“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Domenica, 26 Maggio 2019 00:00

Gli uomini peggiori (Una trilogia populista)

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Alfredo era il tipo di uomo peggiore, quello buono, che fa male senza volerlo. Veniva da una famiglia di uomini peggiori, però bravi a riconoscerlo, il male, quindi capaci di infliggerlo o risparmiarlo. Capaci di gestirlo. Suo nonno e suo padre erano stati sindaci in una città di provincia, di quelle dove certe cariche si ereditano ancora come lotti di terreno.

Nonno sindaco apparteneva ad altri tempi, quelli in cui a certa gente era concesso di tutto, e si accorse tardi che l’opinione pubblica cominciava a tallonare. Le orge le organizzava direttamente a Palazzo. Le sue predilette erano le mogli dei suoi assessori e si diceva, anzi, che i collaboratori se li scegliesse proprio in base alla consorte e alla leggerezza con cui i mariti portavano le corna. Quando, dopo i cinquanta, cominciò a disdegnare la carne coetanea e a provare attrazione per le giovanissime, notò che nel frattempo le bimbe dei suoi assessori erano cresciute tutte. Le insidie alla figlia di quello al Bilancio fecero vacillare l’esecutivo cittadino, ma il dott. Monterone si accontentò di qualche minaccia sparata a salve e non trapelò nulla. Il peggio di sé i peggiori lo diedero quando l’occhio avido di nonno sindaco cadde sulla figlia dell’Assessore alla Cultura.
Il dott. Rigoletto, nel Palazzo, contava niente e contava tutto. Malgrado lo scarso budget di cui disponeva, ogni cosa facesse – la festa patronale, la sagra della polpetta, la riapertura del teatro comunale restaurato... – finiva puntuale su tutti i giornali e le televisioni. Inoltre era un tipo assolutamente colto e relativamente brillante. Se c’era da attaccare l’opposizione o difendersi in una polemica montata ad arte, mandavano avanti lui con un’articolessa sul più ospitale dei giornali locali o una dichiarazione ai mass media stringata e urticante. Era vecchio e brutto, il dottore, ma quando puntava i suoi occhietti nelle telecamere bucava i salotti. Cresciuto nel gusto dell’aforisma e del paradosso, certe volte esagerava con gli insulti. Allora il sindaco poteva dissociarsene, dando di sé un’immagine di calmo moderatismo che rasserenava le classi ancora medie. All’Assessore alla Cultura rimanevano le licenze scoreggione dei pagliacci. Pareva un cane sciolto, ma era solo il cane che il domatore scioglie sul leone morente per poi, con un colpetto di frusta, richiamare entrambi in gabbia e a cuccia prima che si ammazzino.
Però aveva anche lui il suo punto debolissimo: sua figlia. La moglie era morta quindici anni prima, lasciandolo con una bambina che ancora a malapena parlava. Essendo molto più vecchio di entrambe, con mamma e figlia l’assessore sperava di mettersi in casa due angioletti del focolare. E invece dovette accontentarsi sempre e soltanto di un solo angelo, quella figlia dell’amore di cui avrebbe potuto essere il nonno e che amava come un nonno stravede per la nipotina; arrogante con tutti, ma schiavo d’ogni vezzo di colei che somigliava sempre più alla donna che meno di vent’anni prima – per amore, garantiva lui; per necessità, diceva il resto del mondo, e probabilmente avevano ragione tutti – si era turata il naso e l’aveva sposato.
La ragazza usciva pochissimo di casa e usciva proprio quando il padre riceveva le visite mondane che la sua carica pubblica gli imponeva: politici, accademici, musicisti, teatranti, albergatori e qualche giostraio. In pochi potevano dire di averla intravista sulla porta della sua cameretta. Il nonno sindaco, però, aveva i suoi informatori, a cominciare dagli autisti del Comune, di cui tutti si servivano abusivamente per portare a spasso i familiari. A insospettire il padre furono dapprima certe insinuazioni del dott. Monterone, poi intuì il perché dei frequenti viaggi di lavoro che il sindaco simpaticamente insisteva che lui facesse al seguito o addirittura al posto di assessori ben più qualificati. Al rientro dall’ultima missione a Roma, quando ormai tutto gli appariva chiaro, era anche troppo tardi, perché la scema si era addirittura innamorata.
