“La memoria è una forma di coraggio”

Jean Vilar

Domenica, 21 Novembre 2021 00:00

Residenze Digitali: intervista a Albertini, Di Maio, Montanini

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Si svolge dal 22 al 28 novembre la Settimana delle Residenze Digitali, un festival online dedicato alle contaminazioni tra le performing arts e l’ambiente digitale. Sette progetti, selezionati su centosettantotto partecipanti al bando, si susseguiranno per sette giorni, consentendo l’esplorazione e la sperimentazione di nuove forme di fruizione attraverso la Rete: progettualità legate a linguaggi artistici diversificati, che trovano nel web il loro spazio espressivo ideale.

Il progetto nasce dal bando delle Residenze Digitali, promosso dal Centro di Residenza della Toscana (Armunia − CapoTrave/Kilowatt), in partenariato con l’Associazione Marchigiana Attività Teatrali AMAT, la Cooperativa Anghiari Dance Hub, ATCL – Circuito Multidisciplinare del Lazio per Spazio Rossellini, il Centro di Residenza dell’Emilia-Romagna (L’arboreto − Teatro Dimora di Mondaino, La Corte Ospitale di Rubiera), la Fondazione Luzzati Teatro della Tosse di Genova e ZONA K di Milano.
Il Pickwick accompagna questo progetto con un ciclo di interviste agli artisti partecipanti. Sette domande per sette progetti che si succederanno in sette giorni.
Per la quinta intervista abbiamo incontrato Isabel Albertini, Simona Di Maio e Lorenzo Montanini, coautori del progetto Into the Woods − La finta nonna.


Per prima cosa ci raccontereste il vostro percorso artistico? Come nasce la vostra esperienza? Come si è formata la vostra poetica?
Il nostro percorso artistico insieme è cominciato a Londra durante la pandemia. Ci siamo conosciuti  in occasione della creazione dello spettacolo White Sound vincitore del bando indetto dal Maeci “Vivere all’italiana sul palcoscenico”, un progetto teatrale creato per il portale  web Italiana. Dopo questa esperienza, la spinta per continuare a lavorare assieme era molto viva. Abbiamo quindi deciso di nutrirla provando a immaginare una proposta che ci permettesse di continuare a fare teatro in questo nuovo contesto.
Abbiamo iniziato ad immaginare un linguaggio che, con l'uso della camera, acquistasse senso e potenza e così ci siamo direzionati verso il teatro di figura dove la più “piccola cosa” può diventare grande e stupefacente.
Into the Woods nasce dall’incrocio delle nostre esperienze artistiche in un momento in cui tutta l’arte dal vivo era immobile, sospesa in attesa di un futuro ancora incerto.
Isabel Albertini porta nel progetto l’esperienza artigianale, legata alla costruzione degli oggetti, al cucito, al riciclo artistico di materiali poveri, Simona Di Maio l’esperienza più che decennale di teatro per e con i bambini, Lorenzo Montanini il lavoro interdisciplinare tra teatro, video e performance.


Qual è stata la molla che vi ha spinto a partecipare al bando delle Residenze Digitali? E cosa vi aspettate possa germogliare da questa esperienza?
Raccogliere una sfida: teatro e nuove tecnologie. Ovvero mantenere l’artigianalità del teatro includendo il video, sperimentando con il 360°, il lidar scanner, il suono binaural. Lavorare per capire quale tecnologia si integrava meglio con le nostre esigenze e quelle del pubblico che avevamo scelto: i bambini.
Ci aspettiamo che germogli lo spettacolo, sia in video che in 360°, che si intreccino relazioni durature con i partner, che si creino nuovi legami e nuovi “pubblici”.
Il bando delle Residenze Digitali era un’opportunità perfetta per noi, perché siamo un gruppo appena formato ed Into the Woods nasce per essere sviluppato in relazione alla dimensione digitale. Il video 360° ci ha aperto un altro orizzonte perché visto con gli occhiali per il VR (Realtà Virtuale) trasforma piccoli oggetti in cose enormi, lascia il pubblico libero di scegliere cosa guardare e mantiene la dimensione di finzione teatrale; la telecamera 360° non ha fronte e retro: tutto è svelato.
Il lavoro con le tutor ha condotto allo scambio di esperienze e professionalità, conducendo la nostra sperimentazione verso un lavoro che promuovesse sempre lo scambio tra reale e virtuale, in un’esperienza ludica che tenesse conto anche della fatica di indossare il cardboard.
Per questo lo spettacolo sarà diviso in piccoli capitoli della durata di pochi minuti ciascuno. Al termine di ogni video, nella versione finale del progetto, sarà proposta un’attività manuale, per offrire una sana alternanza di esperienze, e per stimolare una reazione creativa e manuale agli stimoli visivi e sonori del video.


