“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Venerdì, 08 Agosto 2014 00:00

Consuelo!

Scritto da 

Agosto solitario. Nel paesello semivuoto, con l’auto mollata dalla batteria e nessun meccanico possibile all’orizzonte, è più facile che il pensiero vagoli ramingo. Spoletta tra computer e televisore, annoia e non appaga, tra notiziari ascoltati in loop, vecchi film riproposti ad ogni estate e le dita che scorrono sulla tastiera come in automatico a cliccare sempre le stesse pagine, come un riflesso condizionato. Se non altro, il caldo quest’anno non ha infierito. Ma il pensiero vagola ramingo uguale; e, voltolando di ricordo in rimpianto, di schiaffo in scherno, ritorna a lividi e ferite, tutta roba metabolizzata e cicatrizzata, certo, ma che ogni tanto – specie quando la mente è sgombra e non assorbita dall’usuale e dal quotidiano – riemerge a farsi riassaporare come un gusto aspro di medicina subita da bambino.

Tardo mattino. Gabriele, steso sul divano a pascolar la noia, s’abbandona alla voluttà del rammarico, al gusto acre del ‘se fosse stato’: “Consuelo!”. Un nome sospirato a fior di labbra, come già tante volte aveva fatto quando a lei dedicava feroci piaceri solitari, frustranti masturbazioni di chi anela e non ottiene, di chi protende e non perviene. “Consuelo!” – ripete un po’ più forte, quasi a voler ravvivare una fiammella di piacere – “Consuelo…”, sibila con un filo di voce fattosi un po’ più spesso e venato di lascivia, ora che è solo e nessuno in casa lo può sentire. Quanto sarà trascorso? Vent’anni? Forse anche più… Lei era la sua ossessione, il suo feticcio, il suo sogno erotico di adolescente che s’affacciava alla vita, ormoni in tempesta e fantasie proibite e peccaminose. Lei, sposata, una decina d’anni più giovane di sua madre, di cui pure era amica, aveva avuto gioco facile a rintuzzarne le profferte, esibite con la foga maldestra e inesperta del ragazzo ancora acerbo; era chiaro – o meglio, gli sarebbe stato chiaro molto a posteriori – che non avrebbe avuto speranza alcuna. Ci era rimasto malissimo, per come era stata frustrata la sua esuberante tracotanza, il suo eccesso di slancio. Aveva capito subito di averla fatta grossa, eppure c’era qualcosa che lo amareggiava più ancora del rifiuto: la fine del sogno e, con essa, la frantumazione del mito, la trasformazione del feticcio in spauracchio. Sapeva che lei non lo avrebbe guardato più con gli stessi occhi (e forse non lo avrebbe guardato più affatto); sapeva che lui stesso non sarebbe più riuscito a guardarla con gli stessi occhi, innamorati e sognanti (benché, diciamolo, lei non è che fosse bella, ma l’immaginario imberbe, si sa, ha un imperscrutabile modo di proiettare le proprie pulsioni verso l’esterno).
Gabriele ci aveva messo degli anni a superare quello che gli era rimasto dentro come un trauma implosivo, segreto custodito dentro di sé, mercé il timore di uno scandalo famigliare. Consuelo, che sulle prime era parsa sconvolta e inviperita, poi, da donna ormai adulta, ci aveva messo meno a tornare alla propria normalità, custodendo anche lei dentro di sé quel segreto che era comunque meglio non rivelare per quieto vivere e perché, in fondo, non era accaduto nulla di irreparabile o concretamente compromettente. Insomma, un segreto custodito a distanza, indipendentemente l’uno dall’altra, così come distanti ed indipendenti erano state da quel fatidico momento in poi le rispettive vite, ancorché trascorse ad un isolato di distanza.
Quando si erano rivisti successivamente, avevano conservato il rispetto formale proprio delle convenzioni e della buona educazione, anche se ciascuno dei due riusciva ad immaginare, almeno parzialmente, cosa sommovesse nell’animo dell’altro ad ogni reincontro, reincontri in cui difficilmente i loro sguardi s’incrociavano per più di qualche istante involontario e fuggevole.
