“I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui prati di Caprara sono stati indubbiamente i più belli della mia vita”

Pier Paolo Pasolini

Sabato, 11 Agosto 2018 00:00

Minimal tribal: la musica queer di Anna Calvi

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Anna Calvi sale sul palco della Corte degli Agostiniani di Rimini puntualissima, insieme ai due musicisti che la accompagnano nel nuovo tour Hunter − che prende il nome dall’album in uscita il prossimo 31 agosto −, il batterista Daniel-Maiden Wood e la polistrumentista Molly Harpaz. Pantalone nero a vita alta, scarpe beige, top rosso, la talentuosa cantautrice e, prima ancora, musicista londinese entra in scena con grazia, e con regale lentezza si sistema sulla scena, al centro del palco. Poi inizia ad accarezzare la chitarra, in un rapporto a due che pare subito esclusivo e che presto si trasforma in un amplesso stratosferico che coinvolge anche il pubblico, osservatore rapito ma, al contempo, attento partecipe dell’estasi in corso.

Un amplesso rock pieno di distorsioni, crescendo, pause, assoli. La Fender Telecaster ha un suono ruvido: non scivola, permea; è tagliente: non fugge, accarezza come fresca lama. La Telecaster, uno dei miti della Fender, prodotta per la prima volta nei primi anni Cinquanta, è la prima chitarra solid body, ovvero priva della cassa che minimizza le risonanze e aumenta la durata del suono (il sustain). Questo strumento massiccio, quindi definibile, con ironico piglio e classici riferimenti culturali, “maschio” − introduco la questione-gender, cara alla cantautrice − è usato molto nel blues, nel country, nel rock, come pure talora nella dark-new wave. Per fare alcuni nomi di musicisti che hanno suonato: Bob Dylan, Syd Barrett, Jeff Buckley, David Gilmour, Bill Frisell, Gorge Harrison, PJ Harvey. Muddy Waters, Keith Richard, Joe Strummer, Pete Townshend, Robbie Robertson. La robustezza e pervasività del suono, la sua pienezza granitica eppure ondeggiante, danno il senso estetico e poetico del “nuovo corso” della Calvi, che lei stessa identifica con l’opera Hunter.
Anna Calvi è al suo terzo disco, dopo grandi riconoscimenti da parte della critica per i primi due. L’album di esordio, omonimo, è del 2011; il secondo, One Breath, del 2013. Sono trascorsi, da allora, ben cinque anni. Anni di silenzio, di ricomposizione. La Calvi si è raccontata di recente in un’intervista ed ha parlato della separazione, nel 2014, dopo otto anni, dalla sua compagna e di quanto questo, e poi una nuova relazione e una nuova città, abbiano agito al suo interno portandola a ricercare la solitudine, il silenzio, l’anonimato, il suo più profondo “senso del sé”. Da qui nuove consapevolezze, voglia di cambiamento, crescita e il nuovo album Hunter il cui colore, a detta della Calvi, è il rosso e il cui tratto principale, o più evidente − quanto meno −, è l’istintualità. “Il rosso rievoca in me l’idea della carne e del sangue e del pericolo... è più viscerale, meno cerebrale. È animalistico”. Sembra che andare dentro, per la Calvi, corrisponda a trovare una immediata semplicità espressiva, oltre che ontologica, come se avesse scoperto, scrivendo questo album, l’unione tra l’esterno e l’interno... Nell’intervista già citata, ci tiene molto a parlare della fluidità dei generi e di quanto questo si ritrovi nel suo nuovo disco. E così, come sentito (ascoltato e percepito) durante il concerto, il nuovo approccio e il primo estratto dall’album, Don’t Beat the Girl out of My Boy, sanciscono la caduta degli stereotipi di genere e delle barriere che limitano o impediscono la manifestazione del Sé. Già nel primo album era presente una interessante traccia dal titolo I’ll Be Your Man, dove lei cantava “The birds can't lie with my collar in my teeth / No one knows you like no one knows me / Wait for a day, you will never, never know the way /How it feels… / I’ll be your man”.
