“Piovve tanto forte che tutti i porci diventarono puliti e tutti gli uomini sporchi”

Georg Christoph Lichtenberg

Giovedì, 17 Gennaio 2013 13:00

Kynodontas o della tirannia

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Un bambino è pronto a lasciare la casa dei genitori quando il suo canino cade, destro o sinistro è indifferente. In quel momento il corpo è pronto ad affrontare tutti i pericoli. Per lasciare la casa in tutta sicurezza si deve utilizzare l’auto, ma si può imparare a guidare solo quando il canino caduto ricresce. L’educazione, durante tutto il periodo adolescenziale che porta alla perdita del canino, è fondamentale. Il fanciullo deve essere seguito dai genitori costantemente, favorendone l’apprendimento attraverso il significato dei più semplici vocaboli come ad esempio, “fica”: lampada dalle grosse dimensioni, “escursione”: materia estremamente resistente, “mare”: sedia in pelle con braccioli di legno, “autostrada”: vento molto forte. Bisogna poi fare grande attenzione ai pericoli esterni che hanno la possibilità di entrare in casa. Uno su tutti, il gatto. Trattasi del più feroce animale che l’uomo conosca. È innocuo invece un aeroplano che vola nel cielo e può cadere nel proprio giardino diventando un premio per il primo della famiglia che riesce a prenderlo.

Abbiamo lasciato che il film, opera del regista greco Yorgos Lanthimos, si raccontasse, attraverso le parole di questo scritto, senza un minimo di introduzione e messa a fuoco degli eventi. Il motivo è presto detto: riteniamo che l’elemento fondamentale dell’opera sia il disorientamento dello spettatore. Da queste prime battute infatti il lettore è sicuramente spiazzato, ed è lo stesso effetto che avviene durante la prima mezz’ora di visione della pellicola. Ne è prova, ad esempio, la scena in cui uno dei protagonisti, precisamente il patriarca, va a riprendere il suo cane in un canile specializzato in addestramenti. Ebbene, l’intera sequenza è colma di doberman, poster sulle pareti, foto sui tavoli, oltre che veri doberman in carne ed ossa all’aperto con gli istruttori. L’uomo, intento a portare il suo cane a casa, si avvicina alle gabbie ed un grosso doberman, nella prospettiva dell’inquadratura, sembra venirgli incontro. Ci accorgiamo invece, con una seguente inquadratura, che il suo cane è un piccolo meticcio bianco timido ed introverso. Come già accennato, però, dopo una prima parte volutamente caotica, tutti i pezzi del puzzle vengono messi in ordine dalla nostra ragione. La trama ci presenta una famiglia della buona borghesia greca. Il già menzionato patriarca, sua moglie e i tre figli (un maschio e due femmine). Questi ultimi, nonostante abbiano già superato i 20 anni di età (probabilmente la “maggiore” anche i 30) sono rinchiusi in casa come dei bambini. L’insegnamento è ad opera dei genitori che censurano o stravolgono in maniera grottesca ed irritabile (per noi spettatori) vocaboli e concetti che possono indurre i figli ad abbandonare la loro custodia. L’aeroplano che sorvola le loro teste quando sono in giardino, ad esempio, è (secondo il racconto dei genitori) un oggetto, dalla non specificata entità, che può cadere da un momento all’altro a terra nelle sembianze di un modellino in plastica (la madre di tanto in tanto lascia cadere nel prato il giocattolo di un aeroplanino che entra poi in possesso del primo che riesce a raggiungerlo). I genitori sembrano non aver trascurato ogni minimo dettaglio. Anche il bisogno sessuale fisiologico del figlio è sufficientemente soddisfatto. Il padre, infatti, porta sovente in casa una prostituta, Cristina, addetta a tal proposito. Cristina però finisce per coinvolgere nelle sue pratiche erotiche anche la figlia maggiore. Barattando oggetti, come fasce per capelli o altro, chiede in cambio rapporti orali. In un certo senso la prostituta Cristina, in quanto unico membro esterno alla famiglia, rappresenta l’unico briciolo di contatto con il mondo. Tutti i figli infatti ne sono affascinati. Potremmo paragonare, sotto certi aspetti, questo personaggio a quello interpretato da Terence Stamp in Teorema di Pasolini, ma la similitudine è solo accennata (forse una citazione, visto che poco più avanti gli omaggi cinefili continuano). La situazione dopo poco si complica. La figlia più grande chiede a Cristina, in cambio del consueto connilingus, le videocassette che ha in borsa. Cristina in un primo momento rifiuta, poi acconsente allo scambio. La “maggiore” entra così in possesso di un mondo tutto nuovo. Palese in questo senso la metafora dell’arte, il cinema, come specchio della realtà e come forma di rivolta verso l’opprimente totalitarismo che la ostacola. È singolare però che i film scelti siano non propriamente dei classici del cinema intellettuale, ma due successi hollywoodiani,: Lo squalo e Rocky. La nostra, possiamo ormai dire, protagonista sente che quel qualcosa d’altro, nascosto fino ad ora dai genitori, è sempre più attraente. Intanto, scoperta la presenza in casa delle videocassette, il padre tiranno dà una tremenda lezione alla prostituta (la colpisce pesantemente alla testa con un grosso videoregistratore) e si prodiga di trovare una nuova soluzione per il figlio. I due genitori concordano sul fatto che nessun elemento esterno dovrà più mettere piede nella loro casa. Inducono quindi il figlio a scegliere con quale delle due sorelle avere rapporti sessuali per contenere il fisiologico bisogno senza perdere lo stato di cattività. Il ragazzo sceglie la sorella maggiore. I due consumano, ma la donna, dopo l’atto, continua a fantasticare sulle scene ed i dialoghi visti nei due film. Quella villa è ormai troppo piccola per lei. A nulla più servono le precauzioni dei genitori. Sembra evidente a questo punto dell’opera il riferimento politico dell’intreccio narrativo. Uno stato (e possiamo già parlare di “stato” inteso come organo giuridico-politico) a regime dittatoriale non può mantenere a lungo celate le contraddizioni interne al suo operato. Il padre padrone rappresenta sotto ogni aspetto l’emblema del tiranno che domina su tutto e tutti. Il male del mondo esterno non più combattuto con l’arma della ragione, ma con il sotterfugio della menzogna. Un male da nascondere sotto il tappeto come la polvere e rinnegare ogni qual volta si ripresenta. Ma il tiranno non è onnipotente. Quelle sue stesse caratteristiche di dominio assoluto finiscono per ritorcersi contro. Uno dei meriti maggiori dell'opera è che, nonostante i personaggi siano sostanzialmente stereotipati, la rappresentazione rimane lucida e distaccata. Ciò non toglie che nell'insieme il racconto palesi dichiaratamente l'aspra critica della tirannia mettendola in ridicolo, e ciò in perfetta sintonia con la lezione chapliniana de Il grande dittatore. Nel capolavoro del regista inglese infatti il personaggio del barbiere, rivolto al soldato nazista che gli intimava di imbrattare le vetrine del suo negozio con la scritta jew, ad un certo punto risponde: “Non faccia il cretino”. La dittatura, accomunando quindi Lanthimos a Chaplin, è una cretinata che merita solo di essere messa alla berlina. Il microcosmo creato da questo padre tiranno finisce per diventare inevitabilmente un quadro grottesco dell’umanità, dove gli interpreti sembrano muoversi ormai senza senso. La scena in cui la figlia grande balla allegramente in stile musical americano sulla triste melodia tutta in scale minori suonata dal fratello è il paradigma perfetto per sintetizzare questa totale disconnessione tra gli effetti dell’ideologia e il mondo reale. L’uso arbitrario del linguaggio e degli eventi reali porta inesorabilmente i tre ragazzi, in particolare la più grande (spinta dal desiderio di conoscere il mondo), a trovare uno stratagemma che scavalchi la legge senza esserne in contraddizione. Una sorta di allegoria, se vogliamo, del vecchio detto popolare: “fatta la legge, trovato l’inganno”. A nulla serve l’ennesimo ridicolo tentativo del padre di tradurre il testo della canzone Fly me to the moon (Fammi volare sulla luna) con frasi del tipo: “Io amo la mia famiglia, non lascerò mai la mia casa” eccetera, affermando, tra l’altro, che la voce di Sinatra nel disco è quella del loro amorevole nonno.