Il tardo mattino, ormai trasformato nell’ora di pranzo, vede ancora Gabriele semidisteso sul divano, poca voglia di mangiare (meno ancora di preparar qualcosa che somigli ad un pranzo), e l’uzzolo di continuare ad inseguire una fantasia raminga, ormai intrufolatasi come un capriccio impertinente fra gli interstizi della noia. Cosa fare? Darsi pace con un tuffo nel passato e celebrare con un atto di onanismo retrospettivo? Sarebbe un po’ come spulciare il web alla ricerca di un porno vintage, uno di quelli in cui le donne non depilavano le parti intime e non gonfiavano i seni di silicone e gli uomini erano villosi e non di rado panzuti. Ah, la sana fantasia d’un tempo, non ancora mortificata dall’accesso facile alla pornografia free! L’idea del trastullo fai-da-te solletica un poco la fantasia di Gabriele, ma senza sfociare in atto compiuto. Il pensiero insolente che l’aveva sorpreso sul divano dal tardo mattino desiderava adesso qualcosa di differente da una pirrica soddisfazione autogena. Gabriele vuole conferire un senso più reale a questa sua fantasticheria, la vuole assaporare fino in fondo, bere fino alla feccia quel succo agre, non foss’altro per vedere se ancora è in grado di stordirlo e di ubriacarlo, o se invece i tanti anni trascorsi hanno fatto del ragazzino vulnerabile un uomo immune. Quelli che un tempo erano sogni da adolescente, sono oggi pensieri da adulto, e Consuelo ai suoi occhi non è più un feticcio, ma una donna con cui, eventualmente, misurarsi da pari a pari. Una donna che in fondo Gabriele un po’ disprezza – ed è un disprezzo ricambiato – ma verso la quale non riesce ad essere ancora del tutto indifferente – ed è un’indifferenza che nemmeno Consuelo riesce ancora a provare – ma che, in un modo o nell’altro, gli è rimasta dentro, come una ferita chiusa di cui è restata piccola cicatrice ad epitomar memoria.
Ma c’è qualcosa di più, in questo desiderio fuggiasco in un mattino d’agosto. Gabriele ci pensa, ci ragiona su, e realizza che, in fondo, la vera bramosia che lo pervade non è frutto di una proiezione carnale: Consuelo è per lui, in questo momento, desiderio di interlocuzione. Scopre, Gabriele, che quel che meno gli è andato giù di tutta quella balorda vicenda ormai sormontata dalla patina del tempo è l’assenza di parole, la mancanza di un dialogo pacificatore, che rimettesse i tasselli al loro posto, per quanto possibile; una chiacchiera, un pour parler in cui lui avrebbe anche chiesto scusa, si sarebbe mortificato, più e come quella sciagurata sera di tanti anni addietro; lei avrebbe accettato le scuse, o forse no, l’avrebbe rimbrottato ancora, con uguale freddezza ma minor livore, ma almeno avrebbero parlato, avrebbero sciolto un nodo sospeso. Quantomeno mettere un punto, ecco. Ma non c’era mai stata occasione, né tantomeno nessuno dei due l’aveva mai cercata o propiziata; avrebbe pensato a tutto il tempo, neutrale e asettico mediatore di esistenze.
Ora però Gabriele ci ripensa con la forza dei nervi distesi, forse grazie proprio a quel tempo asettico e neutrale, il cui fluire lenisce e trascolora. E ripensandoci, Gabriele vuole davvero appagare questa sua bramosia sottile e un po’ cerebrale; in fondo è un parolaio a cui snocciolar chiacchiere ha sempre procurato enorme piacere, e l’idea di poterlo fare con Consuelo intorno a quel discorso remoto e sospeso gli procura un brivido in cui il gusto sapido della parola si mescola al timore ed all'adrenalina di una inevitabile tensione.
