“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Martedì, 20 Ottobre 2015 00:00

Viaggio immaginario nel postmoderno

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CAPITOLO 1: FICTION, REALTÀ
Premessa: tutto ciò che scrivo qui di seguito riguardo al viaggio è pura finzione. La critica letteraria è reale, è mia (de moi, come direbbe Hal Incandenza, protagonista di Infinite Jest di David Foster Wallace).
Perché ho scelto l’insolita forma di lettura simil-viaggio? Semplice, vorrei così stimolare quanto più possibile la partecipazione immaginativa del lettore che avrà la pazienza di seguirmi. A lui chiedo solo di stare al gioco. Se gli va.

“Panta rei“ (Tutto scorre), diceva circa 2500 anni fa il filosofo Eraclito, originario di Efeso, in Asia Minore. E volendo spiegarsi in modo più concreto aggiungeva: “Non si può discendere due volte nel medesimo fiume, perché quando mi immergo per la seconda volta, sia io che il fiume siamo diversi”.
Il filosofo non sbagliava. Anche l’Arte, specie quella letteraria, in quanto forma dell’attività umana tesa a indagare il vissuto non poteva sottrarsi a tale legge della natura.
Ed ecco il mio percorso − che non vuole né può essere esaustivo data l’ampiezza del tema − articolato nei quattro sintetici capitoli che propongo alla riflessione del lettore: si tratta in sostanza di seguire con la mente, simulandone la visione, il procedere lungo il cambiamento dei contenuti in letteratura e del modo di rappresentarli con la scrittura, ciò che dipende da diversi fattori siano essi esistenziali, culturali, sociali.
Mi piace immaginare che questo mio scritto sia come un programma televisivo − la narrativa, in quanto anche invenzione, ci permette certe escursioni − e la tv è il medium per eccellenza dei nostri tempi. No? Perciò, usando la sua tecnica si dispone di un fattore in più rispetto alla semplice scrittura per farsi capire.
E come potrebbe svolgersi il mio programma? Il conduttore, voce narrante, che si suppone essere discreto conoscitore della materia, si metterà in viaggio ideale, alla ricerca delle radici di un fenomeno letterario, il postmodernismo, che in tempi relativamente brevi ha soppiantato la pretesa del moderno di essere sempre sull’onda della storia; ciò che avveniva anche grazie all’influenza delle avanguardie, mediante la logica del superamento, della ricerca dell’innovazione scartando poetiche e generi, considerati ormai privi di forza propulsiva, per avviarsi verso un presunto progresso. Ma la storia ha poi dimostrato come in realtà il moderno non avesse più nulla da aggiungere al già detto. In definitiva, il moderno andava avviandosi verso un paradosso essendo ormai privo della possibilità di avere un futuro. Si spiana così la strada all’avvento del postmoderno.
La traiettoria del programma, che prende le mosse dalla baia di Chesapeake, Virginia, il “luogo dell’anima” di John Barth, profeta e pioniere del postmodernismo, si dipana lungo le storiche località americane dove questo movimento è nato come reazione all’esaurimento del tardo modernismo, e si propone un modo di narrare basato sulla rielaborazione delle consuetudini, senza limiti stilistico-ideologici, dichiarandosi contrario − se non di fatto disinteressato − al comune modo di porsi nella narrativa. Soggettivismo metafisico, citazionismo e pastiche saranno elementi distintivi costanti di questa nuova letteratura.
Ma torniamo allo svolgimento del viaggio. In sostanza mi propongo di far percepire ai virtuali spettatori la sensazione di trovarsi all’interno di un mondo in cui l’oggi è già futuro; vorrei che si sentissero immersi in un momento storico e culturale senza precedenti, al punto che siano come compagni di viaggio in quanto emotivamente presi in ostaggio − al fine di comprenderne l’essenza − dalle più diverse situazioni, a volte folli, buffe, dolorose, sia che ci si trovi in una grande metropoli come New York col suo spasmodico flusso di una composita umanità soggetta a impensabili contraddizioni e di rumorosi motori che risalgono e discendono lungo le avenue, o nel mezzo di immense incredibili distese di campi di grano del Midwest. E tanto altro. Immagini di vitale concretezza.
Il tutto − per quanto riguarda il contenuto letterario − lavorando con quel tanto di fantasia lo si potrebbe immaginare corroborato da illuminanti interviste che fanno ascoltare, nei momenti a loro dedicati, le voci dei principali personaggi, protagonisti e testimoni della massima importanza per quanto ha a che vedere con il tema trattato. Tra loro non avrebbe potuto mancare la voce dell’autorevole saggista americano e Premio Pulitzer David Remnick, direttore del più che prestigioso settimanale The New Yorker fino al 1992, che metaforicamente salutando l’Europa letteraria dichiarava all’universo dei lettori che “oggi il romanzo è americano”.
L’immaginario spettatore avrà perciò modo di rivivere uno straordinario periodo del mondo letterario, dove il relativo establishment è stato investito quasi di colpo dal ciclone postmoderno nel quale i protagonisti della rivoluzione ricorrendo quando necessario all’uso dell’ironia esprimevano forti emozioni, euforia, consapevolezza di avere trovato una forza d’urto senza limiti, non priva di colpi di scena. Si partiva dalla convinzione che non esistendo una realtà data, cioè oggettivamente riconoscibile, non restava che lanciarsi con avidità, in modo sperimentale e spesso pirotecnico, alla ricerca di originali visioni da offrire all’immaginario di ogni singolo lettore. Al tempo stesso questo mio viaggio renderà partecipe lo spettatore delle polemiche che hanno investito questi scrittori dallo stile innaturale che si trovano coinvolti in un duro confronto, caratterizzato anche da conflitti teorici e/o ideologici, con chi si attardava su detriti narrativi ormai consegnati alla storia.
Vorrei infine che, capitolo per capitolo, da questa materia − sebbene per certi tratti appena sfiorata − risultasse chiaro agli gli occhi dei lettori, quasi fosse una sequenza di appassionanti riprese di arte visiva, come lo sconvolgente fenomeno letterario si è andato inizialmente a sviluppare tra gli anni ’50 e ’60 negli Usa, proiettando poi la sua influenza, sia pure con un peso alquanto minore, in altre parti del mondo. Lo vedremo nell’apposito capitolo.
La finta messa in scena tramite immagini che tento di fare del panorama postmodernista si propone di dare volto e sostanza all’emergere di figure di scrittori che segneranno la storia delle umane lettere del loro tempo riaprendo i giochi che sembravano ormai essere stati chiusi per sempre. Verranno scritti quelli che saranno poi definiti dalla critica romanzi-mondo. E rinascono i generi.
L’audience (il lettore, nel nostro caso) che ama l’arte letteraria potrà seguire la voce narrante di questa storia avvincente − con virtuali scene girate in gran parte negli Usa, ma anche, ove necessario ai fini di una visione cimplessiva, in altri Paesi − Italia compresa − e avrà così modo di vivere, grazie ai trasferimenti del pensiero da un luogo all’altro, la linea descrittiva della contemporaneità artistico-letteraria, e non solo. Il tutto si propone di dare vita alla rappresentazione dei fondamentali del postmoderno. E alla sua parabola.

