"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Lunedì, 27 Gennaio 2014 00:00

Ebrei piangenti e ridenti

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Come ha fatto il popolo ebraico a tollerare millenni di angherie e sopraffazioni, culminanti con l’orrore della Shoah? Oltre alla estrema coesione, che ha ad esso consentito di rimanere politicamente e culturalmente forte pur nella diasporica frammentazione, tra le armi di difesa va contata una straordinaria arguzia, interessante per la complessità di fondo che la caratterizza.

Tutti i popoli, si dirà, hanno una letteratura faceta e contano nel proprio patrimonio una quantità ingente di storielle più o meno divertenti e, in ogni caso, espressione della koinè. Verissimo, ma nessun popolo attribuisce al motto di spirito, al Witz caro a Freud, una sì manifesta funzione filosoficamente demistificatrice, anti-idolatrica, gaiamente disincantata. Innanzitutto, è bene sottolineare che l’ebreo non è succube del proprio Dio, col quale – unicum nella storia delle religioni – egli litiga e polemizza. L’ebreo intrattiene con Dio un rapporto ambiguo, a metà tra la profonda deferenza e una sorniona familiarità. Basti pensare al fatto che quando Dio promette a Sara, moglie di Abramo, che, benché anziana, avrebbe partorito un figlio, ella Gli abbia riso in faccia. E Isacco in ebraico vuol dire appunto, a seconda delle interpretazioni, ‘risata’, ‘figlio della risata’. La Torah stessa è piena di momenti se non umoristici almeno paradossali.
Ecco, il gusto per quanto è paradossale e divertente (nel senso etimologico) è la cifra caratterizzante di un costume, quello ebraico, che ha dovuto farsi spazio a gomitate in contesti il più delle volte diversi e ostili. La continua fuga e il costante tentativo di adattamento alle nazioni volta per volta ospitanti ha portato come conseguenza un sostanziale relativismo nello spirito ebraico. Il relativismo, il ritenere che una verità assoluta non sia attingibile a causa della limitatezza della condizione umana, a ben vedere mal si coniuga con la presenza di un testo sacro di rilievo come la Bibbia, che dovrebbe fornire, invece, tutte le risposte ed essere, quindi, una lettura rasserenante. Si può affermare che il gusto per la contraddizione, per la dialettica, per il paradosso, per l’ermeneutica equivocante sia fatto genetico per il popolo ebraico. Non stupisce quindi come l’umorismo yiddish si fondi sulla mancanza di punti fermi e sulla necessità di superare gli ostacoli della vita come meglio si può.
Non irriflessamente si è scelto di parlare di umorismo a proposito dell’atteggiamento tipicamente ebraico. L’umorismo, a differenza dell’ironia, non vuole ridere di qualcuno, ma con qualcuno. Intendendo guardare con indulgenza alle debolezze del prossimo, riconoscendole anche come proprie, l’umorista non ha il senso dell’aggressione, che lo pone al di sopra del deriso, ma ha – e lo dice anche Pirandello nel famoso saggio L’umorismo – un ‘sentimento del contrario’ che consente di vedere in ogni cosa il suo opposto. Mentre chi fa ironia esercita una funzione conservativa, riaffermando in buona sostanza i cliché e gli stereotipi fissati a priori, l’umorista è consapevole della impossibilità di categorizzare, di scindere il mondo, hegelianamente, in compartimenti, di fare distinzioni nette. La coscienza della complessità del reale obbliga chi fa umorismo ad una riflessione più seria, e in questo senso filosofica, sulle possibilità del sapere umano. Una filosofia amara, disillusa, timorosa di chi sostiene di possedere tutte le risposte, al tempo stesso colta e quotidiana. Ed è un caso che il relativismo abbia ricevuto una consacrazione in campo fisico con Einstein, un ebreo?
Solo con la capacità di sorridere di se stessi anche nelle condizioni storiche più avverse, con la capacità di rendere naturale il paradosso, è possibile rispondere alla domanda iniziale. L’ebreo è sopravvissuto perché l’assurdità non lo ha tramortito, essendoci già abituato. Anche se il concetto stesso di Dio dopo Auschwitz è stato messo in discussione – e a tal proposito è illuminante il celebre saggio di Hans Jonas – l’ebraismo è uscito dall’orrore dell’Olocausto più solido che mai. La carica demistificatoria dell’ebraismo ha avuto un’influenza notevolissima nella storia culturale degli ultimi due secoli. Un paio di nomi di autentici ‘maestri del sospetto’ ci danno la misura della portata dell’apporto dell’ebraismo, dai già citati Freud a Einstein, a Bergson, Marx, Kafka, Svevo, Proust, Benjamin, Celan, Moravia. E, naturalmente, non ha un peso secondario l’influenza nel mondo dell’entertainment. Perfettamente integrati in questo sistema che pure rifugge da ‘sistemazioni’, contiamo, tra gli altri, Groucho Marx, Woody Allen, Mel Brooks, i massimi umoristi del secolo, tutti magistralmente intesi a mostrare che la realtà è così complessa da non essere passibile di rigide e manichee partizioni, da mostrare che ci muoviamo in un universo che, quando non è ostile, è sicuramente inafferrabile quanto al suo senso finale. Pianto e riso due metodi per attingere l’Assoluto.
L’umorismo ebraico è il fare scherzosamente le cose serie e seriamente le cose scherzose. L’umorismo ebraico ci ha insegnato che abitiamo un universo sicuramente buffo, nel quale, pur tra tanti dolori, si può vivere sperando di ridere degli altri, di Dio e, soprattutto di se stessi. Riportiamo, perché sia esemplificativa, una tipica storiella ebraica, gustosa ed iconoclasta:
“– Papà, che cos’è l’etica? – Ti faccio un esempio. Un cliente entra nel negozio mio e di Isaac. Compra della merce per sessanta fiorini, ne paga cento e dimentica di prendere il resto. Qui subentra l’etica: devo tenermi tutti i quaranta fiorini o dividerli con Isaac?”.

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