“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Mercoledì, 29 Luglio 2015 00:00

"Here come the drones!" Le Muse del rock tornano ad incantare

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Ora: imprecisata, ma a partire dalle 13:00. Luogo: un polverosissimo Ippodromo in quel di Via Appia, Roma.
Questo il contesto semi-ideale per un concerto che si prospetta come un chiaro e deciso ritorno al puro rock inglese "made in Muse". Ma lasciate che la vostra amabile (n.d.a.: lo sono, vero?!) Grace vi introduca pian piano nel cuore dell'evento.

Il preambolo può essere descritto con tre "C".
Caldo. Abbonda e lascia che la polvere dell'Ippodromo diventi una vostra seconda pelle. Sempre che la vostra vera pelle non si sia già attaccata a quella di qualcun altro, meglio di quanto non possa fare l'Attack.
Cafoni. Quelli all'ingresso, della serie "il braccio flaccido e balordo della legge" che vi privano dei tappi delle vostre preziosissime bottiglie d'acqua perché "potreste usare queste come arma da lancio". Resta, ad oggi, inspiegato il sottile collegamento tra il rischio di estinzione che gravava su tutti noi in fila sotto al sole cocente di mezzodì e l'esigenza di privarci di un bene vitale.
Ma andiamo avanti...
Caparezza. Ho smesso di contare il numero di volte in cui lo staff Postepay ha deciso di rallegrare (si fa per dire...) la nostra attesa proiettando un fastidiosissimo video di Caparezza che preannunciava la sua data al Postepay Rock in Roma con una risata a dir poco isterica. Così isterica da indurre il pubblico di Capannelle, ormai in preda al delirio da insolazione, ad inscenare un "oooooh-lè" con tanto di mani al cielo ogniqualvolta si preannunciava l'eterno ritorno del trailer.
L'attesa è spasmodica. Dopo aver rubato circa un'ora di ritardo rispetto alla programmazione indicata sul biglietto, sale sul palco una giovane band emergente dal nome emblematico – guarda caso, Nothing But Thieves – e dal sapore squisitamente alternative rock inglese, i cui acuti che ricordano Thom Yorke o, per l'appunto, Matthew Bellamy. La band, capitanata dal frontman Conor Mason ci delizia, in apertura, con il loro brano più famoso, Itch, tratto dall'album di debutto Graveyard Whistling.
Giudizio finale dell'opening event: "not so bad".
Ma una signora come me non si può far attendere: un punto in meno.
Giungiamo all'evento vero e proprio. Finalmente cala la sera – ma non il caldo – iniziano a brillare le prime luci del palco e sullo sfondo compare il video di un sergente che ricorda molto quello di Full Metal Jacket, l'impetuoso Sergente Hartman: "Your a** belongs to me now!".
E la risposta non può che essere: "Aye Sir!".
La tensione accumulatasi sino ad allora nell'aria si frantuma sulle note del riff di apertura della canzone Psycho che, insieme a Dead Inside, possono essere considerate come le canzoni "manifesto" del nuovo album Drones. Non a caso le tracce sono collocate proprio in apertura dello stesso, rispettivamente alla posizione n. 1 e n. 3 (la n. 2, Drill Sergeant, rappresenta l'intro, sotto forma di dialogo, della track Psycho).
Con la tensione, si spezza anche il precario equilibrio di spalle e di pelli attaccate che si era creato sino ad allora, per precipitarsi tutti quanto più possibile vicino al palco.
I Muse fanno capire subito il loro passaggio dalle sperimentazioni elettroniche che hanno connotato l'album The 2nd Law verso un rock più aggressivo e dai toni più cupi: il metodo dubstep che pure aveva marcato fin nel midollo il penultimo album muta, adesso, in un'escalation di ritmica.
Anche il concerto è una vera e propria escalation. E Bellamy e soci lo fanno capire chiaramente con il secondo pezzo, proiettandoci dentro un Supermassive Black Hole, ripescato dal loro album di successo Black Holes and Revelations. L'adrenalina è alle stelle e non cessa di salire grazie al repentino ritorno ad un'altra interessante, nuova, track dal basso duro di Chris Wolstenholme, The Handler, posizionata alla numero 6 dell'album Drones: "You, were my oppressor...".
Ma ad essere "oppresso" non è certamente il pubblico dell'Ippodromo. Dal loro canto, i Muse non intendono ad accennare ad una sola pausa.
Anzi, il riff di apertura di Plug in Baby, acutizzato dai virtuosismi cui si abbandona volentieri il frontman della band, come suonare le difficili note del brano con la chitarra dietro alle spalle, annuncia ancora salti e scossoni molto poco British: attenti, o voi popolo degli smartphone e reflex puntate al cielo, che vivete di vita vissuta e concerti "riflessi"!
Proprio a voi ed ai vostri ritratti da "natura morta" sembra adeguarsi la track successiva, presa sempre dal nuovo album, Dead Inside: "On the outside you're ablaze and alive, but you're dead inside!".
Perciò abbassate quegli aggeggi, che assomigliano a tanti piccoli droni che ci controllano dall'alto, e tornate ad essere "vitali", alzando al cielo le vostre mani. È tempo di insorgere, è tempo di Uprising, scandita a battito di mani e dalle magistrali bacchette di Dominic Howard. Non soddisfatti, i Muse ci regalano la sua versione "extended outro".