Ma come fare? Certo non le può telefonare, men che meno può farle visita a domicilio… Affidarsi alla benevolenza dei fati che veicolino l’accidentalità di un incontro sarebbe perlomeno fideistico, come credere all’avvento di un messia in agosto in sembiante di venditore di cocco sulla spiaggia… C’è da darsi da fare, da studiare la situazione. Il lampo s’illumina dopo poco: Gabriele sa che Consuelo va a fare la spesa al piccolo market vicino casa, lo stesso in cui anche lui, ora che è solo e che il resto della sua famiglia è in vacanza, va ad approvvigionarsi di quei generi di prima necessità che gli abbisognano per la sopravvivenza (fondamentalmente birra e patatine); ecco, l’ideale sarebbe agganciarla lì e sondare la possibilità d’attaccar bottone. Ma come fare ad incocciarla? Non è che Gabriele possa conoscere gli orari in cui Consuelo esce di casa per far la spesa e nemmeno sa se esce tutti i giorni… Mica può appostarsi nel piccolo market con la scusa di raffrontare i prezzi delle diverse marche di birra e di patatine? Decide perciò, a tempo perso – visto che di tempo da perdere in quest’agosto balzano ce n’è eccome – di mettersi di vedetta dal balcone di tardo mattino, un’oretta al giorno a guardar passare le macchine e ad osservar il passeggio: chissà che prima o poi non gli capiti di vederla uscire di casa da quell’isolato più in là per andare a far la spesa… Tre o quattro giorni, non di più, il termine concesso all’inseguimento di questo capriccio. A cominciar da domani, che oggi è già tardi.
L’indomani arriva senza che nel mezzo siano intercorse riflessioni che aggiungessero qualcosa, ma solo elucubrazioni ipotetiche sul modo e le parole con cui, nel caso, rivolgersi a Consuelo; per ogni domanda Gabriele si immaginava una risposta possibile ed un possibile modo di controbattervi. Ma è già di nuovo giorno, e dal balcone Gabriele ha già preso posizione per un eventuale avvistamento, già pronto a scattare per mettere in atto il suo piano un po’ bislacco. È fortunato: dopo neanche tre quarti d’ora di fantasticherie all’aria aperta, interrotte solo da qualche raro clacson nella strada assolata, vede Consuelo uscire di casa e dirigersi verso il piccolo emporio poco distante. Gabriele ha un sussulto, per un attimo vacilla, gli torna in gola – cosa che non aveva previsto mentre architettava il suo nebuloso piano – il sapore agre ingollato da ragazzo e per un momento si chiede ‘ma chi me lo fa fare di mettere in piedi ‘sta stronzata?’, poi però la fregola prevale sulla titubanza ed in un attimo è in strada, sulle tracce della sua “preda”, sulle orme di un passato che non vuol conoscere archiviazione.
Gabriele entra nel piccolo market, saluta e si dirige verso gli scaffali delle bibite; passando davanti al banco degli alimentari, incrocia Consuelo.
– Ciao.
­– Ciao.
Il solito glaciale saluto, senza che nemmeno un sorriso l’ammanti di compiacenza.
Lei sempre acchittata di tutto punto, truccata, tipica signora bene di provincia, con tutto quel che ciò comporta sul piano dei valori e della visione del mondo, così poco affine a Gabriele, ai suoi valori ed alla sua visione del mondo. Però è Consuelo. Gabriele la squadra di sottecchi distraendo fintamente lo sguardo; la trova sempre attraente, ha un che di raffinato nel suo modo di essere elegante che quasi sembrerebbe spogliarla del tabarro di provincialismo che invece la fascia dalla mente al cuore. C’è poco da fare: Gabriele ne subisce il fascino. Ancora. Ne subisce un fascino che molti altri uomini faticherebbero persino ad immaginare sotto quel trucco marcato e quel corpo appesantito dagli anni e dalla consuetudine di una vita sempre uguale. Ma è Consuelo. E per Gabriele Consuelo è tutto un mondo coltivato nel giardino segreto della più riposta fantasia.
Fa in modo di avvicinarsi alla cassa appena dietro di lei, ne sbircia la spesa e trova facilmente un appiglio:
– Oggi riso all’insalata, eh?
– Sì… Con questo caldo…
Lei paga, imbusta ed esce, Gabriele fa lo stesso con le sue due bottiglie di birra e la segue da presso. Raggiungerla è un passo.