Un nuovo modo di pensare e di lavorare: la residenza digitale va considerata una soluzione emergenziale, o anche una soluzione praticabile a prescindere da fattori contingenti, come lo è stato ad esempio la pandemia?
Per chi vive tra l’Italia e l’Inghilterra, la residenza digitale è uno stato molto più frequente di quello che si immagini. È una soluzione che nasce dalla mancanza della fisicità e che può generare cose nuove e impreviste, come lo è stato per noi.
Le Residenze Digitali si inseriscono quindi in un contesto che comincia da un lato a discutere la sostenibilità di scambi e viaggi continui (come sta facendo ad esempio la Comunità Europea con il progetto Perform Europe), dall’altro che dia legittimità artistica a progetti concepiti e nati per il digitale senza perdere la performatività e la presenza, necessarie a fare teatro. È quindi sperimentazione pura perché il campo delle digital performing arts, pur esistendo ormai da anni, è ancora molto fluido, in costante ridefinizione, e sono proprio questa sua “liquidità” e la natura essenzialmente ibrida, a qualificarlo come spazio di ricerca.


Nello specifico: come cambia il modo di lavorare in una residenza digitale? Quali sono le criticità derivanti dalla mancanza di un lavoro in presenza, dall’assenza del contatto umano diretto con le persone con cui si lavora? E quali sono invece i vantaggi e gli aspetti positivi?
Il cambiamento più importante ci sembra che sia la virtualità delle interazioni con gli altri artisti che partecipano alla Settimana delle Residenze Digitali. La tempistica dello scambio è più concisa e ridotta, mentre il tempo di lavoro si dilata. Nella nostra esperienza di residenza digitale abbiamo alternato lavoro in presenza e il lavoro virtuale.
Alcune volte si ha la percezione che il digitale aumenti la distanza, altre, come per magia, che l’accorci, l’azzeri e ci faccia sentire un unico gruppo.
Per esempio avere contatti con le tutor esclusivamente in digitale ha permesso di unire luoghi completamente diversi nello stesso tempo, cosa che difficilmente sarebbe potuta accadere dal vivo.
Crediamo quindi che le questioni critiche siano l’assenza delle possibilità del lavoro fisico, e la difficoltà dell’interazione virtuale. Si sente la mancanza di un tipo specifico di dialogo che è necessario e che va oltre le parole, che appartiene al corpo. Nella dimensione digitale i nostri corpi sono spesso soli, l’unico elemento vivo nella stanza. E allo stesso tempo è l’unicità di questa condizione di solitudine fisica e unione digitale che è alla base del lavoro di ricerca.


Più in generale, come sta cambiando secondo voi l’approccio all’arte alla luce delle nuove tecnologie, sia da un punto di vista filosofico che metodologico?
Dipende dall’uso che si fa della tecnologia. Quanto più la si usa per la sua capacità di fare esperienza, di unire, di creare legami e relazioni, tanto più è efficace dal nostro punto di vista. Per il teatro che ci immaginiamo, l’obiettivo è sempre arrivare all’altro, al pubblico, allo spettatore piccolo o grande che sia. Ci piace pensare che le tecnologie digitali vadano verso questo obiettivo, tendano una mano e stimolino una viva interazione.
La tecnologia è uno strumento e, come in tanti altri campi, è quindi anche parte del “messaggio” come scriveva McLuhan. La scelta del mezzo vincola e dà forma alle interazioni tra chi partecipa all’esperienza. Il digitale/virtuale facilita le relazioni ma ne modifica l’essenza, ad esempio eliminando la compresenza di corpi in uno stesso spazio. La ricerca quindi si orienta a capire come e in che modo questo avviene, ad esplorare le potenzialità del mezzo e le sue conseguenze sul piccolo gruppo sociale che è coinvolto nella performance/spettacolo.
Noi ci siamo chiesti: cosa succede ad un pubblico di bambini, ormai tutti nativi digitali, in questa interazione? In che modo si può integrare con l’esperienza teatrale?


