“In realtà vi è un istante in cui il corpo sulla scena e l'arte coincidono e quell'istante si chiama teatro. Tutto il resto è spettacolo”

Claudio Morganti

Giovedì, 01 Agosto 2013 02:00

Bufalino tra Proust e Mallarmé: due letture di "Calende Greche"

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Il Novecento è il secolo in cui si ha l’impressione che sia stato scritto tutto e il contrario di tutto. La letteratura, e in particolare il romanzo, ha raggiunto esiti imprevedibili e irripetibili e, dalle più ardue trasgressioni avanguardistiche fino alle voci più reazionarie e conservatrici, gli esiti sono stati molteplici e affascinanti.
Gesualdo Bufalino è un autore che ci pone davanti ad una produzione singolare, soprattutto per aver fatto suo uno stile “classico”, tale da far parlare di “romanzo ottocentesco”, rivivendolo però secondo una propria estetica.

Nel 1990 Bufalino pubblica Calende greche. In principio vuole pubblicare soltanto un numero limitato di copie “destinate alle 99 persone più amabili del suo carnet d’indirizzi. Con l’imperiosa preghiera che nessuno gliene scriva o ne scriva, ma ciascuno le legga, se vuole, e le conservi in ricordo”,1 come sottolinea egli stesso nella Postilla che segue il testo del romanzo, parlando di sé in terza persona.
Nel 1992, però, Bufalino cede al mondo dell’editoria e accetta di pubblicare il suo romanzo a cui fa seguire una nuova Postilla in cui confessa: “Con la presente pubblicazione egli intende ora disciplinatamente rimettersi in riga sotto le savie, forse sante, bandiere della società letteraria e così esibirsi sino alla fine”.2
Tra le due edizioni cambia qualcosa: l’edizione del 1990, destinata a pochi eletti, aveva come sottotitolo “frammenti di una vita immaginaria”, mentre nel 1992 “frammenti” viene sostituito con “ricordi”. Nella prima Postilla l’obiettivo di Bufalino era di sviluppare gli “annali” di un’esistenza immaginaria, mentre due anni dopo l’autore desidera ricostruire la parabola di una vita immaginaria”.3
Dalla pura immaginazione ci si sposta quindi alla dimensione della memoria. L’obiettivo è dare, con il proprio romanzo, un sunto probabile e improbabile, in parte immaginario, in parte ricco di elementi biografici, della vita umana; creare un’opera nella quale inserire sentimenti, vicende ed emozioni che appartengono tanto alla vita dell’autore quanto a quelle dei tanti e sconosciuti lettori.
Un tale intento totalizzante, come evidenzia nell’introduzione Giuseppe Traina, non appare così lontano da quello di Mallarmé. Considerando il proposito di Bufalino di creare un’opera in divenire in cui anche ai lettori spettava il compito di inserire elementi che “turassero questo o quel buco d’anni e sviluppassero vicende rimaste interrotte o intraviste solo di scorcio”,4 Traina scrive: “Un’idea che ricorda l’utopia mallarméana del Livre, l’Opera per eccellenza, capace di dar senso all’universo stesso che esiste appunto per sfociare in Libro: e il Libro di Mallarmé andava strutturato proprio a fogli mobili, per consentire continui spostamenti e ri-combinazioni […]”.5
Effettivamente le suggestioni mallarméane non mancano: il romanzo, diviso in cinque parti (Nascita, Infanzia e Pubertà, Giovinezza, Maturità, Vecchiaia e Morte) vede l’alternarsi della prima, della seconda e della terza persona all’interno della narrazione, capriccio diegetico che può ben rientrare nelle tante sperimentazioni dell’estetica di Mallarmé; per non parlare dell’intertestualità, visto che in Calende Greche numerosi sono i frammenti di testo provenienti da altre opere bufaliniane, pronti nella nuova sede a caricarsi di significati che prima non avevano, o a rafforzare i precedenti (particolare “collage” che il poeta francese spesso applicava nelle sue opere). Manca l’atmosfera misticheggiante propria delle opere di Mallarmé, ma l’obiettivo “universale” di Bufalino certo non si discosta più di tanto da quello del poeta francese.