– Consuelo!
– Ehi, Gabriele…
– Niente mare quest’anno?
– Poco e niente… Guido già non è che lo amava tanto, il mare; quest’anno poi, dopo il problema di salute, ancora meno.
– Ma ora come sta?
– Meglio. Ma di mare non se ne parla. E nemmeno di vacanza. Quando riesco, mi faccio mezza giornata a mare, ma niente di più.
– Infatti, ti vedo abbronzata… Posso darti una mano con le buste della spesa?
– No, grazie, sono leggere.
Poi, a bruciapelo:
– Senti una cosa, Consuelo: ma come mai io e te non abbiamo mai più parlato da quella volta?
­– Perché non c’era niente da dirsi.
– Tu dici? Invece sai, io ci ripensavo giusto stamattina e credo proprio il contrario. Anzi, ti dirò di più: è proprio la cosa che in tutti questi anni più mi è mancata, il fatto di poter avere, almeno una volta, la possibilità di tornare con te sull’argomento.
Una smorfia di fastidio contrae all’ingiù le labbra di Consuelo, che di colpo si ferma. Sono quasi sotto casa sua e proprio non si aspettava che la calura agostana fosse resa torrida da questo approccio del tutto estemporaneo. Pensava che ormai Gabriele e quel passato lontano fossero confinati in un alveo muto e remoto, praticamente rimosso, dimenticato, seppellito. Invece evidentemente non era così.
Rimasta senza parole, interdetta, Gabriele prova ad incalzarla:
– Ma non è il caso di continuare a parlarne qui, non è né il luogo né l’ora. Che ne diresti se un giorno di questi ne discutessimo, serenamente? In fondo, da persone adulte, credo che potremmo concedercelo…
– Vuoi saltarmi addosso un’altra volta?
– No, Consuelo… Su questo posso rassicurarti. Davvero, vorrei solo poterti parlare, come stiamo facendo adesso, ma senza la sensazione di dover interrompere da un momento all’altro.
– E quindi?
­– E quindi perché non vieni a prendere un caffè da me?
– Ma cosa ti sei messo in testa?!? Cosa dico a Guido? Tu sei scemo!
– Senti, io non voglio insistere e men che meno voglio che ti turbi o ti innervosisca. Se dovessi averne modo e voglia, sappi che te ne sarei molto grato. Poi, se hai anche bisogno di una scusa plausibile, mia madre mi aveva lasciato una cassetta di melanzane, dovevo portarle a zia Cora, ma sono senza macchina… Se passi, le do a te.
– Lascia perdere, non mi pare il caso.
– Ok, ok… come non detto. Scusami se ti ho importunata. Buona giornata.
Paonazzo in volto, e ancor più dentro, Gabriele riprende la via di casa, sentendo le sue gote più erubescenti di quanto in realtà siano, la testa gli pulsa quasi rimbombando e la sensazione di aver fatto una cazzata è un tutt’uno col darsi di stronzo tra sé e sé. ‘Che stronzata! È andata buca e me lo dovevo aspettare. Che cosa mai mi potevo attendere di diverso da una come quella lì? Lo sapevo, era meglio una sega, porco d’un dio lurido!’.
Rientrato alla temporaneamente solitaria dimora, Gabriele si ammorba della propria inquietudine, facendo fatica a darsi pace, sforzandosi invano di ripetere a se stesso ‘Ma sì, in fondo chi se ne frega!’. Di mangiare meno voglia che mai, nemmeno l’idea di una birra come cardiotonico palliativo lo stuzzica. Va avanti e indietro per casa, fa zapping alla tivvù senza nemmeno guardare i canali che cambia. E intanto pensa. Rimugina. ‘Passerà…’, sentenzia con tono meno serafico del senso della sua pur savia elucubrazione.
Spossato ed angosciato, s’appapagna sul divano, più per sfinimento nervoso che per effettivo bisogno di sonno. Fino a quando, nel primo pomeriggio, squilla il telefono di casa, svegliandolo di soprassalto. ‘E che cazzo! Chi può essere mai a quest’ora? Saranno quei tritapalle dei call center… e non ho manco voglia di sfancularli con una scusa fantasiosa…’. Arriva al cordless, lo afferra, riconosce il numero…
– Pronto…
– Gabriele?
