“Che diamine, se sapessi chi è Godot non credete che l'avrei detto nell'opera?”

Samuel Beckett (ai critici)

Martedì, 28 Settembre 2021 00:00

Credo ergo bestemmio

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Sono stato al festival “Ceci n’est pas un blasphème", che si conclude il 30 settembre al Palazzo delle Arti di Napoli. L’ho fatto dopo la bufera che alcuni manifesti affissi in strada, prodotti da artisti che esponevano alla mostra collegata alla rassegna, avevano causato. Bestemmie. Loghi di famosi brand venivano declinati in modo dissacrante: “Porcodio” al posto di Topolino, “Dio cane” invece di Disney, e così via.

Apriti cielo.
“Il Comune di Napoli concede i suoi spazi per pubblicare bestemmie”, è stata la voce che per giorni ha attraversato la città, i media, interessando testate anche di fuori regione.
Voce occhiuta, chiaramente: si voleva colpire il Comune, che con quelle affissioni non c’entrava niente. E neanche gli organizzatori del festival avevano saputo che ci sarebbero state. Sono avvenute di notte, come per qualsiasi raid artistico che se infischia di concessioni e permessi e sfrutta proprio gli spazi istituzionali per fare più scalpore. 
Eppure la macchina dell’infamia si è messa in moto.
Della situazione ho parlato con la direttrice, Emanuela Marmo, messa alla berlina per la sua posizione di ex papessa della Chiesa Pastafariana, nata per stabilire che ogni credo, anche uno che si basa sulla devozione a uno spaghetto, debba avere pari dignità rispetto alle confessioni istituzionali in una società libera. Uno dei punti di una campagna per l’abolizione del reato di vilipendio alla religione, la libertà di espressione e contro la censura che la Marmo conduce da tempo e per cui il festival è stato promosso.
Superato il punto delle responsabilità sui manifesti siamo passati allo scandalo che le scritte hanno suscitato.
Perchè il festival, che non ha promosso le affissioni, non le disconosce: “Penso all’abusivismo delle edicole votive, contro quello nessuno si muove. O ai miliardi di segnali riconducibili alla Chiesa e alla sua ingerenza che siamo quotidianamente costretti a subire” ha detto la Marmo. Prima di aggiungere: “Ci vorrebbe un intellettuale che intervenisse sul tema”. Le ha fatto eco Anna Sirica, l’allestitrice: “Meglio uno credente”.
Sono credente e, nonostante non faccia parte della categoria degli intellettuali, spesso con grande sollievo, più o meno in quel mondo ci vivo. E allora, da non intellettuale, da molto meno che pensatore, però credente, provo a condurre alcune riflessioni. Lo devo alla dignità di un festival di gran valore.
Sono credente ma spesso bestemmio. E non, come diceva Picasso, per essere coerente nelle mie imprecazioni.
Ma perché credo che la bestemmia non abbia niente a che fare con Dio, con la fede, con il rispetto verso chi crede.
Chi bestemmia lo fa contro il potere, che nella Chiesa trova una delle massime rappresentazioni.
Si bestemmia per dir male del governo, della società, dei potenti. E degli abusi di preti e cardinali, di papi e suore, di conventicole alla Todo modo, di comunioni e liberazioni, Opus Dei, troni e dominazioni.
Non per offendere “El Barba”, come lo chiamava Maradona, che così, a occhio, non mi pare tanto suscettibile. (Dio, non Maradona. Che poi tutta ’sta differenza tra i due... ma vabbè, questo è un altro discorso).
Quando faccio cadere madonne, gesucristi e santi vari non ritengo di mancare di rispetto a nessuno. Al massimo un credente può provare pena per me, ritenendo che così mi sia guadagnato la dannazione. Ma che si offenda sul piano personale è enorme: manco Dio fosse un parente stretto. E comunque se lo è, lo è di tutti.
Cavoli miei se voglio inimicarmi mio padre.
No, quando qualcuno sacramenta lo fa per colpire, in modo sano, vitale, con una carica eversiva in grado di sconvolgere il pensiero comune, la massima espressione dell’abuso, quello ecclesiastico.
Quindi la bestemmia è un mezzo, non un fine.
Come nella tecnica del subvertising che gli attacchini di blasfemie stradali hanno adottato: richiamo la tua attenzione con la bestemmia ma sto colpendo i loghi di multinazionali. Quelle che ci colorano la vita di favolette, di famiglie felici e simpatici roditori antropomorfi mentre stanno devastando il pianeta. E non solo il suo ambiente, ma la sua cultura, la sua intelligenza, la capacità di elaborare libere interpretazioni dell’esistenza.
Un tramite e non uno scopo, ripeto.
Il criterio su cui si basa la categoria comica del black humour, molto apprezzata dai giovani, che infatti (stando alle visite che il festival ha avuto: molte, oltre le mille in quindici giorni, a dispetto dei tempi di contingentamento e a dimostrazione del suo livello, e soprattutto di under 25) sono stati i primi a ridere, ad analizzare con interesse le opere e a meravigliarsi del coraggio mostrato da chi se la prende con tutto ciò, capendo perfettamente il senso dell’operazione.
Mentre nessuno, tra i cosiddetti liberi pensatori, specie a sinistra, nonostante il clamore che la storia ha sollevato, ha alzato una mano per ricordare che il nostro Stato è definito dalla sua Costituzione laico e chiunque ha il diritto di utilizzare immagini e parole, che per loro natura sono libere ma che noi contaminiamo di concetti arbitrari, per portare avanti le proprie iniziative.
Qualcuno ha pensato che fosse roba superata. Che simili campagne potevano essere condotte negli anni ’70, ora non più.
Come se la propaganda ecclesiastica sia cessata e la Chiesa non sia ancora un pesante problema per l’Italia. Come se la laicità dello Stato fosse davvero ottenuta e non solo dichiarata nella Carta Costituzionale.
Daniele Caluri, che esponeva in mostra (l’ho conosciuto al Vernacoliere: oltre il suo mitico Don Zauker chi dimentica la favolosa tata Luana?), per solidarietà ha inviato agli organizzatori immagini di grandi artisti che in operazioni anche recenti avevano fatto fare al Cristo in croce le fini più blasfeme: capovolto, denudato, sommerso, coperto di rifiuti e via così. 
Anche in quei casi si era levato lo scandalo. Ma la sensazione che fosse una reazione a comando − magari a fini pubblicitari − è confermata dalla copertura che il mercato dell’arte, con i suoi intellettuali da guardia, aveva immediatamente offerto agli artistoni, mentre nel caso di questo festival nisba. Non ci sono achillibonitioliva a fare da curatori? Che crepino con le loro cretinate anacronistiche.
Invece è grave. Grave che oggi non ci sia alcuna figura in grado, non dico di difendere, ma di ragionare sui temi che il festival analizza. “Roba passata”, dicono. Vero, roba da anno 33 d.C.
Quando proprio quel signore di cui sopra è finito dove sappiamo. Con l’accusa di blasfemia.

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