In casa cominciarono le discussioni, ma il buonsenso, che il buffone aveva imparato a frantumarsi nei denti tra una battutina e l’altra, gli si strozzava in gola. Ricorse dunque alla penultima risorsa. Chiamò la figlia nel suo studio e le chiese come pensava che fosse riuscito suo padre a essere sempre temuto da tipi ben più potenti di lui. E da un cassetto tirò fuori ore e ore di registrazioni delle donne che ora chiamate escort e a quel tempo avevano altri e più espliciti epiteti. Le procacciava l’assessore con l’accesso facile al fondo delle aspiranti attrici. “Sono questi i suoi costumi”, disse alla figlia, che a stento tratteneva il pianto. La scema non aveva mai sentito parlar d’amore come in quel mangianastri. Ma era innamorata, e andò a parlarne con il sindaco. Il padre la pedinò, a Palazzo non fu ricevuto e rimase un’ora in corridoio a sbraitare, dando dell’assassino financo all’usciere Marullo, che si stringeva stupefatto nella marsina d’ordinanza.
A casa, fra un cucchiaio di citrosodina e le pillole per la pressione, gli venne in mente a malincuore l’ultima risorsa: l’amico impresentabile, il pluripregiudicato che compare nelle foto delle nozze e ogni tanto l’opposizione va a rispolverare, per ricordare all’elettorato che tipo siete. Fece una telefonata vaga, si incontrarono per strada, a casa di nessuno e lontani dai caffè alla moda, e all’amico scagnozzo il dott. Rigoletto chiese di dare una lezione a un pezzo grosso. Quello accettò, ma quando capì di chi si trattava andò a trattare. Un altro cane che sapeva dove mordere e dove leccare.
A quel punto, anche il nonno sindaco capì che era il momento di leccare le ferite altrui. Chiamò l’assessore e chiese perfino scusa. Disse sono padre anch’io e le altre baggianate del repertorio comune e comunale dei teatri che restauravano. Poi fece sapere alla ragazza che non si sarebbero più rivisti. Addusse motivazioni nobili, di lealtà politica e galateo anagrafico. La battuta che una fica vale l’altra rimase nella cerchia sghignazzante degli amici più stretti, in cui l’assessore non rientrava più. Rientrò invece a casa, una sera, e trovò sua figlia in un mare di sangue che pareva impossibile fosse tutto sgorgato da quei polsi sottili. Gli rimase solo il tempo di un breve monologo, che lui immaginò forse duetto, perché la ragazza pareva bisbigliare ancora qualcosa. Parole d’amore come non se ne sentivano più da tempo e che la figlia certamente non sentì.
Per non ricadere nella colpa del genitore, il sindaco padre fece vita diversa dal sindaco nonno. Era già un’epoca in cui una scappatella sarebbe finita subito in prima pagina, visto anche quello che succedeva a livello nazionale, perciò fu una fortuna che gli ormoni stavolta cooperassero alla tranquillità cittadina. Prima mise su una famiglia perbene, con moglie e due figli, un maschio e una femmina, esibiti nei santini elettorali belli come angeli. Poi intraprese la carriera politica in un altro partito, che aveva nell’onestà dei costumi la sua bandiera. Quando i cittadini decisero di voltare pagina, dovettero crociare lo stesso cognome.
Ma una politica solo all’insegna dei buoni costumi spesso ti porta alleati che non ti aspetti. Se ne accorse il sindaco padre quando deliberò di spostare un campo nomadi dopo l’ennesima scaramuccia fra gli zingari e i residenti dell’adiacente quartiere popolare. Si accesero le proteste e i cassonetti della spazzatura, e quando il primo cittadino decise di andare a vedere di persona si ritrovò in mezzo a uno sterrato buio, illuminato da un cerchio di falò maleodoranti, accanto a giovani guerrieri da stadio in assetto di sommossa, gente che avrebbe dato qualche brivido finanche al suo freddissimo padre e che sulle malefatte e le promiscuità di quegli zingari ne raccontava e pareva saperne una più del diavolo. In un primo momento si temette un crollo nei sondaggi per le vicine elezioni. Ci si mise pure l’episodio del giovane zingaro fresco di nozze con una ragazza del quartiere popolare.
Una Tv l’aveva ripreso mentre cercava di proteggere la fuga della moglie e della vecchia madre. Quest’ultima, però, era caduta sotto una sprangata e ora il ragazzo era lì ad accarezzarla in un letto d’ospedale, pregandola di dormire e promettendole una casa nuova con una stanza tutta per sé e un’altra dove lui e i nipotini futuri avrebbero suonato la chitarra tutta la notte, come forse sono soliti fare gli zingari attorno al fuoco. La vecchia invece, nel delirio, vedeva fiamme ben più alte e doveva intervenire il personale paramedico a calmarla. Allora il ragazzo puntava il dito nella telecamera e minacciava d’infilare quel fuoco nel culo di chi gli aveva ridotto la mamma in quello stato. Tanta insolenza raffreddò la potenziale commozione del pubblico a casa. E il sindaco padre, che temeva i sondaggi, nei sondaggi salì. A insidiare i suoi piani elettorali si preparava invece un’altra fiamma, quella degli amori disastrosamente onesti del figlio Alfredo.