– Consuelo... Ciao...
– Hai un minuto?
– Certo. Ma che è successo? Hai una voce…
– Guido sta riposando, parlo piano per non svegliarlo. Ripensavo a stamattina…
– Eh, a chi lo dici… Pure io ci ho ripensato e anzi, scusami ancora… non volevo darti noia.
– No, no, figurati. Anzi, sei stato anche gentile. E quello che hai detto, in fondo non è sbagliato… Posso passare da te?
– Adesso?
– Tra dieci minuti, non di più.
– Ok, comincio a mettere su la macchinetta del caffè.
– A tra poco.
– Ciao.
Chiuso il ricevitore, tutta la nevrastenia accumulata da Gabriele si trasforma in un attimo in un’esultanza da gol in finale di Champions. Aveva, non si sa come, ottenuto il suo scopo e di lì a poco, quella antica cambiale di parole non dette sarebbe stata messa all’incasso.
Pochi minuti, il tempo di una rapida toletta e di non farsi trovare in mutande e il citofono trilla, la voce di Consuelo si annuncia all’altro capo, Gabriele la accoglie in casa con tutta l’amabilità di cui è capace. La saluta con un sorriso, che lei ricambia. La loro piccola era glaciale sembrerebbe aver cominciato il disgelo, a sciogliere il ghiacciaio che li separava.
– E a Guido cosa hai detto?
– La verità: che dovevo andare dal parrucchiere. Per questo non posso trattenermi molto.
– Il tempo di un caffè?
– Il tempo di un caffè.
– Macchinetta già carica… accendo il gas… Grazie per essere venuta, lo apprezzo tanto.
– Posso stare tranquilla?
– Hai la mia parola. E parole è tutto ciò che ci sarà in questa stanza, caffè a parte! Va da sé che quel che ci diremo rimarrà tra noi, no?
– Ovvio!
– Dimmi una cosa: tu hai mai parlato con qualcuno di quello che successe anni fa?
– No, mai… tu?
­– Io solo ad un amico fidato, poco tempo dopo il “fattaccio”. E solo una volta, senza mai più toccare l’argomento.
– E lui cosa ti disse?
– Boh! Manco me lo ricordo! In realtà avevo solo bisogno di confidarmi con qualcuno, di sfogarmi, di raccontare il malessere che mi aveva lasciato addosso quella cosa…
– Ci sei stato male, eh? Sapessi io… Mi facesti una rabbia che ti avrei preso a sberle.
– E avresti avuto tutte le ragioni di farlo. Purtroppo, quando si è ragazzi, capita di fare cose molto stupide, di cui poi ci si pente… Ma il pentimento è sempre un rimedio tardivo.
– Fu un brutto episodio, molto spiacevole. E pensare che fino ad allora avevo avuto una grande considerazione di te.
– Persa del tutto?
– In gran parte sì, lo devo ammettere.
­– Eh, me ne sono accorto! Credi che non abbia notato che da allora hai fatto sempre in modo di starmi alla larga, di non trovarti mai da sola dove mi trovavo io? Il tuo disagio nei miei confronti per me è sempre stato palpabile. Ma è proprio questa la prima cosa che ti voglio chiedere, che poi è la ragione del mio risentimento: perché, magari anche dopo tempo, non hai mai cercato di parlarmi? Perché, dopo la rabbia ed il disprezzo, non hai provato anche a capirmi?
– E cosa c’era da capire, scusa? Mi eri saltato addosso come un animale. Cosa ti aspettavi che facessi? Che ti dicessi ‘provaci ancora Sam’?
– No, Consuelo… Mi aspettavo – o meglio, speravo – che mi parlassi, come stiamo facendo ora, per poterti spiegare i motivi (sbagliati, certo) che mi avevano spinto ad essere molto stupido quella volta.
– E quali sono questi motivi?
