“Chi v'agghia dici? Ca quiddu nda capa meja tengu tanti i quiddi buchi, cumi si ci avissi na negghia attùarnu attùarnu a capa. Pu a na vota nu colpu i viàntu e pi nu mumentu si vidi angunu cuntu, ca pu jè quasi sempi u stessi cuntu, e pu n'ata vota a negghia attùarnu....”

Saverio La Ruina

Domenica, 28 Aprile 2013 02:00

Storia di Bobi, che si perse tra i libri

Scritto da 

Un tizio vive e fa bei versi. Ma se un tizio
non vive per fare bei versi, come sono
brutti i versi del tizio che non vive per fare
bei versi.
                                      Bobi Bazlen

 

 

Ricordo di aver letto, in qualche vecchio libro di Hawthorne, una storia, data per vera, letta dallo stesso Hawthorne in qualche vecchia rivista o giornale: un uomo – chiamiamolo Wakefield poiché Wakefield lo chiama Hawthorne – che si assenta per un lungo periodo di tempo dalla propria casa e dalla propria consorte.
Wakefield vive a Londra. I suoi affetti, mai violenti, sono smorzati in un sentimento tranquillo, che vivacchia tra abitudini comode. Pigro quanto basta, indolente quanto basta, accomodante quanto basta. Razionale, impegna i meriggi in lunghe riflessioni senza pretendere uno scopo preciso: pensa per pensare, pensando pensa a ciò che sta pensando senza pensare ad altro. Nessuno lo direbbe un eccentrico, tutti lo direbbero incapace di compiere un atto qualsiasi degno di stupore, capace di fissarsi in eterno.