Perché Alfredo era di quelli che s’innamorano. E, come gli uomini che le donne le comprano, anche lui decideva in un secondo di essere follemente innamorato. La sua era una passione in contanti, sentimento sull’unghia, tutto e subito, prendere o lasciare. Preferibilmente la indirizzava a donne che lo lasciavano, perché soffrire per amore gli pareva un buon investimento poetico. Gli temprava i versi, che pubblicava in plaquette autoprodotte presso tipografie locali, e i brindisi con gli amici. Poi trovò anche lui la sua scema. Forse perché lei era già malata e decisa a fare quel che credeva di non aver mai fatto, se non da ragazzina a scuola; forse perché la cosa più ingenua, in queste faccende, è pretendere di non passare mai per ingenue; certo è che decise di vibrare anche lei all’unisono con lui e con l’universo intero. In fondo erano due provinciali in un deserto mediamente popolato come il capoluogo lombardo. Presero casa insieme a Milano 2. “Presero insieme” è un modo di dire, perché la casa la pagava la scema. Ma era bello, per una volta, pagare.
E fin lassù arrivò il sindaco padre, entrando come fosse lui il padrone. C’era il matrimonio della figlia, la scema rispose: “Stia tranquillo, non ci vado”. Ma c’erano soprattutto le elezioni, e lei era una che finiva spesso sui giornali e in tribunale, ancora a causa di quel vecchio viavai di ragazze nella villa di un ex primo ministro. Il sindaco padre era del nuovo partito che la vecchia politica l’aveva sempre combattuta, poteva prendere voti da quelli che lisciano gli zingari, non da chi fa carezze a cottimo. E poi temeva chissà quale dilapidazione di patrimonio, quando invece l’allegro mantenuto era proprio il rampollo. Ma la scema assentì.
Montò una farsa, fece in modo che Alfredo ne uscisse ferito e riscoprisse in sé tutta la ferina capacità di ferire. Quando, per un nonnulla, il ragazzo impazzì e si mise a insultarla pubblicamente in casa di donna Flora e dei suoi due mariti, il padre era lì con loro. Poco prima l’aveva portato a cena per proporgli un assessorato nella futura giunta. “Spero che in questa grigia Milano tu non abbia dimenticato il sole, il mare e il vento del Salento”, gli disse su due bicchieri di Negroamaro. Poi andò con lui a vedere i balletti delle zingarelle. Agli amici di Flora piaceva il burlesque, e le finte zingarelle che danzano seminude nei salotti piacciono a tutti, soprattutto a quelli che le combattono nelle roulotte. Poi perfino il padre, davanti alla scenata del figlio, si sentì in dovere di fingersi sdegnato. “Caro mio, stiamo esagerando. Non ti riconosco più”... Stronzo!
Ora Alfredo mi scrive che sta arrivando. Ma è tardi! Lo so, anche se il dottore non mi dice niente. Parla più con Annina che con me, perché è uno di questi medici che credevo si trovassero solo in provincia. S’imbarazzano, poverini. Fanno i medici e hanno l’imbarazzo della morte, come se non lo sapessero che l’eccezione è quella manciata d’anni di salute che ci toccano. Certe notizie le danno in giro come un pettegolezzo, non dritte negli occhi dell’interessato. Infatti Alfredo deve aver saputo da qualcuno e si sta precipitando. Dice di amarmi e gli credo. Quando ce le ripetevamo abbracciati stretti, certe cose, facevamo a gara come bambini: io ti amo di più... No, io di più!... Provaci ad amarmi almeno quanto ti amo io... Cercava un’anima oltre il corpo, perciò s’innamorò di me quando mi ammalai la prima volta e ora ricade con la mia ricaduta. È proprio vero che solo da morti si entra nelle vite degli altri. La morte sublima, si sa, ti passa allo stato gassoso. Ce la portiamo addosso dalla nascita, ma si intravede solo in alcuni corpi ancora vivi, come un alone in una parete che non è più umida. Io sono uno di questi corpi ancora per poco. Sbrigati, Alfredo.

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