Ora la Calvi perfeziona la compresenza dei generi. Afferma di non arrivare a definirsi queer, ma di trovare superata la separazione, almeno per quel che le riguarda, tra i due generi. Uomo e donna coesistono in lei. In effetti, ad esempio, quando canta ha un tono alto, un timbro profondo e deciso e sembra possedere un’energia maschile travolgente ed esterna, quando invece parla, la sua voce si trasforma in un delicato, flebile sussurro. Suona la chitarra come un’amante possiede la persona amata e fortemente desiderata. Il mio pensiero − mentre la osservavo, in estasi, toccare le corde della chitarra che gemeva di piacere − è stato che questo amplesso poteva essere tra due donne, o tra una donna e un uomo. Non riuscivo a sentirlo bene, mi sfuggivano la comprensione e la definizione precisa. In seguito ho letto le sue parole e ho capito: il suo suonare era e rappresentava entrambe le cose, superava anzi la distinzione e l’incasellamento, e quando poi al suonare aggiungeva la voce, una lenta e chiarissima esplosione di fuochi d’artificio si parava davanti ai miei occhi. Se a questo aggiungo una tecnica chitarristica interessantissima, che va dallo sweep picking al bending (il “glissato”) all’uso di scale pentatoniche anch’esse di derivazione blues, inserita in un minimalismo contemporaneo vitalistico anche se malinconico, il quadro è pressoché completo. Manca soltanto sottolineare che i due musicisti che accompagnano la Calvi sono molto bravi: il batterista si insinua alla perfezione nello stile “minimal tribal” costruito ad arte dalla Calvi, con solo qualche basso campionato e simbiosi perfetta tra un’incalzante batteria e una potente chitarra. La polistrumentista, poi, è una miniera e sorprende per la varietà di strumenti che suona e la sua poliedricità. Da Patti Smith a Pj Harvey, da Jeff Buckley a David Bowie, sembra di sentire, scorporati e ri-creati, tanti influssi nel lavoro della londinese e una simile alta qualità tecnica. La Calvi incarna questo tempo nuovo, affascinante, difficile, ondivago, libero, inquieto, doloroso. Il suo sguardo è vigile e perduto, calamitante, trascina con la sua musica in una dimensione ultra-sensoriale ed extra-territoriale, devia il tempo dal suo percorso lineare e lo dilata, espandendolo. Un piccolo miracolo di dionisiaca armonia.
Anna Calvi è fieramente femminista, è coraggiosa e originale, oltre che essere dotata e bravissima. Anche la donna può essere cacciatrice: gli schemi patriarcali vanno rovesciati e superati. A ben guardare, e se la si va a sentire, ci si rende conto che essi già di fatto non esistono più; possono persistere come incrostazioni culturali, ma gesti, parole e esistenze li abbattono. La percussione della chitarra e la voce dell’affascinante artista sondano caverne e scavalcano monti, conquistano e rapiscono il pubblico, di ogni età, dei diversi generi ed orientamenti sessuali. Anna Calvi parla pochissimo; in compenso, suona la sua voce e canta la sua chitarra: come una predatrice saggia, irride la norma vetusta con la forza lirica della sua magica creatività, espressione di una sensibilità non riducibile a schemi confortanti e comodi, bensì capace di osare ricercare − e trovare − la sua precipua forma e il suo destino di realizzazione del desiderio e di conquista del piacere e della propria essenza.

 




Percuotere la mente
Anna Calvi
Tour Hunter

chitarra e voce Anna Calvi
tastiere, effetti, seconda chitarra, percussioni Molly Harpaz
batteria, backing vocals Daniel-Maiden Wood
Rimini, Corte degli Agostiniani, 31 luglio 2018

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