“Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c'è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato”

Haruki Murakami

Valentina Mariani

L’emozione delle cose ancora possibili

L’ultimo spettacolo del Teatro Valdoca è un “rito sonoro” di Mariangela Gualtieri, dal titolo Nostalgia delle cose impossibili. Si tratta, di fatto, di una rappresentazione poetica, di un dono lirico allo spettatore. La Gualtieri è sola sul palco di una Sala Assoli gremita e in ossequioso silenzio. È vestita d’intrecci di bianco e turchese. Con quel suo viso dolce e l’espressione timida sembra una fata e incanta delicatamente la platea. Un immobile, soave, effondersi di magia nello spazio sospeso. Braccia conserte, occasionale, lieve dondolio.
Il minimo indispensabile per un’esibizione che diviene sensazione di totalità interiore e percettiva.

“Parasite”, la violenza senza ritorno degli ultimi

Un po’ in sordina rispetto al premio vinto lo scorso maggio (Palma d’Oro a Cannes), il 7 Novembre è uscito nelle sale italiane il film sud-coreano Parasite, del poco noto Bong Joon-ho. Il suo film più noto e acclamato, Memories of Murder, risale al 2003; poi altri tre o quattro lungometraggi. Una carriera non scoppiettante, ma certo interessante.

La risata di Joker ci seppellirà

Joker è Il film di cui più si parla in queste settimane di principio di autunno. Dall’affermazione all’ultimo Festival del Cinema di Venezia ai “tutto esaurito” in molte sale del nostro Paese (e non solo), alle svariate critiche − ufficiali e non, strutturate o improvvisate − la risata incontrollata di Arthur Fleck si espande col sapore amaro del trionfo che sa di essere effimero.

Il ritorno in saldo, cupo rosso di Lindo Ferretti

“Lode a Mishima e a Majakovskij
Lode a Mishima e a Majakovskij
Lode a Mishima e a Majakovskij
Tu devi scomparire anche se non ne hai voglia
E puoi contare solo su te”

 

 

Inizia con Morire, canzone presente nel primo album dei CCCP Affinità-divergenze tra il compagno Togliatti e noi del conseguimento della maggiore età del 1986, il concerto estivo bolognese di Giovanni Lindo Ferretti. Un incipit duro, disarmante. “Produci, consuma, crepa” si dice ancora nel testo. Sono passati oltre trent’anni dall’esordio folgorante della band dell’Appennino tosco-emiliano, che aveva fatto proprio di Bologna la sua casa. La rabbia giovanile e la coraggiosa opposizione all’apparente, vuota, fagocitante calma piccolo-borghese incarnate alla perfezione dal gruppo che ha portato il punk in Italia hanno lasciato il posto al disincanto, al disimpegno, alla depressione fine a sé stessa, esplosiva, pericolosamente galoppante e senza meta, come la dispersione delle spore che per caso si diffondono nell’aria.

Seme della tempesta, germoglio della vita

Il Valdoca mette in scena, e su carta, un potente atto poetico. In un’epoca in cui non sono quasi più presenti il riconoscimento e la conseguente comprensione della bellezza, la cognizione della lentezza come valore, la capacità o la volontà di studiare, interpretare, andare oltre il semplice messaggio diretto di un dialogo, i magnifici artisti cesenati stravolgono ancora una volta il prevalente e inconsistente mordi e fuggi contemporaneo, l’immediatezza di uno spettacolo facilmente godibile come un passatempo, l’aspettativa di un teatro diretto e semplice che lasci sereni e contenti, e mettono in scena una trilogia lunga, varia, di non immediata metabolizzazione.

L’angoscia e la speranza nel mondo di Marta Cuscunà

“La società è diventata una macchina per comprimere il cuore”, scriveva Simone Weil, grande filosofa del XIX secolo. Si può aggiungere che la società sia una macchina che diffonde la vertigine del caos. Una delle forme di oppressione è, secondo la Weil, la schiavitù esercitata in nome della forza. Traslando in un certo qual modo, e reinterpretando, il pensiero della filosofa francese, ci troviamo perfettamente all’interno del frame creato e messo in scena da Marta Cuscunà, drammaturga di Monfalcone.

“La favorita”: eros, thanatos e potere delle donne

Nota introduttiva: riprendo l’articolo dopo la premiazione degli Academy Awards dello scorso 25 Febbraio. Olivia Colman ha vinto l’Oscar come migliore attrice protagonista. Avrebbero meritato a mio avviso anche le due attrici non protagoniste, oltre alla categoria “miglior film” e “migliore sceneggiatura” (questo lo asserisco con fermezza, avendo vinto questi ultimi due premi Green Book, film ben recitato ma soprattutto ben confezionato, politically correct, che tocca i sentimenti con leggerezza e sentiment(alism)o, che è una buona commedia, ma niente di più). Hollywood, oramai spesso, si sa, premia ciò che colpisce di primo acchito, ciò che è ben fatto, ciò che esalta in maniera positiva i “buoni sentimenti”, o che si presenta come riscatto personale o sociale.

La malattia del non-amore

Prima e intorno


Gli attori sono già sul palco: luci accese e brusio del pubblico sottostante.
Gli attori sono dentro una scatola, che è una camera, presumibilmente d’albergo. Tecnici della luce e del suono si muovono sulla scena, veloci, sicuri, coordinati. Sono vestiti di nero: hanno marsupi, cuffie, giraffe, cineprese. In questo mélange tra teatro e cinema, che sospende in qualche modo la comprensione, perché la suddivide in più piani e in diverse percezioni, ha inizio lo spettacolo La maladie de la mort, tratto dall’omonima opera di Marguerite Duras.

Smashing Pumpkins: rito di una generazione dolente

Una narrazione musicale ed esistenziale epica. Questo, soprattutto, è stato il lunghissimo concerto degli Smashing Pumpkins alla Unipol Arena di Casalecchio di Reno (Bologna), abituata oramai ad ospitare kermesse di alto livello. Ultima tappa del loro world tour, Shiny & Oh So Bright Arena Tour che − come ha detto un Billy Corgan di buon umore − ha toccato venti città tra Stati Uniti e Canada e due sole in Europa: Bologna, insieme alla capitale della musica europea Londra, è stata dunque baciata dalla fortuna. Sì, perché la band ha suonato divinamente, Corgan era in forma strepitosa e addirittura l’acustica del grande globo felsineo, di solito non eccelsa, era ottima.

Kore'eda celebra la poetica dei perdenti

Il film Un affare di famiglia è l’ultimo sforzo artistico del regista giapponese Hirokazu Kore’eda, esploso in questa decade grazie a film come Little SisterFather and Son, Ritratto di famiglia con tempesta. Quest’opera, però, è proprio per definizione speciale, perché gli è valsa la Palma d’Oro a Cannes la scorsa primavera. Si potrebbe dire che tale riconoscimento sia − anche − un coronamento per quanto di buono ha fatto vedere con i film sopra citati.

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