Una pista altrettanto decisiva per poter leggere e capire Calende greche mi sembra che sia quella della scrittura, così inscindibile dalle vicende umane del protagonista Dino. Nelle varie sezioni del romanzo la sua vita viene raccontata seguendo eventi e circostanze per lui decisive, e tanti sono i richiami alla scrittura come attività disperante, come vocazione tradita, abbandonata e poi ritrovata, come riscatto dell’esistenza.
Nelle tappe più importanti della vita di Dino appare il leit-motiv della “pagina da scrivere”, come se la scrittura fosse connaturata all’esistenza del protagonista, un momento decisivo per fare i conti con la propria vita. L’intero romanzo può essere letto come parabola immaginaria della vita di uno scrittore che, probabilmente, è lo stesso Bufalino. E l’idea di un’esistenza che si dispiega attraverso la metafora della scrittura potrebbe ricondurre il lettore alla Recherche di Proust, dove alle vicende biografiche del protagonista corrispondono i tentativi di realizzare la sua vocazione letteraria.
La vita di Dino è un progressivo svelamento dell’illusorietà e della precarietà dell’esperienza umana. Già da molto giovane, passate le esperienze della guerra e della malattia, Dino può dire: “Invece eccomi uomo in anticipo: ecce homo. Saltati a piè pari i vent’anni. Malvissuti, corrotti, traditi, sebbene li ho appena compiuti”.6 Ma ancora prima di queste esperienze, quando da fanciullo si abbandonava a lunghe fantasticherie, il protagonista (la sezione Infanzia e pubertà è narrata in terza persona, a differenza di quella della precedente citazione, Giovinezza, in cui si fa uso della prima persona) dice: “Né forse tanto volentieri trasognerebbe, se non sentisse di avvezzarsi, così facendo, a un’esperienza di morte, anticipo memorabile della sua distruzione futura…”.7
Proprio come il protagonista narratore di Alla ricerca del tempo perduto, Dino deve assistere al crollo doloroso delle illusioni e delle speranze della vita, allo svelamento di quell’insidioso vuoto che si nasconde nelle fibre più profonde dell’esistenza e che sembra condurre unicamente alla morte, al nulla. Di fronte al male radicale della giovinezza violata, Dino dice: “Insomma, devo decidermi: nascondere questi anni sotto la sabbia o addobbarli, schierarli in vetrina”,8 e così si delinea la possibilità di una redenzione: gravato dalle macerie della propria esperienza umana, dai frammenti di sentimenti, di speranze uccise e delle vite di quanti gli sono morti accanto, egli decide di disimpararsi: “Disimpararsi, e cioè mettere in quarantena, fra i minuti memorabili, i pochi e far piazza pulita dei molti; disdire le rischiose larve di cui siamo clienti esclusivi, a vantaggio delle innocue e comuni, che è igienico coltivare, i cimeli di passato di cui giova discorrere al bar con i coetanei. […] Domani o dopodomani riuscirò, su una pagina vergine, con una stilografica nuova, non so ancora se a lavarmi il cuore o a truccarlo, se a certificarmi o a inventarmi. Vorrò, dal subbuglio dei giorni perduti, estrarre un colore, una vista, un rumore: magari l’espansione d’un razzo che tacitamente si sfaldi nell’aria; un viso alla finestra, innamorato di luna; il rantolo di un piacere o di un’agonia…”.9
La scrittura diventa quindi una possibile terapia di vita, lo strumento col quale recuperare il tempo perduto della propria esistenza per dargli nuova linfa vitale e riempire il vuoto in cui si rischia di precipitare.
Ecco che Dino decide di ritirarsi per alcuni giorni in una vita silenziosa e solitaria, e si rivolge al proprio passato: la sua memoria diventa un museo in cui passare in rassegna ricordi scelti.