– Beh, ero proprio cotto di te (lo posso dire, senza che tu pensi che voglia provare a sedurti?).
– Dillo pure, tanto abbiamo fatto un patto: solo parole.
– A te sarà capitato di ripensare a quell’episodio, nel corso degli anni: lo hai fatto sempre con lo stesso livore?
– Mah, diciamo che il tempo lo ha progressivamente attenuato. Ma non cancellato.
– Ma non ti è mai capitato, almeno per un momento, di pensare a come sarebbe potuto essere se…? A cosa sarebbe potuto succedere?
– Ma sei scemo?! Sono sposata! Ho quindici anni più di te, come sarebbe potuto essere cosa?
– Vabbè… Inutile dire che io l’ho sempre pensata in maniera opposta… Ed ho sempre avuto su di te delle sensazioni contraddittorie.
­– In che senso?
– Posso essere esplicito?
– Fa’ pure, ma vedi di non essere volgare.
– Ok. Beh, che tu sia una bella donna lo sai da te; ma nel mio immaginario ho sempre visto in te una carica erotica fuori dal comune; però ho sempre avuto come la sensazione che questa tua carica erotica fosse…come dire… parzialmente inespressa. Mi sbaglio?
– Queste sono cose mie private. Cerca di non farmi pentire di aver accettato il tuo invito. E guarda che il caffè è salito.
– Allora diciamo che se anche non mi rispondi (ed è legittimo) io permango nella mia convinzione… Prego, il caffè… Sii schietta e non pensare che io ti voglia giudicare: hai mai tradito Guido?
­– Mai!
– Perché?
– Perché sono sposata!
– E non hai mai avuto nemmeno la tentazione di farlo?
– Che c’entra… Ci sono cose più importanti! Non si rovina una famiglia per un capriccio.
– Eccoci al punto… È tutta una questione di priorità. Ma tu sei mai stata veramente innamorata? Ti è mai capitato di vibrare per un’emozione che sentivi venire dal profondo?
– Certo! Da ragazza. Poi mi sono sposata.
– E Guido è stato il tuo unico uomo.
– Sì.
– Che spreco…
– Ora non essere irrispettoso, se no me ne vado.
– Eddai, non fraintendermi! Forse non te ne stai accorgendo, ma con le tue risposte, non fai altro che dar conferma implicita all’idea che ho di te.
– E con ciò?
– Nulla, ne stiamo parlando. E non c’è bisogno che tu t’arrocchi così tanto sulla difensiva, non hai nulla da temere. Pa-ro-le!
– Sì, ma certe parole sono fuori posto. A saperlo, non sarei venuta.
– Consuelo, quello che sto cercando di dire è solo che, forse, se avessi giudicato con minore severità, guardando con più indulgenza in questa direzione, questo sentimento sincero lo avresti trovato e, forse, volendo, anche vissuto.
– Impossibile!
– E va bene, diciamo che non è stato possibile, che è stato un incrocio infelice, un amore non ricambiato. Pazienza… A suo tempo ci sono rimasto male, ma poi è passato. Quel che è rimasto è stato un sentimento ambivalente: da un lato, il classico “primo amore che non si scorda mai”, a cui si rimane legati come alle cose preziose dell’infanzia; dall’altro, un’inquietudine sottile, fatta anche di risentimento, dell’ubbia pervicace di chi non poteva sapere cosa tu pensassi davvero.
– Ed ora che lo sai? Per te cosa è cambiato?
– Poco, all’apparenza. Molto, in realtà. Avevo bisogno di questa chiacchierata, di riallacciare quel filo sospeso, magari sì, anche di dirti ancora che mi dispiace, che mi scuso ora per allora. Per te non è servito a niente parlare?
– Tutto sommato mi ha fatto piacere; se ho accettato è perché, ragionandoci, mi è parso giusto metterci una pietra sopra e farlo di persona. E poi, non ti nego che quel che dici mi lusinga, anche se mi imbarazza, ed anche se mi tocca ribadirti che non poteva essere altrimenti.
– Beh, a farlo prima, m’avresti risparmiato un paio d’anni di depressione. Ma almeno da adesso in poi potremo “normalizzare” i nostri contatti?
