“Sai che significa esser bruciati / e senza un filo, un'ombra di sorriso? / Sai che significa implorare la gioia, / perché ritorni come un tempo sul tuo viso? / Un mare di fiori gettato su un guitto / non può colmare il suo vuoto orrendo. / Un attore senza voce è un lazzaro / e rotea come una girella nel vento. / Ma egli si ostina a non voler morire / e con desiderio aspetta l'alba / sterminata, gelida, ventosa, / perché è bella la vita, e misteriosa, / e così labile”

Angelo Maria Ripellino

Lunedì, 01 Febbraio 2021 00:00

Per Domenico

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Ho notato che la vecchiaia ha inondato il tuo ricordo, così hanno fatto la saggezza e la santità. Sei venuto presso ognuno di noi, modesto ed eremitico, eppure segretamente interconnesso, inventivo, sapiente. Ci hai raccolto e interrogato. Adesso, mi sembra tu abbia tutelato i nostri percorsi, che noi fossimo educati da te più di quanto tu non lo fossi da noi, che noi abbiamo preso più che dato e che questa tua segreta elargizione, questo gettito incondizionato, sia l’essenza del tuo controcanto per noi; quello che, a partire dalla memoria, proveremo a rianimare, domandandoci che cosa faresti tu, che cosa penseresti tu, come ci calmeresti tu, come dissentiresti tu da noi, come saremmo diversi.

Ho pensato per un momento che la morte ci avrebbe definitivamente consegnato il tuo ammontare, la quantità della tua vita e che, per questo, ci sarebbe sembrato tutto più pesante. Voglio dire, che non saremmo stati in attesa di un altro granello, come un’avida bilancia, ma ci saremmo rassegnati all’esaurimento delle scorte nel granaio e forse questo ci avrebbe permesso di apprezzare oltremisura il poco che tu ci avresti lasciato sul piatto. Ma il punto è un altro, che la quantità è infinita. Noi non possiamo contare il lascito di una vita. Semplicemente perché tu non hai vissuto che in noi, per quanto ne sappiamo. Noi non ti abbiamo saputo che per noi e noi evolviamo. Non puoi cambiare neanche un solo elemento del quadro, senza che l’intera disposizione ne risulti mutata. Vivremo ancora i tuoi cambiamenti. In più, se questa fosse solo una magra consolazione cui si ribellano l’istinto e il sentimento, ci resta comunque il tuo forziere più ricco e invitante, ci restano i tuoi versi e il culto non sconfessabile per la poesia, che accumunava me, te e tanti altri, quel culto che nessuno di noi cesserà di testimoniare, pur contro ogni retorica, diventandone apostoli e a volte delatori, come tu lo sei stato.
Teoria e prassi in te si accordavano in una silenziosa e quotidiana battaglia contro le forze inerti dell'indifferenza, della noia, dell’ottundimento del cuore e del pensiero. Finché ti identificheremo con l’azione che eserciti, tu esisterai e potrai esercitare il tuo influsso sull’ingenuo e triste pubblico che siamo.

(Per Domenico Carrara)

Lorenzo Basile Baldassarre





A me sembra
che hai navigato su fragili colline
per affrontare nel mondo le burrasche
e il tono imbarazzato di un saluto
e dove mettere le mani per non salutarci più
anche questa volta ci ha fottuto una distanza
sui quei passi che diventano un invito ad amare
tu semmai sorridevi con la testa in giù
per sussurrarci tutta la storia
ricordando come si vola
in una provincia che ci ha strozzato
dalla nascita
ma hai provato ad armarci
davanti all’indifferenza
che si sente sotto pelle
soprattutto per chi come te
è un pettirosso indifeso che si misura nel tempo
ma
questo
l’hai sempre saputo,
che belli questi cieli
che strane compagnie
quando ci siamo detti
di restare insieme in un Sud sacro
e sprofondato
di ribaltare un’onda
che sta affogando
chi
sentivi ai margini,
e quella pioggia che bussa ogni notte
e tu mi hai detto che questa volta
ce l’avremmo fatta a sfondare quei muri
sì, quei muri ipocriti
che hanno accoltellato una generazione
ho visto la voglia pazza
di osservare ogni formica che ballava
negli angoli
i movimenti degli alberi
e dei cuori sconosciuti
persino quelle vene imbarazzate
che precipitano
e raccolgono fiori
che tu hai sempre saputo cucire,
tu
che hai provato a sussurrarci piccoli silenzi
davanti
alle fragilità
a non sapere cos’è una vita
tu
che hai provato ad ascoltare
ogni distanza
nei giorni andati
tu
che ci hai insegnato
a
lasciarsi andare
a
tenere  un’altra terra
che sappia inginocchiarsi
un altro vento
che ci porta
un amore incondizionato
se soltanto chiudessimo gli occhi,
ma
tu rimani.

A D.C.

Luca Vernacchio





Che gioia e che strazio
aver conosciuto un poeta vero,
fatto di ossa e carne,
di capelli e occhi,
di parole scambiate,
di versi lanciati come dardo e come ecatombe,
come petali e come bombe,
come coriandoli e come missive,
come scelte e come alternative.
Che gioia e che strazio
aver conosciuto un poeta vero,
uno di quelli che arrossisce
quando parla di poesia,
uno che alla fine di una strofa,
di un silenzio o di una melodia,
non sta lì a precisare
“questa, sai, è roba mia”.
Che gioia e che strazio
dovergli dire addio
quando abbiamo ancora un disperato bisogno
di chi, su questa terra,
sappia dire e sottintendere, in un solo verso, simultaneamente,
“il mondo, io,
o un qualche dio”.

Letizia De Luca





N.B.: l’immagine di copertina è di Alessandro Carrara

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