Nonostante il pubblico non accenni – mentendo spudoratamente – a segni di debolezza fisica, i Muse concedono una piccola interruzione con un breve Interlude, track numero 7 dell'album Absolution. Ed i fan più sfegatati sanno che a questa traccia segue, necessariamente, la numero 8 dello stesso album: Hysteria.
Le dita di Bellamy scorrono leggere sulla tastiera, la Manson Guitar è letteralmente piegata ai suoi comandi e, ancora una volta, ci regala un extra misto a virtuosismo: le orecchie più attente avranno certamente notato che l'outro della canzone è stato suonato sulle note di Back in Black.
Il registro del concerto muta lentamente e, ad annunciare questo sottile cambiamento, ci pensa la track Munich Jam che poche volte i Muse hanno concesso dal vivo. Ma il cambiamento del registro è determinato, soprattutto, da Bellamy che abbandona la chitarra per dedicarsi, in chiusura della track Citizen Erased, ad un pianoforte ad arpa che assume colori diversi a seconda delle note suonate. Questo lo strumento con cui la band ha cosparso di magia l'album, apprezzato dagli intenditori, da cui la suddetta traccia è stata estratta: Origin of Simmetry.
Ancora pianoforte, ancora un altro grande successo tratto dall'album Absolution, Apocalypse Please: "It's time we saw a miracle, come on it's time for something biblical".
Quel "miracolo", quel "qualcosa di biblico" i Muse sembrano farlo. Nonostante le polemiche che sembravano aver circondato l'album The 2nd Law, il pubblico torna a saltare ed a cantare l'opening track dello stesso, Supremacy, dove Bellamydispensa le sue note più alte.
Il coinvolgimento è alle stelle: dodici tracce dai riff sostenuti e per niente facili, che solo una band con una certa esperienza sul palco è in grado di servire al meglio. Ma non basta. I Muse vogliono coinvolgere sempre di più, quasi a portare tutti sul palco: e lo fanno invitando a battere, ancora una volta, le mani a tempo di musica per scandire un'altra bella track, dai toni leggeri ma non troppo, come Starlight.
E poi, ancora rock inglese puro, quello di Time Is Running Out che ha perfino costituito il jingle di diverse pubblicità, tra cui quella di una nota casa automobilistica italiana.
Altro rock ancora più aggressivo ci è regalato da Bellamy che, senza accusare il minimo segno di stanchezza, ci regala un altro pezzo dell'ultimo album, la difficilissima Reapers: una cascata di note che promana dalla tastiera della chitarra, suonata a due mani e con la tecnica del tapping... "Here come the drones!". E i droni arrivano sul serio! Ma, per nostra fortuna, sotto forma di palloni neri giganti che levitano tra la folla, soprattutto tra le prime file. Balordi quelli che non hanno fatto girare i palloni appena un po' più indietro e mi hanno privato del gioco.
La track Reapers si chiude con un lancio del giavellotto inscenato da Bellamy con la sua chitarra, scagliata contro gli amplificatori collocati sul palco. Il concerto, dunque, si avvia alla fine, ma non senza concedere al pubblico un bis. Anzi, un tris, quello composto dalle tracce Madness, Mercy – collocata alla posizione numero 4 dall'ultimo album e suonata, nel suo acme, con tanto di cascata di stelle filanti e coriandoli sul pubblico – e Knights Of Cydonia.
In apertura dell'ultima traccia, Chris Wolstenholme ci regala il superbo pezzo Man with a Harmonica suonato integralmente – per l'appunto! – con un'armonica, in omaggio ai film di Sergio Leone musicati da Ennio Morricone tanto amati dalla band inglese. Curiosità per gli "addetti ai lavori": lo stesso pezzo era stato suonato da Wolstenholme al celebre concerto di Roma del 2013 e visibile sul dvd e bluray registrato con la tecnologia 4K.
Che dire... Sono esausta!
A parte questo, i Muse sono tornati a far parlare di sé e lo hanno fatto con ben quarantamila interlocutori circa. Soprattutto, i Muse tornano a far parlare bene di sé, dopo le polemiche – non molto chiare – che erano sorte proprio in occasione del concerto tenutosi a Roma nel luglio 2013, innescate riguardo alle difficoltà incontrate dalla band nell'imbastire il super palco dotato di "cannoni lanciafiamme".
Ma queste sono chiacchiere da gossip di basso livello (n.d.a.: a proposito di gossip, lo sapete che Matthew ha lasciato Kate Hudson? Che inguaribile rubacuori!). I fan, quelli veri, e gli appassionati di musica non chiedono altro che puro rock. Ed i Muse hanno risposto loro a gran voce, prima, con la tappa romana dello Psycho Tour e, poi, con la prossima tappa milanese del Drones Tour, a giugno 2016.
In attesa delle novità (e dei droni) con cui Bellamy e soci ci delizieranno... vi ricordo che Caparezza è stato a Roma il 25 luglio 2015.

 

 

 

Rock in Rome 2015
Psycho Tour
Muse
vocals, piano, keyboard and guitar
Matthew Bellamy
backing vocals and bass guitar Chris Wolstenholme
drums, human bones Dominic Howard

Scaletta:

(Drill Sergeant)

           (Extended outro)

           (Heartbreaker riff + Back In Black riff outro)


Roma, Ippodromo della Capannelle, 18 luglio 2015

N.B.: L'articolo de Il Pickwick sull'album dei Muse Drones
La società distopica dei droni (Eleonora Cesaretti, 29/06/2015)

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