Una sera d’ottobre, all’imbrunire rossiccio, Wakefield si accomiata dalla moglie. Possiamo vederlo mentre – sul tappeto che funge da soglia – bacia la fronte dell’ignara signora: ombrello in una mano, un bauletto nell’altra. Lei sembra stia per domandargli notizie sul viaggio che sta per intraprendere, sullo scopo e sulla durata, ma lascia stare: gli dedica un ultimo sguardo, poi torna dentro a filare la maglia.
Wakefield se ne va, con passo lento, perlustrando la strada di casa al contrario, gira l’angolo e giunge alla meta: una stanza presa in affitto a qualche metro dalla propria stessa dimora! Da lì, senza ragione apparente, il nostro eroe spia la propria vita di prima, rimanendone sempre a distanza: ad un minuto di distanza, ad un passo di distanza, a distanza quanto basta per non farne parte davvero. 
Ricordo di aver letto questa vecchia storia nel momento preciso in cui sto cominciando l’articolo. Sessanta secondi fa chi avrebbe detto che Wakefield sarebbe entrato in questa pagina?
La ragione della quatta intrusione è data da una frase di Vila-Matas: “Wakefield e Bartleby sono due personaggi intimamente connessi” poiché, se Bartleby è un solitario che si ritrova nel mezzo di un grande ufficio e lì si fissa dicendo sempre “Preferirei di no” ad ogni richiesta, Wakefield sembra dire “Preferirei di no” alla forma assunta dalla sua stessa vita: egli è l’emblema di quelle nullità che non sono nullità ma vogliono esserlo disperatamente e che, pertanto, desiderano scomparire, nascondersi, mettersi nell’ombra di un angolo, in uno scorcio invisibile.
Wakefield – più ancora di Bartleby – mi ricorda Bobi Bazlen ed il suo rapporto con la letteratura. Infatti Bobi frequenta, sfiora e maneggia, odora e carezza, accudisce e protegge, perlustra, conosce e migliora ciò per cui spasima – come divorato da un tarlo amoroso – senza tuttavia accingersi mai a vivere, in pieno, questa sua devota osservanza.
Bobi legge libri che nessuno saprebbe leggere. Bobi corregge libri che nessuno saprebbe correggere. Bobi scopre libri che nessuno saprebbe scoprire. Bobi parla di libri in un modo in cui nessuno saprebbe parlarne. Bobi immagina libri che nessuno saprebbe immaginare. Bobi – per non tirarla troppo – pare abbia letto tutte le pagine di tutte le storie, tutte le storie di tutte le opere, tutte le opere di tutti gli autori, tutti gli autori in tutte le lingue.
Ma Bobi non ha inchiostrato neanche una riga.
Certo, l’Adelphi ha tentato di far passare per suoi gli Scritti pubblicati in un bel volume celeste stinto (Il capitano di lungo corso; Note senza testo; Lettere editoriali; Lettere a Montale) ma si tratta di carte che appartengono più a coloro che hanno setacciato, a posteriori, i cassetti di Bobi che a Bobi medesimo che, queste carte, nei cassetti le aveva respinte e ingabbiate, convinto così di cancellarle per sempre.
Insomma, Bobi è un Wakefield poiché – come Wakefield rinuncia al colore delle tende, alle vetrine dei mobili, all’orologio sul muro, al giornale in poltrona, allo specchio in salotto, al cuscino serale (tutto ciò che fa di una casa una casa) – così Bobi rinuncia alla prima vocale, alla prima parola, alla prima riga, alla prima pagina (tutto ciò che fa di un’opera un’opera) contentandosi di spiare la letteratura come Wakefield spia la propria esistenza: ad un minuto di distanza, ad un passo di distanza, a distanza quanto basta per non farne parte davvero.
“Che razza di uomo era Wakefield? Siamo liberi di dare una forma alla nostra idea personale, e chiamarla con il suo nome”. Così Hawthorne nel darsi il coraggio di tentare l’impresa: descrivere chi fugge per fuggire ad ogni descrizione possibile.
Che razza di uomo era Bobi Bazlen? Anche noi siamo liberi di dare una forma alla nostra idea personale, e chiamarla con il suo nome.
Bobi è a letto, adagiato al guanciale. In terra un bicchiere d’acqua, sulla coperta un blocco di appunti, una matita. Sul comodino una pila di libri. Ai fianchi del letto altre due pile di libri. Sotto al guanciale, un libro nascosto. Ai piedi, una decina di libri; ai piedi del letto, piccole pile di libri; ai piedi delle piccole pile di libri altri libri cancellano ogni disegno del pavimento. Bobi guarda a sinistra cercando di scorgere – tra i libri che fanno da tenda cartacea alla grossa finestra – se sia alba o tramonto, poi sbadiglia, reclinando la testa su un libro.
Bobi passeggia per le strade bianche di Trieste. Somiglia al Celibe di Franz Kafka: “La giacca ben abbottonata, le mani nelle tasche che gli risultano alte, i gomiti sporgenti, il cappello calcato sugli occhi”, il pantalone più stretto di quanto convenga alle gambe smilze, da fenicottero. Sotto l’ascella un volume. Sempre. Bobi passeggia avendo, sempre, un volume sotto l’ascella.
Bobi passeggia per le strade bianche di Trieste avendo – anche – ai piedi grosse scarpe voluminose. Simili a quelle indossate da Chaplin, sono calzature da viaggiatore: alte le suole, il tacco imponente, la punta in su rafforzata. Frutto dell’artigianato di chissà quale bottega, gli servono per allontanarsi dal punto da cui arriva, dal punto in cui si trova al momento.
Bobi ama leggere a riva di mare o a riva di fiume oppure seduto su di una panchina di marmo o di ferro, mentre tutte le altre comparse di questa scena, appena inventata, corrono senza sapere dov’è che stanno correndo.
Bobi, a diciotto anni, ritiene di aver trovato “l’elemento in comune tra Salgari e Kant”.
