“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Mercoledì, 17 Novembre 2021 00:00

Residenze Digitali: intervista a Mara Oscar Cassiani

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Si svolge dal 22 al 28 novembre la Settimana delle Residenze Digitali, un festival online dedicato alle contaminazioni tra le performing arts e l’ambiente digitale. Sette progetti, selezionati su centosettantotto partecipanti al bando, si susseguiranno per sette giorni, consentendo l’esplorazione e la sperimentazione di nuove forme di fruizione attraverso la Rete: progettualità legate a linguaggi artistici diversificati, che trovano nel web il loro spazio espressivo ideale.

Il progetto nasce dal bando delle Residenze Digitali, promosso dal Centro di Residenza della Toscana (Armunia − CapoTrave/Kilowatt), in partenariato con l’Associazione Marchigiana Attività Teatrali AMAT, la Cooperativa Anghiari Dance Hub, ATCL – Circuito Multidisciplinare del Lazio per Spazio Rossellini, il Centro di Residenza dell’Emilia-Romagna (L’arboreto − Teatro Dimora di Mondaino, La Corte Ospitale di Rubiera), la Fondazione Luzzati Teatro della Tosse di Genova e ZONA K di Milano.
Il Pickwick accompagna questo progetto con un ciclo di interviste agli artisti partecipanti. Sette domande per sette progetti che si succederanno in sette giorni.
È la volta di Mara Oscar Cassiani, il cui lavoro s'intitola I Am Dancing in a Room.


Per prima cosa ci racconteresti il tuo percorso artistico? Come nasce la tua esperienza? Come si è formata la tua poetica?
Come molti millennial nati nei primi anni ’80 la mia formazione in codici digitali nasce in primissima infanzia, così come la fascinazione per i linguaggi visivi e musicali complessi e sicuramente non parte di quelli considerati oggi come linguaggi visivi destinati all’infanzia. Il mio rapporto con il linguaggio teatrale e coreografico ugualmente nasce nell’infanzia per poi non essere mai abbandonato e migrare nella performance contemporanea non appena mi è stato possibile. Negli anni ’90 e nei primi 2000 era difficile trovare in Italia scuole adibite a linguaggi complessi della performance e molti di noi sono stati costretti a ricorrere a tante esperienze da autodidatta inseguendo maestre e artiste. Sicuramente è stato fondamentale il mio incontro con Chiara Guidi e Scott Gibbons della Societas Raffaello Sanzio, durante una scuola di alta formazione per performer. Da questo incontro e dalla successiva esperienza lavorativa con loro, ho capito come il linguaggio digitale e la digital art potessero diventare il mio linguaggio espressivo; nonostante non fosse la loro materia, questi due artisti sono stati in grado, come dei veri maestri, di farmi capire il mio potenziale creativo. Ho iniziato poi a indagare performatività e linguaggi della Rete così come delle sottoculture di cui sono parte, come elementi fondamentali per una ritualità contemporanea slegata dai confini geografici e culturali dei nostri Paesi. Vivendo la capacità della Rete e delle sottoculture di unire le persone esattamente come dei luoghi rituali. Luoghi rituali e di socialità nuovi o, come mi piace definirli, wi-fi.

Qual è stata la molla che ti ha spinto a partecipare al bando delle Residenze Digitali? E cosa ti aspetti possa germogliare da questa esperienza?
Le residenze digitali in Europa sono nate già da molti anni, considerano la rete come un potenziale che possa permettere a una persona di creare senza dover essere costretta a vivere in un centro creativo o in una grande città gentrificata. Spesso mi capita di essere in mostre digitali non basate in Italia, la dislocazione si rivela quindi con un potenziale immenso e come uno strumento di crescita. Quando ho notato il bando ho pensato che finalmente potevo avere una esperienza del genere nel mio Paese, senza la necessità di emigrare o dover nuovamente dislocare il mio lavoro. Il supporto che ne deriva lo chiamerei futuro, perché è molto tempo che l’arte digitale attende di essere supportata, in Italia è un segno molto importante per questa tradizione, che spesso viene associata solo all’estero e per gli artisti che vogliono farne parte.


Un nuovo modo di pensare e di lavorare: la residenza digitale va considerata una soluzione emergenziale, o anche una soluzione praticabile a prescindere da fattori contingenti, come lo è stato ad esempio la pandemia?
Come ho già accennato, l’arte digitale è tanto tempo che esiste e attende di essere supportata, è un linguaggio che fa parte delle nostre vite e vive a prescindere dalla pandemia. Questo stesso articolo molto probabilmente sarà letto online e rimarrà una memoria della Rete per molti anni, mostrandoci come spazio e tempo riescano a estendersi grazie al digitale e così la conoscenza legata ad esso.


