”Restava da chiedersi se davvero le pietre avrebbero resistito, con tutta quell'acqua che scendeva e scendeva in quel quarto giorno esattamente com'era scesa nei tre giorni precedenti e insomma non sembrava proprio che la città avesse intenzione di reagire, soltanto e semplicemente si limitava ad assorbire l'acqua fin quando avesse potuto ma il problema in effetti è proprio questo: fino a che punto si può assorbire l'acqua? Qual è in realtà il nostro limite? In ogni caso accadeva, come se questo problema fosse ancora indistinto e confuso e certamente lontano, perché la rassegnazione si era trasformata in indifferenza“

Nicola Pugliese

Lunedì, 28 Gennaio 2013 11:25

C'erano, ancora

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“Fa caldo, c’è afa” lamenta Ivan Petrovič Vojnickij, ma Telegin subito aggiunge: “È un tempo incantevole”. Elena sussurra pianissimo: “Bel tempo quest’oggi, non fa caldo” ma il suo vecchio marito, il professor Aleksandr Vladimirovič Serebrijakov va a passeggio portando il soprabito, i guanti, le calosce ai piedi ed un ombrello alla mano.
È il primo atto dello Zio Vanja di Čechov: davvero si sta parlando del tempo?

Piuttosto: facendo parlare del tempo le proprie creature appassite Čechov mette in rilievo la condizione solitaria e diversa di ognuna di esse. Ivan Petrovič Vojnickij, Telegin, Elena, il professor Serebrijakov e Marija, Sof’ja, Marina, Astrov, perfino il garzone: si sfiorano, coesistono, si guardano; si guardano ancora, si sopportano appena, fanno parola facendo dialogo ma, il loro, non è un dialogo ma un monologo costretto ad essere recitato ad un pubblico. Fa caldo per Ivan, fa freddo per il professore ovvero: Ivan e il professore hanno una percezione del reale completamente opposta e, dunque, Ivan e il professore (ed Elena, Marija, Sof’ja e tutti gli altri già nominati) non faranno che declamare le proprie angustie, le proprie miserie, le proprie sciagure individualmente.
È un insieme di monologhi lo Zio Vanja di Čechov: ogni personaggio ascolta sé stesso, costretto ad essere ascoltato dagli altri.
Per questo bene fa Roberto Azzurro a trarne la versione di Ivan, ad indossarla come si fa con un vecchio cappotto (largo sulle spalle, come un fardello pesante e inevitabile), a trascinarla lentamente agli astanti ponendola ad un passo, uno solo, da una grande finestra: fuori l’ossigeno, il vento, qualche rumore, la vita mentre dentro ristagna il calore, la luce falsa delle lampade, l’indolenza, l’inerzia che attende.
“C’erano delle panchine, delle sedie; su una delle panche una chitarra. Non lontano dal tavolo, un’altalena”: comincia così Ascoltando zio Vanja: recitando una didascalia come fosse una battuta aggiungendovi “C’erano”. Termina così Ascoltando zio Vanja: “Mi pare ancora di sentirla, la mia nipotina…”, rendendo l’eco esistente di battute perdute aggiungendovi “ancora”. “C’erano” e “ancora”: il teatro di Čechov è esattamente la condizione che sopporta chi resta immobile, come ingolfato nella mediocrità e nella melma, tra “c’erano” e “ancora”.
“C’erano”.
Le aspettative del passato, i mille momenti dei sogni, dei progetti, delle convinzioni divenute un tormento. “La vita se n’è andata! Io ho talento, intelligenza… coraggio… Se avessi vissuto normalmente sarei potuto diventare uno Schopenhauer, un Dostoevskij…“ reclama, con voce rauca, il nostro Ivan ed è come sentire un’anima in pena, impantanata al presente di una nostalgia memoriale. “Giorno e notte – egli dice ancora – mi opprime come un demonio il pensiero che la mia vita è perduta senza rimedio. Non c’è un passato per me, l’ho sciupato stupidamente con le inezie, ed il presente è terribile per la sua assurdità”. Ma potrebbe recitare ciò che recita (sempre a sé stesso) anche il Sorin de Il Gabbiano: “Una volta da giovane volevo diventare un letterato – e non lo sono divenuto; volevo parlare con garbo – e parlo malissimo; volevo sposarmi – e non mi sono sposato; volevo starmene sempre in città – ed ecco concludo la mia vita in campagna”.
C’è stato un tempo in cui Sorin sarebbe potuto diventare un letterato: quel tempo è trascorso. C’è stato un tempo in cui Ivan sarebbe potuto diventare uno Schopenhauer o un Dostoevskij: quel tempo è trascorso. “C’erano”, dunque, è il feticcio che resta a chi pensava d’essere ardito, intelligente, pronto alla sfida, destinato al futuro glorioso di una qualsiasi soddisfazione sicura e si ritrova, invece, fallito, deluso e perdente, sconfitto – prima che dalle condizioni dell’esistenza – dall’esistenza delle proprie stesse condizioni: il tedio, il rimando, la noia; la propensione a lasciarsi distesi, ammuffiti al divano o sul letto, come in attesa che l’Evento bussi alla porta. Non un tocco, non un rumore, mentre il tempo non placa il suo andare. Ecco il “C’erano” di Ascoltando zio Vanja.