Bobi parla di Svevo a Montale quando Svevo non è ancora Svevo e Montale non è ancora Montale. Bobi è il primo a pronunciare il nome “Piscator” cui fa seguire, per primo, il nome “Brecht”. Bobi conosce e fa conoscere i racconti di Kafka, il teatro di Musil, i saggi, le prose e le poesie di Altenberg. Bobi rivela l’esistenza di Giotti, Bolaffio, Carmelich; di Benco, Cassirer, Quarantotti Gambini e di Dos Passos, Sologub, Döblin, Heinrich Mann, Arnold Zweig e – ancora – “Lawrence e Gide, Faulkner e Valéry, Esenin e Cocteau, O’Neill, Blok, Eliot, Joyce, Hemingway” (Giani Stuparich).
Bobi si passa il palmo della mano destra sul petto; inclina leggermente, come ingobbito, pur non essendolo; soffre di una leggera miopia; Bobi guarda continuamente l’orologio per scappare al primo imbarazzo.
Bobi cerca un’osteria, senza neon, nella quale rifugiarsi dalla pioggia insistente o dal sole eccessivo, per poter ammirare le pagine di un libro che ha appena acquistato.
Bobi, forse per seguire l’andamento di una storia d’inchiostro, va a sbattere in una vetrata.
Bobi dorme per giornate intere dopo aver letto per intere giornate. Bobi usa spesso la parola “naufragio” ed un suo racconto interrotto (che meritava il rispetto dell’oblio) narra del capitano di una nave che teme la parola “naufragio”.
Bobi rimanda un impegno a domani; a domani l’altro; a un domani che sarà domani chissà quando.
Bobi non usa le maiuscole dopo il punto, raramente utilizza le relative, comincia una lettera con il termine “Suspicione”. Bobi si lamenta d’aver attraversato la Svizzera in un treno infernale che ha una poltrona di metallo in un ambiente di metallo: si sente come seduto su una sedia elettrica. D’estate, appena sveglio, fa una merenda assai sostanziosa poi non mangia nulla per tutto il giorno (se si eccettua un biscotto con un sorso di tè o qualche caffè ma senza biscotto) per ingozzarsi alla sera. Funziona.
Bobi passa tutto l’inverno, mezza primavera, parte dell’estate, tutto l’autunno – in quanto “persona per bene” – “a letto, fumando e leggendo” e, solo “ogni tanto”, esce “per far qualche visita o andare al cinematografo” (da una lettera a Montale).
Bobi, talvolta, si chiude nel bagno, si siede sull’orlo smaltato della vasca mentre si fissa allo specchio poi, dalla tasca, libera l’unico ricordo che il padre gli ha lasciato, morendo troppo presto: un piegabaffi. Lo porta alle labbra. Poi lo ripone, con un gesto affrettato.
Bobi punta il dito alle mostre fissando i quadri che non fissa nessuno. Arte precolombiana, africana, indiana. “Chùshtia che bèl”, commenta. Bobi è appassionato di astrologia, alchimia, di chiromanzia, di magia e di filosofie orientali; di cabala, spiritismo, di teosofia.
“Bobi disprezza l’intelligenza perché ne ha troppa” (Guido Voghera).
Bobi regala il denaro agli amici, agli amici regala i suoi libri, qualche vestito, molta attenzione.
Bobi ride per oltre un’ora sentendo questa battuta: “Tu ti conosci? Sì, di vista”. “Ah, che bella!... Me la dai che voglio metterla nel mio romanzo” pare abbia detto. Non ha mai utilizzato la battuta, naturalmente, perché non ha mai scritto un romanzo.
Abitatore di un mondo che è il proprio mondo, abbandona le idee che ha generato non appena sono (troppo) accettate dagli altri.
Bobi pensa che Shakespeare non sia il nome di un autore ma l’indicazione con cui giungere a un intero universo.
Bobi ama le bancarelle del ghetto, che spulcia con dovizia e mestiere, sporcandosi le dita con la polvere dei vecchi libri che gli altri hanno abbandonato o tradito.
Amante del vino, è capace di percorrere (a piedi) anche venti o trenta chilometri per capire davvero se, in quel ristorante di cui ha sentito parlare, il rosso è davvero robusto e il bianco è davvero frizzante. Bobi sorseggia: talora prima di leggere, talora mentre legge, talora dopo aver letto.
Intermezzo di parole postume:
“Era semplicemente un uomo a cui piaceva vivere negli interstizi della cultura e della storia, esercitando il suo influsso su quanti potevano comprenderlo, ma rifiutando sempre di apparire alla ribalta” (Eugenio Montale).
“Sarebbe arbitrario dire che cosa pensasse; resta la certezza che la sua presenza costringeva gli altri a pensare” (Roberto Calasso).
“Seminatore di labirinti e confusioni, è un pensatore che vive attorno ad un vuoto, ad un’assenza; è una specie di Musil senza l’urgenza di scrivere L’uomo senza qualità” (Claudio Magris).
“Senza l’urgenza di scrivere”. Siamo giunti. Perché Bobi non sente l’urgenza di scrivere pur professando l’idea di comporre ora un racconto, ora un romanzo, ora chissà che cosa in chissà quale forma? Perché si astiene, trattenendo la punta della penna, non facendole mai toccare la carta? Cosa blocca la sua mano, cosa la vince, cosa appesantisce questo suo gesto possibile rendendolo inerme? Perché Bobi rinuncia?
Per Anco Marzio Mutterle dipende dalla sua stessa maniera “di vivere l’esperienza culturale”: sospinto a ragionare sempre “in termini di scoperta e organizzazione” senza “esibizioni” e a lato dalle “provinciali censure” triestine, Bobi avrebbe “coraggiosamente accettato” il limite inevitabile “del silenzio e perfino dell’impotenza”. Agitatosi in “una spinta centrifuga fortissima”, che lo portava “all’esplorazione ininterrotta”, egli avrebbe perduto il proprio centro, il proprio Io.
Per Carlo Levi, che lo rende una comparsa de L’orologio (il personaggio di Martino), Bazlen è sostanzialmente una figura insolita, destinata a stare lontana dal mondo reale: “Nulla fra le cose umane si sottraeva dunque a questo ansioso interesse di Martino […]. Di ognuna di queste cose egli sapeva tutto: ma ogni cosa non era per lui quello che era, ma un segno di qualcos’altro, di una verità nascosta, che non si poteva conoscere, ma soltanto interpretare. Sì, Martino era l’interprete di un mondo inesistente, un interprete entusiasta e disperato”. Vittima “dell’incapacità della vita”, il Bobi di Levi si rifugia “nell’intelligenza, in una cultura curiosa e infallibile, rivolta soprattutto a un mondo simbolico e arcano, che è pur sempre il miglior sostituto” del mondo reale. “Sordo alla parola diretta delle cose, al senso dei colori, delle forme, dei suoni, dei sentimenti”, Bobi sarebbe una sorta di mattoide alla costante ricerca di un ulteriore improbabile.
