“In coscienza, Kàtja, non lo so”.

Anton Pavlovič Čechov

Domenica, 27 Gennaio 2013 22:53

Ripartire dalla sostanza

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L’arte in città che fa l’arte della città, può venir da pensare penetrando nell’ambiente espositivo. Arte non particolaristica ma che si attesta d’origine protetta. L’arte in città oggi prosegue a vele spiegate, come sempre, scorrendo sul filo della creatività e dell’approfondimento del e per il dato umano, sempre più avanti rispetto al movimento di promozione, di specificazione attenta e di sana e non invasiva classificazione atta alla chiarezza ed al coinvolgimento di fruitori. Ma la confortevole accoglienza e la diffusione delle occasioni di fruire di espressioni artistiche, saranno sempre un po’ meno lontane ogni qual volta verranno aperti spazi come quello, ormai rinomato, di Via Costantinopoli. Luoghi che s’impegnano per arrivare ad informare dei loro eventi e  delle loro proposte di qualità il più gran numero possibile di persone, democraticamente e piacevolmente.

Basterebbe attraversare la strada per ritrovare quasi tutti gli otto protagonisti dell’ultimo progetto espositivo alla Nea, o almeno le loro origini. Poco più in là campeggia infatti, come sempre, l’Accademia di Belle Arti, dove molti di questi maestri sono dediti all’insegnamento oltre che alla propria ricerca creativa, fucina per molte delle più forti personalità artistiche del nostro territorio. Realtà alle volte alla ribalta altre in sordina, ma sempre luogo considerevole, quando non necessario. Dove eravamo dunque rimasti? Credo che si tratti dell’entrare in contatto con le opere, in questa mostra di “pelli” e di pellicole come pelli, superfici sensibili, reattive, partecipative.
Lo sguardo si propaga, dal centro, ampliandosi in un’onda che abbraccia le opere nell’insieme, all’interno della raccolta sala rettangolare. In un angolo una fotografia in bianco e nero s’intravede, elegante. Un dipinto di forme dissolte in colori nel mezzo precede la fotografia all’angolo opposto, che ha il colore del mare e della sabbia rossiccia. Alle spalle piccoli dipinti disposti a formare un gruppo esteso in verticale, di lato, laggiù sull’altra parete, un grande dipinto di decisa figuratività, dall’altro il basso brusìo o talvolta la flebile particella di musica reiterata di uno schermo visivo su cui scorrono immagini. Ed ecco, al proprio fianco, una sedia d’artista che testimonia di un’attitudine a sperimentarsi in varie declinazioni creative. È cinerea ed ha legato sul piede sinistro un più o meno sinistro osso femorale, elemento di sostegno di un concetto tramutato in intima e semplice seduta. È di Peppe Capasso.
A ritroso il vortice di forme si rapprende nella pelle stoppacciosa ma amabile del corpo, in Canoro, si ramifica in ravvicinamenti facciali e in piccoli solitari interni dominati o dominanti esseri umani in Giovanni Di Capua e si distende nello scatto all’aria aperta di Fabio Donato. Lì materie si dipanano in tre pannelli, l’ossigeno è filtrato da una staccionata di bianchi stracci selvaggi e poi ben stesi, sviluppati lungo le tre parti in una linea orizzontale sopra la quale risponde il bianco di nuvola e solo dietro la quale il mare esiste, assieme ad una terra d’inesprimibile lontananza. Si riduce ad essenza primordiale, pura origine, nell’osso di Guariglia. Si diluisce e ad un tempo acquieta e rapprende, nel Fermo immagine di Longobardo, dotato di un rosso, aranciato, in bilico sulla grande presenza di una circoscritta essenza rosa. Scivola a fianco, su di un un’immagine catturata da Aniello Barone, la quale sfoca in una testura morbida come bambagina tanto quanto sparsa d’impalpabili, ispidi ed acri fili d’erba, l’area attorno ad un cumulo di degrado trasceso in triste poesia, nel punto in cui il descrivere è scalzato dal sentire. Ed infine si snodano i fotogrammi di Mario Franco, dall’interno dei quali l’occhio di Picasso ti guarda distratto ma sempre potentemente puntato, dietro il segno grafico del disegno in atto. Dai quali il viso pittore è e non è solo di Picasso, ma anche di Dalì, Pasolini e Warhol e dive di altri tempi, trasformandosi di continuo nell’effetto scenografico del mutare deformante delle fattezze. È la tela variegata, nata da barattoli di colore rovinosamente infranti, lasciati cadere, da notevole altezza, dalle mani di Shimamoto, nel reportage che interpreta la performance dell’artista, evento imbrattante d’arte il piano di calpestìo della napoletana piazza Dante.
Si dimostra la comunicazione tecnologica all’insegna dell’umano come si attesta la superficie materica, “pelle” di pellicole fotografiche, di tele o di duro scheletro di oggetti. Si va avanti perché certe volte non si torna mai indietro, neanche volendo. Chi ha già accumulato molto e bene nel suo vissuto artistico è il solo che riesca a non fermarsi poiché, avendo una più ampia visione, riesce a percepire l’assenza di una fine compiuta, la vita incessante della propria imperitura ricerca. Gli otto artisti proseguono nell’approfondimento e nel nuovo, promettendo, a quanto pare, di insistere su queste vie anche nelle personali che li interesseranno, di volta in volta, ancora in questo stesso spazio che li ha ospitati insieme. E l’arte, come la vita, continua.

 

Pelle e pellicola

di Aniello Barone, Raffaele Canoro, Peppe Capasso, Giovanni Di Capua, Fabio Donato, Mario FrancoCostabile Guariglia, Guglielmo Longobardo

Nea Art Gallery

Napoli, dal 18 gennaio all’8 febbraio 2013

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