CAPITOLO 2: STELLE POLARI
Tra i tanti scrittori che seguono la nuova tendenza letteraria, due figure spiccano al di sopra di tutti, ciascuna con stile e idee propri. Si tratta di Thomas Pynchon e Don DeLillo, sebbene occorra dire che tra i due l’appartenenza al postmoderno viene considerata in qualche maniera diversa, problematica o impropria, come vedremo più avanti.
Pynchon, scrittore prolifico nonché figura stravagante e sfuggente al pubblico (di lui si ha solo una fotografia risalente a più di quarant’anni fa e si sa che ha partecipato con un cappuccio in testa a una puntata della serie televisiva I Simpson) è senza dubbio l’incarnazione del postmoderno. La sua labirintica scrittura con puntate nel grottesco tende a dare voce agli sconfitti, ai dimenticati. Con il capolavoro L’Arcobaleno della gravità si è posto ai vertici dell’arte narrativa del Novecento. Pynchon rifiuta il “pensiero unico”, ossia una visione unilaterale delle storia.
Per una presentazione a tutto tondo del personaggio e delle sue opere più acclamate sarebbe stato utile immaginare di intervistarlo, ma la sua proverbiale riservatezza non lo renderebbe possibile. Per meglio capire il personaggio ci viene in aiuto Massimo Bocchiola, il suo traduttore italiano di riferimento, con una straordinaria versione in lingua italiana-arcaica dell’inglese-arcaico usato da Pynchon in Mason & Dixon.
DeLillo,che peraltro è l’unico scrittore frequentato da Pynchon, con un’algida ma coinvolgente scrittura definisce i suoi lavori come “opere del vivere in tempi pericolosi”. Nei suoi scritti il Sogno Americano si perde nel vuoto.
V’è da aggiungere che DeLillonon crede che il postmoderno sia una nuova poetica, ma ritiene piuttosto che si tratti di un’invenzione dei critici perché ciò “dà loro potere”. È noto al pubblico e molto ammirato per numerosi romanzi di grande successo (Underworld, su tutti). Uno dei suoi più recenti romanzi, Cosmopolis, portato sul grande schermo dal regista David Cronenberg, di cui ci piace riportare alla mente alcune drammatiche scene, ha fatto aspramente discutere non senza stroncature da parte della critica.