“Ancora”.
“Non c’è niente di nuovo. Tutto vecchio. Io sono esattamente quello che ero, forse peggiore, visto che mi sono impigrito, che non faccio niente e brontolo soltanto come un vecchio bacucco”. L'anziana maman “blatera di emancipazione femminile” guardando con un occhio alla tomba e con un altro agli opuscoli inutili che stanno sul tavolo; il professore se ne sta, “come sempre”, dalla mattina alla sera nel suo studio, a scrivere, mentre sua moglie (sua moglie!) si trascina da un lato all’altro della grande (e vuota) tenuta soffocando la sua giovinezza in un sentimento immorale. Ivan – circondato da questi spettri che ripetono e ripetono e ripetono le stesse parole, gli stessi gesti, gli stessi respiri tramutando la vita in un’abitudine, l’abitudine in una replica – ci appare vestito di nero, coperto da abiti sopra gli abiti, leggermente ricurvo, la carnagione bianchissima, gli occhi un po’ stanchi, la voce di un tono più bassa: emblema di un estenuante torpore che atrofizza, passa e ripassa davanti agli astanti forzandosi quasi a fare novella. La sua è una sopravvivenza offuscata, una pallida permanenza illanguidita, un’incatramata fissazione vitale. Così – tra gemiti ed immote speranze già affievolite – si riduce ad un repertorio di ricordi incolori.
A sinistra le tazze del tè, usate in passato; a destra i portafoto al contrario, emblemi di figure scomparse; nel centro questo larvale resto d’un uomo che racconta i suoi aneddoti (ciò che resta della trama) raccontando la propria condizione di stasi. Ogni tanto una vampata gestuale (la mano sul mento, un pugno alla coscia, un leggero fremito delle dita) che subito scolora debolissima. Disperato dall’esistenza degli anni e di un futuro da impiegare in qualche modo (“Oh, Dio mio… Ho quarantasette anni; se vivrò, poniamo, fino a sessanta, me ne restano ancora tredici. Tanti! Come sopravviverò questi tredici anni? Che cosa farò, come li riempirò?”) egli è prigioniero di un “ancora” che non ha da passare. Beckettiano in anticipo (la morte è una faccenda che va per le lunghe), l’Ivan di Čechov e di Roberto Azzurro tornerà alle solite usanze tediose: il tè alle otto di mattina, all’una il pranzo, la sera tutti a cena, le tagliatelle e le penne che scricchiolano, il grillo che stride, il silenzio, i conti da fare: “Conto del Signor… Del vecchio debito sussiste una rimanenza di due e settantacinque… Il due febbraio: venti libbre di olio…”. In pigiama (la veste di chi non metterà più il naso fuori di casa), seduto (la posa di chi rinuncia ad ogni moto possibile): ecco l’”ancora” di Ascoltando zio Vanja.
In aggiunta: certi accenni di canzoni stagnanti (vecchie melodie di un’adolescenza lontana), il mormorio ben usato dei pochi oggetti di scena (la cadenza ipnotica delle cose che si usano spesso) e – soprattutto – una connotazione estensiva dello spazio (per cui Roberto Azzurro/Ivan utilizza non soltanto il vano davanti alla finestra ma anche la grande sala a lato della stanza in cui ci troviamo, assentandosi spesso: segno teatrale della vastità della casa descritta da Čechov – “È una specie di labirinto. Ventisei immense stanze, tutti si disperdono e non trovi mai nessuno” – ma soprattutto rimando all’immensità degli spazi čechoviani che intossicano di solitudine e di disperata voglia di andare senza andare: si pensi, soltanto, a Tre sorelle) rivelano un’attenta rilettura dell’opera: ne segue perciò questa resa vagheggiante ed inerte che, nonostante certi opportuni frammenti da vaudeville, si dilegua inesorabile con il fluire degli attimi.
“Tutto andrà come una volta” si legge nel testo. Tutto è andato come si sapeva sarebbe andato: il dileguare della bellezza, l’automatismo dei gesti e degli eventi, il torpore finale.
In questo torpore una voce si allontana, facendosi eco di sé stessa: “Vivremo una lunga, lunga sequela di giorni e di interminabili sere… La vita diventerà quieta, tenera, dolce, come una carezza… Riposeremo, riposeremo… Riposeremo!”.
Il silenzio. Un attimo. Poi gli applausi.

 

 

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Ascoltando zio Vanja
da Zio Vanja
di Anton Čechov
progetto, regia e adattamento Roberto Azzurro
consulenza drammaturgica Gianmarco Cesario
con Roberto Azzurro
Napoli, Studio Koan (residenza privata), 27 gennaio 2013
in scena 27 gennaio 2013 (data unica)

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