“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Venerdì, 30 Novembre 2012 10:56

Foglia tra le foglie, in pieno autunno

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Spazio. Una patina curvata fa da fondo; più corta di quanto sia l’ampiezza dell’assito, mostra volutamente i propri limiti. Dinnanzi ad essa una quinta rettangolare allude a una parete: bianca, con macchie catramate e tumorali. Le sedie non sono sedie ma sagome ferrose ed essenziali che consentono un appoggio; di lato due quadrangoli in metallo disegnano l’assenza del mobilio ospedaliero. Il sipario, nero, è lasciato pendere ai margini del palco. Vestiario per chi è di scena è visibile in appoggio: un cappello a falde strette, due camicie di cotone, una borsetta in piume nere, un abito notturno con intarsi argento, un pantalone marrone con cintura, un bastone di legname. Trovarobato buono per la recita: siamo in teatro.

Siamo in teatro e lo dicono le dimensioni ridotte dell’immagine proposta; la presenza di una pedana circolare sulla pedana già consueta (teatro sul teatro, rimarca la spaziatura drammaturgica); l’allusività voluta, palesemente metaforica: non si offre la ricostruzione presepiale di un luogo medico ma il suo candore neutro, rancido e vagamente fastidioso. La prima battuta: “La nostra storia incomincia così, in teatro”. Siamo in teatro dunque e lo confermano: il mascheramento, ripetuto ed ostentato; il cambio-ruoli, condiviso e consapevole; l’assenza di quarta parete, che permette lo sguardo diretto alla platea tanto quanto lo confermano lo straniamento testimoniale degli interpreti (che fungono, sovente, da spettatori-interni della recita); l’entra-ed-esci dalla parte momentanea; certi trucchi da ribalta (il cerchietto coi codini finti; i baffi in grigia setola; un naso da pagliaccio; un costume shakespeariano; i suoni fuori scena per gli oggetti usati ma invisibili). E poi, certi passaggi testuali: “Sono attori”, “Ma adesso non hanno spettacolo!” (menzogna che avvalora la presenza); “Sono così interessante? Teatralmente sì” (dichiarazione del progetto); “Non sopporto l’attrazione per il dramma: ci vedo subito brutto teatro” (didascalia registica). Siamo in teatro, che non venga nessun dubbio.
Durata. Il tempo, invenzione che si calcola a lancette, staziona lento, claudicante, rallentato e disagevole: un minuto diventa un’ora, un’ora diventa un giorno, un giorno diventa un mese. Il tempo, invenzione che si calcola a lancette, pesa il passo trascinandosi alla stasi: ammorbato anch’esso, affaticatosi si prostra ormai stanchissimo. S’adegua il tempo, come non potesse farne a meno, rispettando la calma placida che il malanno impone al corpo. Ogni singolo respiro, ogni moto piccolo, ogni sguardo vuoto. Ogni parola, ogni silenzio. Non c’è nulla che sfugga a questo tempo che, a cronometro, sembra proseguire inarrestabile ma che, in scena, si fissa fermo e immobile. Chi siede giù in poltrona spazientisce, saltella per trovare un ritmo, si guarda intorno sperando in un’accelerazione: inconsapevole che, il proprio, è un disagio ricercato. Il tempo de Il diario di Mariapia è il tempo della visita a chi è infermo: paziente, rilevante e apatico, torturante per eccesso. Concezione disturbante, il tempo è il grande pregio di quest’opera che costringe a frenare i propri battiti, ad adeguare le proprie pulsazioni. Condizione condivisa, genera un tedio che si apprezza dopo, all’uscita, quando si è sospinti al vento, di nuovo liberi di affrettarsi a casa. Vivi, noi.
Tema. Le generalizzazioni sono il pane rancido che sforna chi non sa nulla d’arte. Presentare un tema con innanzi una maiuscola è dovizia fatta regola: la Morte, sarebbe in questo caso. Ma chi con l’arte pratica davvero si pone in modo opposto e – per dirla con Marcel Schwob – “non descrive che l’individuale, non desidera che l’unico” (Vite immaginarie). E d’altronde: non di una sagoma, non di un pupazzo di segatura e canapa si tratta ma d’una donna e, di questa donna, si offrono i particolari minimi: le macchioline al fegato, il biascico di voce, il pallore della pelle; il sudore, la forma d’uno svenimento, la piega assunta a letto; la mancanza d’appetito, il cattivo odore, la maniera con cui sorride ancora e le sopracciglia che si aggrottano, i capelli persi sul cuscino, una lacrima che quasi sfugge per trattenersi in bilico, ferma e fissa all’occhio.
“Io non sogno più”, “penso meno di quello che pensassi”, “sai che mi hanno dato tre Tavor” sono frammenti; frammenti sono gli avvampi memoriali, le immagini rimaste, ciò che si contempla in ultimo: la casa di Via dei Pescatori, l’albero disegnato da bambina, la corsa in bicicletta per non tardare a scuola; il passato di fagioli, una filastrocca dell’infanzia, i ravioli fatti al vino e “la cattedrale di Chartres, alcuni momenti con Gianfranco, con i figli, tutte quelle triturine, i rotolini dietro le orecchie, Marta, le persone, i rapporti con le persone, le cose che abbiamo amato, i quadri, i gamberoni, i cachi d’autunno, anche i manieristi, Cesarino, io, te”.
La data di nascita di un figlio; la discussione avuta in un museo; l’ultima raccomandazione suggerita: “queste cose si salvano”, laccioli indissolubili la cui importanza giunge in ultimo, “e che io vedo come dei rotolini dietro le orecchie”: è ciò che si comunica e che rimane, insistente e chiaro, ad un attimo dal buio.
Infine. “Guardate una foglia d’albero, con le sue nervature capricciose, le sue tinte variate dall’ombra e dal sole, il rigonfio che vi ha sollevato la caduta di una goccia di pioggia, la puntura che vi ha lasciato un insetto, la traccia argentea della piccola lumaca, la prima doratura mortale che vi segna l’autunno; cercate una foglia esattamente simile in tutte le grandi foreste: vi sfido a trovarla”. Ancora Marcel Schwob.
Fausto Paravidino, ponendo in scena la morte della propria madre (una morte tra le morti), offre non la testimonianza autobiografica che si presta comoda alla carezza ma la storia di una storia che calma, calmissima, decade, fluttua all’aria, dondolandosi di spifferi, poi si poggia piano, seccata e lieve, già in tutt’uno col terreno.
Come una foglia d’albero, con le sue nervature capricciose: unica nei segni, crollata lenta in pieno autunno. Foglia tra le foglie, Mariapia.

 

 

Il diario di Mariapia
testo e regia:  Fausto Paravidino
con Iris Fusetti, Fausto Paravidino, Monica Salassa
produzione Fondazione Teatro Regionale Alessandrino
in collaborazione con Produzioni Nidodiragno
durata 1h 40’
Napoli, Galleria Toledo, 29 novembre 2012
In scena dal 29 novembre al 2 dicembre 2012

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