CAPITOLO 3: UNA VOCE FUORI DAL CORO
David Foster Wallace è il protagonista della puntata. Vita e opere di questo scrittore consacrato come uno dei migliori narratori contemporanei, se non il più talentuoso degli ultimi due decenni.
Narratore che da subito, ossia dall’incipit di ogni sua opera, cattura l’intimo sentire del lettore ci ha dato con Infinite Jest il fluviale romanzo che narra con intensa immedesimazione (è il caso di sottolinearlo!), attraverso trame e sottotrame tra loro legate, i drammi derivanti dalla dipendenza da droga, alcol, sesso; c’è poi lo sfruttamento dello sport giovanile subìto a fini di lucro. La sua stessa esistenza ha sofferto di gravissimi cedimenti causati anche da pesanti problemi psichici. Si è tolto la vita a quarantasei anni.
Wallace ha dato prova di un’eccezionale versatilità sin da giovane. Ha fortemente subito l’influenza culturale dei genitori, specialmente della madre, Sally Foster, della quale ha assunto il cognome come suo secondo nome. Ed è proprio dalla madre che ha ereditato l’ossessivo amore per le parole, fino ad autodefinirsi “un nazista della grammatica”.
Infatuatosi del postmodernismo, specie dei primi romanzi di Pynchon, a soli ventitré anni ha dato alle stampe La scopa del sistema, un romanzo filosofico − la  presenza del pensiero di Wittgenstein è fortissima − che ha riscosso un immediato successo. Ha poi scritto altri avvincenti romanzi e racconti, alternando stili diversi. Da non perdere Solomon Silverfisch (Questa è l'acqua), per come DFW racconta il dolore.
La svolta delle sua scrittura è avvenuta quando, rendendosi conto che l’ironia nei lavori dei postmodernisti era ormai fine a sé stessa e quindi del tutto ininfluente nel tentativo − per lui irrinunciabile − di scavare nel “proteiforme” essere umano, ne ha quindi abbandonato lo stile e in parte anche i contenuti adottando un modo di scrivere che è stato descritto dai soliti fantasiosi critici militanti come realismo isterico. Da parte sua, Wallace, sembrerebbe volerne dare una definizione di “realismo veicolato con tecniche narratologiche innovative”. Per tali ragioni, in più di un’occasione ha detto di sé di considerarsi ”parricida letterario”. Un esempio del suo volgere le spalle al postmodernismo è il romanzo Verso Occidente l’Impero dirige il suo corso che altro non è se non la confutazione del modo in cui è stato scritto il romanzo metanarrativo di Barth Lost in the Funhouse. Forte anche la sua polemica con lo scrittore minimalista Bret Easton Ellis (noto soprattutto per i romanzi Meno di zero e Glamorama) al quale imputa la propensione di dare vita a personaggi insipidi, che dicono cose stupide, riconoscibili soltanto dalle marche degli indumenti che indossano, senza lasciare minimamente intravedere spiragli di luce in un mondo grottescamente materialista.
Una vita come quella di Wallace, i suoi scritti, l’ambiente in cui ha lavorato, compreso l’insegnamento di scrittura creativa presso l’Università dell’Arizona, i tormentati amori e finalmente il matrimonio, sui cui benefici effetti confidava per liberarsi della depressione, potevano solo essere narrati da una lucida e al tempo stesso appassionata biografia che virtualmente diviene essa stessa un docu-romanzo. Vita vera, non fiction ma a questa somigliante. Quella ricca e coinvolgente biografia l’ha scritta D.T. Max (Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi). Leggendola, è come avere l’impressione di intervistare l’autore.
Ascoltando quanto ci ricorda Martina Testa − direttore editoriale di minimum fax − il lavoro di Wallace, la sua umanissima volontà, non di rado sofferta, di renderci genuinamente vicini, si possono efficacemente riassumere nelle parole “Pronti a morire per toccare il cuore del lettore".

