"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Mercoledì, 18 Gennaio 2017 00:00

La notte del 10 (meno)

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Un tempo, quando al San Carlo si andava ad ascoltare l’opera, c’erano i melomani. Appassionati di lirica, pronti ad osannare i pezzi di bravura e stroncare ferocemente le stecche. Cattivissimi con gli spettacoli sbagliati, erano autorizzati a fischiare e contestare platealmente gli errori di regia e interpreti.

Non sono un melomane ma un fruitore di calcio e di teatro: perciò mi calo nei panni del severo critico e provo a raccontare, con voti e considerazioni, la serata dal titolo Tre volte 10. In sintesi: una vergogna. Manco a dirlo, si salva solo Diego: capace di reggere il palco, recitare, muovere emozioni e risate. Per il resto il grande assente della serata del 16 gennaio è stato proprio lo spettacolo.
Doveva essere un racconto “da dentro” di quello che Maradona è stato in grado di suscitare nel popolo napoletano, si è trasformata in una parata insulsa di nomi (poco noti) per nulla titolati a rendere omaggio al Pibe, alle prese con sketch sgangherati e messi su, probabilmente in una notte, da autori davvero poco generosi.
Non un filo, un canovaccio, un espediente narrativo. Le polemiche sull’uso di un palco come il San Carlo si sono rivelate profetiche. E non per il protagonista, che giustamente qualcuno dice essere uscito dalla sfera del calcio per entrare nel cielo dell’arte. Ma per chi lo ha diretto, definitivamente immeritevole di calcare certi ambienti.
Sei anni fa, in occasione dei cinquant'anni di Maradona, l’associazione teatrale Interno5 organizzò un giubileo culturale in omaggio al campione. Dieci momenti tra letteratura, cinema, arte e gastronomia, culminanti nello spettacolo di Pietro Tammaro Il mio amico D diretto da Luca Saccoia. Una giornata memorabile di cui si parlò a lungo, e in molte parti del mondo. Un modo per realizzare davvero l’incontro tra cultura e intrattenimento, “alto e basso”, sentimento popolare e arte. Ecco, non sarebbe male affidare a chi sa farlo momenti del genere.
Ma siccome nel calcio usa e piace, procediamo con una regolare pagella della serata. In ordine di apparizione.


Peppe Lanzetta: 6. Sola voce, legge un brano discreto, anche se infarcito di retorica sanfedista sul genere “'o rre è turnato”. Se la cava proprio perché non appare. Simm' briganti.

Salvatore Carmando: 7. Con un paio di battute azzeccate, che facevano ben sperare, sembrava voler far entrare la narrazione in un percorso. Peccato che narrazione non ci fosse, ma lui che c’entra? Le mani sopra il Diez.

Gigi Savoia: 4. Il pubblico ci mette il tempo della sua esibizione a capire chi fosse e che ci facesse in quel contesto. Legge un’ode sufficientemente squinternata mentre il povero Diego lo segue con rispetto degno di miglior causa. Carneade.

Catello Maresca (magistrato): 3. Fa un autopeana sui suoi meriti di paladino della legalità che vuole far giocare con una metafora più acrobatica che mai: tu hai difeso la città sul campo io lo faccio con le regole. Philippe Petit (troppo, Petit).

Antonio Onorato: 4. Ogni tanto appare, magrissimo, spettrale, chitarra in mano, insalutato ospite, con l’aria di dire “nessuno mi nomina?”. Giusto il tempo di fare a pezzi un paio di brani noti di Pino Daniele. Il fantasma dell’opera.

Lina Sastri: 5. L’unica che avrebbe meritato di stare sul palco si adegua al tono dei tempi e offre una versione accoratissima, lenta, turturriana, di Napul’è; però in stile Sagra della salsiccia. Sempre bella, ma ieri non 'abballava'.

Salvo Esposito: 5. Lui è simpatico ma non puoi presentarti dicendo di essere nelle vesti di Salvo e non in quelle di Genny Savastano e poi dare il via alla boutade della squadra di calcetto “Golmorra” – giuro che è vero – attribuendo ad ogni attore della nota fiction un ruolo in campo con effetti che oscillano tra il saggio del catechismo e uno spettacolo qualunque di Bonolis. Senza perdono.

Gianni Minà: 3. Gianni, Gianni. Un maestro come te... Ha voluto dare un tono paludato alla serataccia e fatto addormentare i più con domande pretenziose cui Diego, vero anarchico, non ha mai risposto. Ma ne parliamo al telefono, il mio numero ce l’hai.

Uno pseudo comico che si aggirava in platea: 0. Non siamo al Valtur (dove, peraltro, diversi bravissimi animatori se la cavano assai meglio).

Renica, Muro, Carnevale, Di Fusco: sv. Un gruppo di amabili vecchietti che paga la responsabilità di chi li ha fatti esporre al ludibrio (anche se Di Fusco una certa verve ce l’ha).

Maurizio De Giovanni: 8. L’unico a salvare la baracca dal naufragio con un brano di grande bellezza, per nulla capito del resto, sugli effetti del primo scudetto in città. Emozionatissimo a ritrovarsi davanti l’eroe che ha più volte cantato, si vede che è abituato ad altri contesti. Meno male che Mauri c’è.

Alessandro Siani: 2. A parte che il titolo è stato preso, come direbbe lui, ‘unu piezz’ da un volume di Davide Morganti edito da Ad est dell’equatore e sarebbe stato carino ricordarlo, per il comico partenopeo trattasi di occasione sprecata. L’idea c’era ma bisognava pure costruirci qualcosa attorno. Certo, i numeri e gli applausi e gli articoli ci sono stati. E di questo si parlerà. Ma lo stesso non basta per passare dalle stanze del cabaret al Massimo napoletano. Mister facilità.

Organizzazione: 4. Tenere i poveri spettatori al freddo, per ore, dopo quello che hanno pagato e in previsione di quello che vedranno, è davvero ingrato. Si poteva prevedere un sistema di ingressi diverso, degno del luogo.

Pubblico: 5. Facendo la media matematica (Brera docet) tra la passione e i canti, intonatissimi, all'apparizione di Diego, da 8, e la deriva raccapricciante con cui puntella il finale (“presidente, vogliamo vincere!”) che merita il 2, ne esce il voto cui sopra. Curva C.

Diego: 10-. Di solito è fuori classifica ma stavolta un voto bisogna metterglielo. E non è frutto di riferimenti alla maglietta (il meno per le scuse al figlio. Diego: e jà!) né di devozione acritica (che pure c’è). Ma c’è bisogno di un talento innato per lo spettacolo per riuscire a non avvilirsi in una tale bonaccia di lentezza, vuoto, inadeguatezza e, anzi, interpretare con ironia una parte (che è quello che una drammaturgia dovrebbe presupporre) e trascinare milletrecento persone. Lui lo ha fatto con ben altre platee, e si vede. N'ata cosa.


 


Tre volte 10

scritto e diretto da Alessandro Siani
con Diego Armando Maradona
e con Peppe Lanzetta, Salvatore Carmando, Gigi Savoia, Catello Maresca, Antonio Onorato, Lina Sastri, Salvo Esposito, Gianni Minà, Alessandro Renica, Ciro Muro, Andrea Carnevale, Raffaele Di Fusco, Maurizio De Giovanni, Alessandro Siani
produzione Best Live
lingua italiano, napoletano
durata 2h
Napoli, Teatro di San Carlo, 16 gennaio 2017
in scena 16 gennaio 2017 (data unica)

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