Secondo Vila-Matas la vicenda di Bobi è una “sorta di sole nero della crisi dell’Occidente”: la sua stessa esistenza – continua l’autore spagnolo – “sembra il vero stadio finale della letteratura, della mancanza di opere, della morte dell’autore”. Egli è il simbolo di quell’altra storia della narrativa costituita dagli scrittori senza libri e dai libri senza scrittori.
Per Giorgio Voghera, Bobi “ha portato, almeno per lunghi periodi, una specie di maschera” per nascondere la solitudine e la tristezza e, con questo suo atteggiamento, “ha dimostrato grande coraggio, dignità, pudore, ed anche riguardo per gli altri”. “Non ha sofferto e vissuto invano” scrive Voghera che aggiunge, in merito: “Il rimpianto della sua scomparsa è reso più amaro dal pensiero che forse, se egli si fosse abbandonato più e più umilmente al suo dolore, se avesse cercato le cose grandi, anziché quelle interessanti, Bobi ci avrebbe potuto dare qualcosa di altissimo”; qualcosa che finì per non dare.
Giulia de Savorgnani sostiene, invece, che Bobi – in quanto “uomo nutrito di libri” – ebbe, con la letteratura, non “un rapporto intellettuale” ma “spontaneo, vitale e creativo” quanto sono (o possono essere) i rapporti umani. Per questo “la lettura lo appassionava e non gli costava fatica, perché gli consentiva di operare ‘a braccio’, senza costringere il suo pensiero entro binari precisi. La scrittura, invece, gli costava fatica, perché l’obbligava a disciplinarsi”.
Bobi, in La fine di un addio, appare ad Antonio Debenedetti come un dandy poliglotta e chiaroveggente, intollerante “alle regole di comportamento della realtà” e – in quanto dandy (non snob) – egli diviene un essere inutilizzabile e diverso, contraddistinto da individualismo generoso, cerebralismo complicato e terrore della mediocrità. Sua “vera malattia” è la “sopravvalutazione della cultura”, che genera “un vuoto attivo” capace di romanzarlo nel “più grande scrittore senza libri” del primo Novecento italiano.
Claudio Magris – sottolineata la “fulminea intelligenza” di Bobi – rileva (tre parole dopo) “la proterva ingenuità di quest’intelligenza che, protesa alla ricerca del ghigno beffardo” cade anche “nella patetica smorfia”, nella “banalità dell’eccentrico”, nell’”inconsistenza” cui gli altri associano “una misteriosa e allusiva pregnanza”. Bobi, il Bobi di Magris, “nonostante il suo autentico genio” rinuncia a combattere perché soggiogato da “una larvale aridità” solitaria.
Per Roberto Calasso piuttosto deve scriversi che “c’era in lui un punto vuoto che reggeva tutto” e per questo “amici e nemici” che “hanno lamentato la continua elusione dell’opera da parte di Bazlen” non comprendono che “quella specie di elusione è stata proprio una delle sue massime scoperte” e non per il senso “romantico dell’opera-non-opera” ma perché quest’affermazione di un diniego evidente è, invece, l’unica forma possibile per chi genera “una forma compiuta” ma valida “ogni volta per un attimo solo”.
Ljuba Blumenthal, sua compagna di vita: “Forse è vero, come pensava lui, che ci sono troppi libri, e che è inutile aggiungerne altri” e, forse, c’era anche timore: “Lui sapeva quanta suggestione esercitava sugli altri, e quanto dipendevano da lui. Se avesse scritto qualcosa che magari non era davvero di grande valore, sarebbe stato terribile per loro… Il suo timore era… di deludere”. Poi aggiunge: “Lui scriveva sempre lettere e appunti, ma se doveva scrivere davvero una pagina aveva delle difficoltà tremende”.
Daniele Del Giudice, annuendo a Ljuba Blumenthal, ne Lo stadio di Wimbledon: “L’opinione più alta dello scrivere ce l’ha quasi sempre chi ha deciso di non farlo”.
Difficile scegliere quale motivazione sia la più appropriata, la più veritiera. Difficile quanto difficile è chiudere questo discorso evaso e incompleto, inevitabilmente perdente che, giunto al termine, riconsegna Bobi al suo buio.
Difficile è forse anche comprendere le ragioni per cui scrivere di chi non ha scritto. La ragione forse è nell’affetto caritatevole per chi avrebbe potuto. Forse è nel piacere di affezionarsi a chi accenna senza riuscire. Forse è nell’intima aderenza nascosta, ma pure presente, che abbiamo per chi staziona ad un millimetro appena dall’affermazione di sé e – per pigrizia, per incapacità o per volere – preferisce abbandonarsi del tutto alla deriva più placida. Forse è nella lettura di Bartleby, di Wakefield, di Oblomov o Watt; di una qualsiasi delle poesie di Pessoa, di uno qualsiasi dei romanzi di Walser. Forse è nel silenzio con cui Salinger, Melville e Rulfo hanno coperto le loro parole. Forse è nelle parole con cui Kafka copre il silenzio nei propri Diari: “Sto seduto in camera da letto e dispongo del silenzio, ma a posto di decidermi a scrivere, attività nella quale ieri, ad esempio, avrei voluto immergermi in tutto me stesso, ora sono rimasto a lungo a fissare le mie dita”. Forse la ragione per cui scrivere di chi non ha scritto è nella consapevolezza che tutti – prima o poi – traversiamo un’ora, una giornata, una stagione, un anno o un pezzo di vita stando seduti, in camera da letto, a fissarci le dita.
Forse la ragione per cui scrivere di chi non ha scritto è in questa frase di Bobi, strappata ad un suo componimento poetico strappato, a sua volta, all’oblio: “Scoprimi, prima che io mi disperda completamente”.
O forse non c’è alcuna ragione, per cui adesso occorre mettere il punto.

