strusciarsi i larghi fondoschiena, grattando con dita oleose labbra lucide di grasso. Lo ripeto: accade, dimmi se è vero, che non ci pensi mai, dentro il teatro, a un mondo ancora in funzione, fuori; e che tutto, insomma, rimanga concentrato lì soltanto: tra te seduto, il boccascena e la platea.
C'est bon, Moi qui marche è la storia di un bambino, Floriné, e dei suoi sentimenti. Che in una parabola disegnata dall'andamento della storia, la sua e quella generale, costruita con semplicità e perfezione, subisce la vita e la reagisce; in parallelo alla narrazione del costrutto della resilienza fatta dai manuali di psicologia dello sviluppo, e non quelle mitizzazioni da aperitivo, secondo i quali la sua scoperta sarebbe avvenuta come dovrebbe avvenire ogni cosa che non è attesa.
Per essere precisi, “resilienza” lo dobbiamo a Garmezy e Werner e Smith. Il primo, nel 1973, stava studiando le origini della schizofrenia, e scoprì che il 30% dei figli di genitori affetti non presentava alcuna patologia; i secondi, nelle isole Hawaii, condussero uno studio lungo trent'anni nel quale distinsero gli abitanti, in base a degli indicatori, rispetto ai livelli di rischio. Quello che seguì negli anni in avanti è la distorsione popolare con cui oggi il termine viene utilizzato.
L'opera di Denizon, che qui è stata disossata apparentemente parlando d'altro, è un tentativo di dirottamento concettuale dai falsi binari della “resilienza”. Un dirottamento buono, molto buono; o un rifugio, non dovrei dirlo, a un contesto in cui spesso adattarsi risulta faticoso. Insieme alla dolcezza di Floriné, i “non so”, le risate dei fanciulli (me compreso, con occhi lucidi), e tutta l'informità delle ombre.
Un'ora scarsa di puro spettacolo; due ore piene di puri applausi. Per uno stato sentimentale che andò in frantumi la mattina seguente. Con la voglia di rintronare.

 

 


Moi qui marche
regia Jean-Paul Denizon
con Jean-Paul Denizon, Melita Poma
attori-manipolatori Melita Poma, Arnaud Caron, Jean-Paul Denizon
marionette Mélanie Mazoyer
scene Natacha Markoff
creazione sonora Fred Poulet
luci Pauline Nadoulek
produzione Compagnia ISIS (Parigi)
durata 50’
Catania, Teatro Machiavelli, 20 maggio 2018
in scena 20 maggio 2018 (data unica)

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