In che modo si trasforma il rapporto con il pubblico, nel momento in cui si lavora da remoto e si presenta poi l’esito di un progetto pensato per avere nel web il proprio spazio di fruizione ideale?
Torniamo sempre al corpo come punto di riferimento. In un teatro non ci sono soltanto gli artisti, il pubblico è parte della corporeità di uno spettacolo.
C’è l’imprevedibilità delle reazioni che sono immediate, che appartengo al momento presente.
La replica di un prodotto non dal vivo genera necessariamente un tipo di fruizione diversa.
La sfida quindi è avvicinarsi a quell’intimità che si genera in teatro, comprendere se e come sia possibile tradurla attraverso un’esperienza online.
Laddove ogni spettatore è nella sua abitazione, o come potrebbe essere nel nostro caso, a scuola, viene a mancare proprio la ritualità del teatro: le luci che si abbassano, il silenzio, il sipario che si apre e quel momento che è unico e avviene in uno spazio condiviso che si nutrirà per un’ora forse di respiri, colpi di tosse voci ed applausi a scena aperta. Eppure sono tanti i punti in comune. Quando si presenta un’esperienza di fruizione in 360° si presenta un lavoro già precostituito (proprio come uno spettacolo) che centra l’attenzione però sulla libertà dello spettatore di muoversi in uno spazio dato; lo spettatore diventa quindi attore e vive la storia in maniera immersiva e attiva. È libero di uscire dalla realtà virtuale quando vuole, come è libero anche di uscire dal teatro durante lo spettacolo. L’opera è influenzata dalle scelte visive e dal percorso scelto, per cui il risultato dell’esperienza sarà comunque diversa da spettatore a spettatore, proprio come avviene a teatro.


Alla luce di quanto detto finora, ci illustrereste il progetto al quale avete lavorato e che presenterete nella settimana delle Residenze Digitali?
La finta nonna
è un antenato della più celebre Cappuccetto Rosso. In questa versione la bambina non ha bisogno dell’uomo adulto (il cacciatore) che arriva a salvarla dai pericoli che si nascondono quando si va via di casa. La bambina è perfettamente capace di cavarsela da sola, è furba e intelligente e si crea degli alleati lungo la strada (il Fiume Giordano e la Porta Cancello) che la aiuteranno a fuggire dall’Orca che la insegue.
È la storia quindi di una bambina che diventa donna autodeterminandosi e, allo stesso tempo, liberandosi attraverso l’aiuto di una comunità.
Il linguaggio che abbiamo scelto è il teatro d’oggetti. La storia de La finta nonna è realizzata ricreando la scenografia in miniatura, su un tavolo. Tutto è stato costruito da noi con oggetti di uso comune riciclati. Gli oggetti sono ripresi da molto vicino per alterare la percezione della dimensione delle cose.
Questo progetto è il frutto di circa sei mesi di sperimentazione su materiali, manipolazione degli oggetti, uso della telecamera e intersezione tra artigianale e digitale.
Abbiamo realizzato una serie di filmati in 360 gradi che permettono un’immersione nella scenografia in miniatura che sarebbe impossibile altrimenti. In quessto senso l’uso della tecnologia diventa essenziale e non ornamentale: è il video in 360° a rendere unica e irriproducibile quest’esperienza.
La sfida è utilizzare il video quindi, non come necessità tecnica ma sostanziale, in maniera che lo spettacolo non perda le caratteristiche di artigianalità e rispetti la pratica etica ed estetica del nostro fare teatrale.


Isabel, Simona e Lorenzo





www.residenzedigitali.it





Realizzato nellambito della Media Partnership con il progetto Residenze Digitali

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