– Certo! Su una cosa devo darti ragione: era giusto parlare. Non so se era il caso di farlo prima, ma è stato bene farlo; mi sento come alleggerita di un peso.
– Anch’io se è per questo. Il fatto di poterti parlare con tanta tranquillità era una cosa che desideravo da molto tempo. Solo che non sapevo proprio come fare…
– Hai avuto una buona intuizione, bravo.
La tensione, che pure aveva accompagnato fino a quel momento il loro dialogo, era ormai stemperata, si era andata trasformando in un clima di pacata condiscendenza ed ora i loro sguardi erano distesi, le barriere abbattute, le guardie abbassate. Domina adesso nel tinello della casa di Gabriele un clima di reciproca affabilità, come se un sia pur minimo rapporto di empatia si sia ormai instaurato fra i due.
D’un tratto Gabriele sospira:
– Eppure…
– Eppure cosa?
– Eppure ciò non toglie che io dico che sarebbe stato bellissimo…
– Che fai, ricominci? Proprio ora che abbiamo messo un punto e siamo andati a capo?
– No, Consuelo… Anzi, finisco e ti lascio andare. E grazie per aver deciso di venire, lo trovo un atto di sensibilità davvero apprezzabile da parte tua. Un po’ tardivo, ma un atto di sensibilità. Voglio solo chiederti un’ultima cosa, e spero che tu non te ne abbia a male.
– Dimmi…
Gabriele le si avvicina e le prende la mano, la guarda dritto negli occhi, come non erano riusciti a fare negli ultimi vent’anni.
– Un bacio e mai più.
Lei ha un momento di incertezza, fa come per sfilare la sua mano da quella di Gabriele, poi è un attimo, un istante in cui le balena negli occhi un brillìo che sembra dire ‘ma sì, mettiamolo ‘sto punto esclamativo!’, si alza tenendogli stretta la mano, le loro labbra si sfiorano, poi si appiccicano, si avvinghiano, non si staccano. Le loro braccia si avvolgono in viluppo e vent’anni sfumano in un interminabile istante.
Gabriele è al settimo cielo, avrebbe una gran voglia di andare oltre, di spogliarla, di farci l’amore, magari anche lì sul pavimento, lasciando esplodere tutta quella foga furiosa e repressa. Ma sa, “sente” che non gli sarebbe consentito: “un bacio e mai più”, quel che è detto è detto.
– Ora devo andare… Un bacio e mai più!
Lei si stacca, le loro mani si separano, lei porta l’indice all’altezza del naso significando il silenzio, Gabriele fa lo stesso, quasi all’unisono, mentre i loro sguardi sono ancora uniti in un unico cono visivo. Fino a che Consuelo si volta e fa per andare. Gabriele la segue con lo sguardo, resta fermo.
– Consuelo… Grazie!
– A te…
Consuelo, stordita, varca l’uscio, ancora seguita dallo sguardo di Gabriele che l’accompagna fino al portone di casa, raggiunge il parrucchiere, dal quale doveva essere già da un pezzo. Gabriele, stordito pure lui, sente il sangue fluirgli in pletora lungo tutte le membra, il fremito emozionale ancora lo pervade, misto ad una sorta di sconforto… ‘un bacio e mai più’, ripete fra sé e sé, mentre si fa strada la vaga idea che ora sarà peggio di prima; che ancora una volta lei è stata più dura e più forte e lui un omuncolo in sua balìa; un omuncolo al quale, ora che ha assaporato quell’attimo di felicità intravista, come ne Le passanti di De André, risulterà ancor più difficile lasciarsela scivolare via, lasciarla defluire isolando solo la piacevolezza del momento. Quel che più gli resta è il senso di una frustrazione latente, di un piacere assaporato e non goduto. Forse era meglio prima, quando il desiderio, ignaro delle parole di Consuelo, poteva pascersi di se stesso ed essere del tutto proiettivo, ideale, fatto di sogni atemporali e fantasticherie cerebrali. Ora no. Ora non più.
– Forse davvero era meglio una sega!

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