Ritornando ai fatti filmici, verso la fine del film la figlia più grande, fedele alla legge del canino riportata all’inizio di questo scritto, va in bagno e, con un manubrio da sollevamento pesi, si martella ripetutamente il dente in questione fino a farlo cadere nel lavandino in un lago di sangue. Adesso, con questo sotterfugio, è pronta per vedere il mondo che circonda la villa, ma sa che può farlo solo in macchina. Memore però del fatto che fin quando il canino caduto non sarà cresciuto non potrà imparare a guidare, si nasconde nel bagagliaio dell’auto del padre. La famiglia la cerca, ma la giovane donna non c’è più. Nell’ultima scena vediamo il patriarca raggiungere il posto di lavoro e parcheggiare l’auto al di fuori degli stabilimenti. Segue una lunga inquadratura dell’auto che sappiamo nascondere il corpo della nostra protagonista, poi nient’altro.

Saremmo tentati di interpretare questo finale in modo aperto, ossia in due possibile soluzioni. Forse la giovane donna muore asfissiata al chiuso del baule, in questo senso, la scoperta del mondo anelata si trasforma in concetto illusorio e la nuova dimensione conquistata è solo quella della morte. Un'altra interpretazione invece, forse più banale, potrebbe essere quella di lasciare viva (in tutti i sensi) la speranza che prima o poi quel bagagliaio venga aperto e con esso il mondo intero.  A nostro avviso entrambe le interpretazioni sono puramente congetturali. La lunga immagine finale della macchina simboleggia proprio il senso vacuo del finale stesso, come se qualsiasi finale proponibile fosse ormai superfluo. Fenomeno di una serie di eventi ormai opinabili, o peggio, inqualificabili, impossibili da analizzare con la logica della ragione. Una ragione ormai stravolta dalla tirannia e dall’abuso di potere, incapace di comprendere le sue stesse conseguenze.   

 

Retrovisioni

Kynodontas (Κυνόδοντας) – Dogtooth

regia Yorgos Lanthimos

con Christos Stergioglou, Michelle Valley, Aggeliki Papoulia, Mary Tsoni, Christos Passalis

produzione Feelgood Entertainment

prodotto Iraklis Mavroidis, Athina Rachel, Tsangari, Yorgos Tsourianis

sceneggiatura Yorgos Lanthimos, Efthymis Filippou

paese Grecia

lingua originale Greco

colore A colori

anno 2009

durata 97 min.

 

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