 

 

 

 

Roberto Bazlen
Scritti
Adelphi, Milano, 1984
pp. 397

 

Daniele Del Giudice
Lo stadio di Wimbledon
Einaudi, Torino, 2007
pp. 128

 

Angelo Ara; Claudio Magris
Trieste. Un’identità di frontiera
Einaudi, Torino, 2007
pp. 216

 

Giorgio Voghera
Gli anni della psicanalisi
Studio Tesi, Pordenone, 1980
pp. 236

 

Giulia de Savorgnani
Bobi Bazlen. Sotto il segno di Mercurio
Lint, Trieste, 1998
pp. 238

 

Anco Marzio Mutterle
Umberto Saba e la letteratura triestina
in Storia generale della Letteratura Italiana
di AA.VV: (a cura di Nino Borsellino e Walter Pedullà)
Federico Motta, Milano, vol. XII, pp. 746-804

 

Antonio Debenedetti
La fine di un addio
Editoriale Nuova, Novara, 1984
pp. 144

 

Eugenio Montale
Ricordo di Roberto Bazlen
in Il secondo mestiere: prose (Vol. II)
di Id.
pp. 2727-2730
Mondadori, Milano, 1996

 

Manuela La Ferla
Diritto al silenzio. Vita e scritti di Roberto Bazlen
Sellerio, Palermo, 1994
pp. 205

 

Carlo Levi
L'Orologio
Einaudi, Torino, 2006
pp. 314

 

Giani Stuparich
Cuore adolescente. Trieste nei miei ricordi
Editori Riuniti, Roma, 1984
pp. 237

 

Enrique Vila-Matas
Bartleby e compagnia
traduzione a cura di Danilo Manera
Feltrinelli, Milano, 2009
pp. 180

 

Hawthorne Nathaniel
Wakefield e altri racconti
traduzione a cura di Eugenio Montale e Luigi Berti
Bompiani, Milano, 2003
pp. 243

 

Franz Kafka
Diari
traduzione a cura di Ervino Pocar
Milano, Mondadori, 2005
pp. 647

 

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