Nello specifico: come cambia il modo di lavorare in una residenza digitale? Quali sono le criticità derivanti dalla mancanza di un lavoro in presenza, dall’assenza del contatto umano diretto con le persone con cui si lavora? E quali sono invece i vantaggi e gli aspetti positivi?
Gli aspetti positivi sono legati a una modalità più estesa di ricerca, sia nel tempo che nello spazio, e ad una forma di contatto che grazie al potenziale sinestetico dei device permette di entrare in un ambiente reciprocamente intimo, cosa che talvolta in teatro non può succedere. A ciò si aggiungono come una tavolozza le capacità e i colori dei codici della Rete che difficilmente possono entrare nella realtà offline.
Dalla mia esperienza, oltre al supporto stanno nascendo dei dialoghi internazionali, dentro il mio lavoro posso così ospitare performer che non fanno base in Italia, usare la residenza digitale come momento di unione dei nostri percorsi.  Dentro I Am Dancing in a Room ad esempio apriranno le loro webcam anche dei performer di Taipei: Huang Ding Yun, Eric Tsai, Tseng Chih Wei, un performer da New York, Eugene Poogene e un performer di Lis, Diana Anselmo; che saranno un contatto con dei mondi lontanissimi ma vicinissimi grazie allo streaming.


Più in generale, come sta cambiando secondo te l’approccio all’arte alla luce delle nuove tecnologie, sia da un punto di vista filosofico che metodologico?
L’arte, alla luce delle nuove tecnologie, può come sempre uscirne con la sua caratteristica di perenne ricerca. L’unico rischio è confondere l’arte con l’hi-tech fine a se stesso, nuove tecnologie non significa solo il confronto con i nuovi strumenti a disposizione, ma anche con i linguaggi e la società che vivono al loro interno che sono come sempre in continua mutazione e evoluzione, nel bene e nel male. Lo stesso utente ora è passato da creatore amatoriale a creatore specializzato di meme e nuovi linguaggi. È importante non sottovalutare mai il ruolo della società immersa nei nuovi linguaggi e non fermarci a una ingenua visione hi-tech delle cose. 


In che modo si trasforma il rapporto con il pubblico, nel momento in cui si lavora da remoto e si presenta poi l’esito di un progetto pensato per avere nel web il proprio spazio di fruizione ideale?
A mio avviso la fruizione è più emotiva e personale, si entra nelle case delle persone come loro nella nostra, come su TikTok e sui social c’è una forma di relazione estremamente personale e intima, ma anche voyeuristica e velocissima. Il mio lavoro sarà una pagina online fatta di stickers e di webcam, è un linguaggio legato alla Rete e da essa deriva, parla della mia stanza, ma anche della stanza di tantissimi utenti che perforano online ogni giorno a prescindere dai loro limiti fisici e geografici, di come i nostri spazi intimi diventano pubblici, ma anche di come il linguaggio gestuale sia diventato fondamentale in un contesto linguistico espanso dai confini territoriali.


Alla luce di quanto detto finora, ci illustreresti il progetto al quale hai lavorato e che presenterai nella settimana delle Residenze Digitali?

Il mio progetto intitolato I Am Dancing in a Room è un capitolo del più grande ed esteso La Fauna che ho presentato anche a Berlino in forma di studio. La Fauna intesa come parte dell’habitat della Rete e delle sue manifestazioni. Il titolo è ispirato all’opera sonora di Alvin Lucier I Am Sitting in a Room, ma anche alla solitudine internettiana, al continuo scroll down o “surf” dei social tra un utente e l’altro di fronte al proprio schermo. Vi è mai capitato di fare scroll down per ore entrando in tantissime room private?
I Am Dancing in a Room medita sull’eterno riverberarsi del linguaggio della gestualità di rete, dei meme, da una room all’altra, di webcam in webcam, su una costellazione di utenti uniti dalla persistenza della stessa microcoreografia, dal desiderio di espressione e di esistenze e dalla sinestesia del senso di vicinanza permesso dallo schermo. La ricerca di comunicazione, la solitudine, la connessione intima, nonostante l’assenza della fisicità, sono temi che convivono mentre l’habitat, la stanza che li ospita è in continuo mutamento.
Nel 1973 Vito Acconci diceva: “I have no idea what your face looks like. I mean you could be anybody out there. Ah, but I know there’s gotta be somebody... watching me. Somebody who wants to come in close to me”; dal 2020 I am Dancing in a Room ci ricorda come possiamo essere nella stanza di qualcuno senza esserci mai stati.
Essere connessi a milioni di chilometri di distanza e avere un legame emotivo o di riconoscimento tra di noi.
Per questo alcuni performer faranno il proprio streaming dalla loro stanza lontanissima dal nostro Paese, eppure saranno lì insieme a noi.
Vorrei ringraziare Valentina Tanni, Kamilia Kard, Laura Gemini, Annamaria Monteverdi e Federica Patti, Residenze Digitali, Amat, Fusolab Roma e tutti i performer e i miei amici per il loro supporto in tutta questa ricerca lunghissima.





www.residenzedigitali.it





Realizzato nell’ambito della Media Partnership con il progetto Residenze Digitali

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