Non siamo di fronte ad una nuova Recherche, ad un nuovo tentativo di lavoro sul proprio passato per illuminare quei pochi attimi in grado di dare luce a tutta la propria vita?
Anche quel senso di incompiutezza che Dino avverte in ogni pagina gettata in pasto al pubblico, in cui sembra sempre mancare qualcosa, tanto da rassegnarsi alla propria sterilità, non può non ricordare la disperata arrendevolezza che colpiva il narratore della Recherche tutte le volte che cercava di mettere mano al proprio capolavoro, senza raggiungere i risultati sperati. “Sicché lascerò incompiuto l’orrendo capolavoro. Innamorato d’ogni maceria, tornerò sul luogo ogni tanto ma da turista […]”10 dice Dino, apparentemente arreso.
La storia della vita di Dino, quindi, si manifesta al lettore come immaginaria parabola di vita, e memoria e scrittura si presentano come fonti privilegiate a cui attingere per tracciare questa curva esistenziale. Che siano dati biografici dell’autore o dettagli d’invenzione tra i quali anche il lettore può inserire proprie suggestioni mnemoniche, la narrazione di Calende greche scorre lungo le tortuose correnti della memoria e si affida ad esse, cercando di ricomporre i tanti frammenti dell’esistenza attraverso i giochi illusori della scrittura. Le parole in Bufalino sono sempre ambivalenti: valido antidoto in grado di esorcizzare i demoni dell’esistenza, ma altrettanto illusorie e beffarde.
A differenza del protagonista della Recherche proustiana, Dino non giungerà a nessuna rivelazione estetica assoluta in grado di svelargli il significato più profondo della vita. Dino è un protagonista di fine Novecento e deve accontentarsi di riconoscere quanto di illusorio e vano ci sia nella vita umana. La parte finale del romanzo, Vecchiaia e morte, registra il fallimento del protagonista al cospetto della vecchiaia e della malattia, il suo soggiacere al caleidoscopico e disorientante universo umano, in cui non è concesso nessun appiglio per fuggire il corrosivo fluire del tempo. C’è la consapevolezza, però, che certi attimi di felicità e gioia, ma anche di serenità, abbiano davvero un senso e siano essi a desiderare di tornare alla luce da quella massa di macerie che è la nostra memoria.
C’è la speranza, insomma, che la scrittura possa almeno tentare di riportare alla luce queste schegge di vetro splendenti per renderci spettatori della nostra vita dopo aver creduto di averla persa del tutto. L’opera da scrivere, quella finale in grado di dare una risposta alla vita di tutti gli uomini, è il risultato di questo tentativo. Resta una sola domanda: così come per il protagonista della Recherche ci chiediamo se l’opera che il narratore cerca di scrivere e che riuscirà a scrivere solo dopo la rivelazione estetica finale sia l’immenso romanzo che Proust ci ha lasciato, allo stesso modo potremmo chiederci se il libro che Dino cerca di scrivere per riscattare la propria esistenza sia lo stesso Calende greche o no. Domanda viziosa, lo riconosco, ma interessante, perché impedisce di chiudere la questione e di ritenere che ciò di cui si è scritto finora sia soltanto una vaga distrazione per critici annoiati, rendendola invece un atteggiamento col quale guardare la vita e l’esistenza. Bufalino ha lanciato una sfida ai suoi lettori. Spetta a noi ricomporre le pagine di Dino, e con la sua, ridare luce alla nostra esistenza.

 

 

 

 

1) Gesualdo Bufalino, Calende greche (1992), ed. Bompiani 2009, Milano, p. VI-VII.

2) Ivi, p. 231.

3) Ivi, p. 229.

4) Da un’intervista di Massimo Onofri a Gesualdo Bufalino pubblicata in Nuove Effemeridi, n. 18, Palermo, 1992, p. 29.

5) Gesualdo Bufalino, Calende greche (1992), ed. Bompiani 2009, Milano, p. VIII.

6) Ivi, p. 71.

7) Ivi, p. 37.

8) Ivi, p. 94.

9) Ivi, p. 99-101.

10) Ivi, p. 133.

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