CAPITOLO 4: AL DI LÀ DELLE FRONTIERE AMERICANE
Se il postmoderno è essenzialmente americano, non va dimenticato che il suo influsso si è fatto sentire anche in altri Paesi, dove scrittori quali Borges, Marquez, Nabokov, Calvino ed Eco hanno scritto ottimi romanzi apprezzati in tutto il mondo.

CAPITOLO 5: VERSO NUOVE STRADE
Dicevamo all’inizio che tutto è in movimento. Per conseguenza, anche la letteratura non poteva sfuggire al cambiamento, al logorio, alla necessità di innovare.
È il 2010: viene pubblicato Fame di realtà di David Shields, narratore e saggista americano, che nell’immaginaria intervista ci spiegherà più in dettaglio qual è il suo intento. Si tratta di un autentico “Manifesto” che nell’ambiente letterario anglosassone ha avuto in capo a poco tempo un effetto dirompente, non fosse altro a livello di studio e discussione. Si aprono controversie che verrebbe da definire difficilmente componibili.
Shields costruisce il suo saggio in modo originalissimo: in sostanza mette insieme 618 tra aforismi, frammenti di testi di altri scrittori (qualcosa come un furto, un plagio), oltre a pochissimi suoi stringati pensieri. E qual è il suo scopo? Chiaro, verrebbe da dire: dimostrare che le forme attraverso le quali il romanzo del XXI secolo si esprimerà di volta in volta non potranno prescindere dal tenere nel debito conto le radicali differenze che sussistono tra fiction e non-fiction. I romanzi che vengono scritti di questi tempi non gli piacciono, ritiene che siano tutti artificiosi e ripetitivi. Tanto per fare un esempio, Shields considera Le correzioni di Jonathan Franzenun monnezzone” (personalmente mi verrebbe da qualificare questa grossolana definizione come un incidente di percorso del traduttore italiano); ciò che invece lui va propugnando si riassume in una nuova ars poetica fondata sul romanzo-collage nel quale si inseriscano anche immagini, suoni e altre forme espressive portatrici di pezzi di “realtà” in modo che il remix di tutto, nella sua sintesi, costituisca l’opera.
Questo mio programma − pensandolo sempre (anche) come a un insieme di interviste − vorrebbe infine portare l’attenzione del lettore su Zadie Smith, scrittrice inglese autrice tra l’altro del romanzo Denti bianchi che ha riscosso un grande successo. Zadie Smith, al contrario di altri scrittori, è ostile alle idee di Shields e sembrerebbe intenzionata a scrivere un “Contro-Manifesto” in radicale opposizione alle sue tesi.
Last but not least, del viaggio che abbiamo fatto insieme fin qui il romanzo da non perdere è Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan, Premio Pulitzer 2011, che il mensile The New York Review of Books ha definito “Una commovente saga umanistica, un’enorme epopea ottocentesca travestita da ironia pastiche postmoderno”.
Ecco, il gioco è finito. Sarà servito a qualcosa? La risposta ai lettori.

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