“I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui prati di Caprara sono stati indubbiamente i più belli della mia vita”

Pier Paolo Pasolini

Venerdì, 20 Ottobre 2017 00:00

L'imperfezione delle cose finite

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Sarà capitato a tutti, sfido chiunque a dire il contrario, di essersi imbattuti in una poesia che guarda caso sembrava perfetta per quel momento. Ognuno di noi attraversa periodi di forte tristezza e periodi in cui sembra quasi di aver afferrato la felicità, e per ognuno di questi momenti c’è una poesia pronta a parlare al posto nostro, perfetta all’apparenza perché, nonostante non sia stata scritta da noi, ha la stessa intonazione dei nostri pensieri, le virgole graffiano la pelle delle nostre emozioni più silenziose, le parole precipitano come sassi pesanti sull’indicibile mistero del nostro cuore. Quindi, anche se ora vi dirò come la pensa invece Ben Lerner sulle poesie, fatemi un favore: non credetegli fino in fondo o almeno credetegli, ma seguite il consiglio: continuate a leggere poesie e, se ne siete capaci, a scriverne, sarebbe bellissimo per tutti.

Nel suo saggio Odiare la poesia, Lerner prova a convincerci che la poesia e l’ideale poetico siano due cose inconciliabili, proprio perché quello che fa la poesia è portare ad espressione nella realtà qualcosa di trascendente e divino, quindi ogni poesia reale non è altro che un anelito di questa dimensione finita e storica verso qualcosa di più grande e insondabile, fosse anche l’interiorità umana.
La poesia appartiene alla sfera nascosta e intima dell’interiorità, ma usa il linguaggio – che è un prodotto sociale – per apparire, perciò non è altro che una porta o una soglia tra esterno e interno, tra pubblico e privato. Per questo motivo ogni poesia è un fallimento e ogni poeta una figura drammatica, poiché entrambi provano con strumenti finiti e limitati a raccontare la vastità delle cose inesprimibili e il modo in cui queste si esprimono nella nostra vita non appartiene al linguaggio umano, ma ai sentimenti o a una perfetta ragione (quasi kantiana) che si eleva al di sopra delle cose finite.
Lerner a questo punto non definisce la poesia difficile, ma impossibile; qui si colloca il nostro disprezzo ed il motivo per il quale nei secoli è nata una vera letteratura intorno alle apologie scritte a suo favore, infatti la poesia dai suoi albori sembra abbia avuto sempre dei detrattori accaniti, illustri detrattori, come il sommo Platone.
Pare che la poesia nell’ambizione politica e civile di Platone avesse infatti un ruolo devastante, come fosse una sirena incantatrice e corruttrice, portatrice di false illusioni e voli talmente esaltati da distrarre l’uomo dalla sua più importante facoltà che è la ragione, unica deputata possibile per l’amministrazione dei fatti umani e non. Il nostro disprezzo, sempre secondo Lerner, più diventa perfetto più accorcerà la distanza che intercorre tra il reale insufficiente delle poesie scritte e il virtuale che queste hanno tentato di esprimere, quel caro ideale poetico che anche Platone amava e diffamando la poesia cercava di difendere. Questo colloca l’arte poetica in una dimensione rarefatta e non è un caso, infatti, che alla poesia si attribuisca anche il carattere di inutilità. È quanto di più lontano esista dall’utile e dal finalismo che ogni giorno ci richiede il mondo e il suo commercio, ciò fa di lei una presenza ancora meno reale, più imprendibile e quindi astratta (non alla maniera della matematica, però).
Altra istanza del saggio è la ribellione della poesia alla realtà, lo stesso Camus lo affermava, se nessun artista tollera il reale, è vero anche che nessuno di loro può farne a meno, l’artista nell’opera crea una sintesi tra l’unità e il rifiuto. Per questa ragione ogni poesia dovrebbe essere sovversiva, nella misura in cui è scomoda, pericolosa. Lo stato presente di cose deve essere sofferto, combattuto e poi cambiato, la poesia apre uno spazio all’autentico, a quella terra mediana in cui non c’è bene o male, ma solo un essere umano che si interroga e si emoziona. Solo queste poesie tanto lontane dalla loro idea madre possono fare esistere in maniera un po’ goffa e imprecisa quell’oltre dal quale affiorano, come percepissimo un’assenza.
Ultimo dubbio che solleva Lerner è sulla pretesa del poeta di parlare per tutti o per una stretta comunità, quindi la sua pretesa di universalità e il suo destino soggettivo e quasi sempre tendente al solipsistico. Una poesia insieme al suo poeta può creare un immaginario, una visione, talmente potente da ottenere come eco la formazione di un’identità collettiva, la cultura di un popolo, le sue origini e le sue voci. Allo stesso tempo può descrivere sentimenti intimi, dolori personali, conservando la sua universalità. Tutto è privato a causa della sua inesprimibilità, ma in realtà ogni cosa è collettiva, uguale per tutti, ma non abbiamo ancora trovato parole sufficienti per raccontarci, così ognuno ancora crede solo nel proprio dolore.
Lerner ci ha fornito delle motivazioni per certi versi audaci per altri tautologiche e datate, resta il fatto che io ve lo consiglio, magari siete degli idealisti, allora vi piacerà, oppure siete dei sentimentali semplici (come me), allora non potrete non storcere il naso e sentire quanto sia bella l’imperfezione delle cose finite e quanto spazio concede a quel piccolo mistero che non coglie e lascia in eredità alle carezze.



 


Ben Lerner
Odiare la poesia
traduzione Martina Testa
Palermo, Sellerio, 2017
pp. 88

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