“Perché tu mi dici: poeta? Io non sono un poeta. Io non sono che un piccolo fanciullo che piange”

Sergio Corazzini

Mercoledì, 23 Dicembre 2020 00:00

Irpinia, tra desiderio di partire e voglia di restare

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“Cara Terra,
mi trovo nella stanza dove sono cresciuto. Riallaccio i fili di anni di partenze e arrivi. Rifugio contro il gelo: sembrano di latta, ovatta e lana, queste quattro mura, queste pareti di ovile. Al solito non faccio nulla di importante. Infilo un quaderno di recriminazioni e pagine sbiadite di parole. Lo faccio per colmare la distanza. Intarsio una cornice fredda di chilometri. Metro dopo metro le parole traghettano ogni singola giornata.

L’orologio della camera, in alto, sopra la porta, scandisce i minuti con le sue lancette. In fondo a uno specchio osservo i miei occhiali, la barba rossa, pochi capelli bianchi all'altezza delle tempie, il resto ancora neri e ricci. Lo spazio aumenta, il tempo non ritorna, questo ho inteso. Così immobile, ti allontani, mentre né io né tu ci muoviamo. Ho un piede fermo e l’altro gira su se stesso, tu sei un’isola abbandonata, circondata da una profonda fossa. Io profugo o superstite, a piccoli passi, con la penna finisco col disegnare un cerchio attorno al baricentro: è il compasso della mia esistenza”.
Così inizia Mezzogiorno padano di Sandro Abruzzese, un libro uscito cinque anni fa per Manifesto libri ancora molto attuale, una raccolta di storie di migrazioni interne alla nostra nazione, di donne e uomini che dal sud si trasferiscono a nord per diverse motivazioni; a unirle è l’esperienza in prima persona dell’autore, il suo legame con la terra d’origine che non si è mai spezzato ma non cede a banalizzazioni, a nostalgie romantiche o all’orgoglio identitario, è sempre accompagnato da una passione civile che non scende a compromessi con determinate dinamiche da cui è ancora difficile emanciparsi del tutto. La stessa passione che ha portato Sandro a intervenire sulla questione del terremoto in Irpinia con un articolo che mette in luce aspetti e contraddizioni del discorso pubblico intorno all’anniversario del sisma (ecco il link per chi volesse approfondire). Questo è un tema che passa di generazione in generazione, va da chi lo ha vissuto in prima persona a chi ci è cresciuto dentro, fino a toccare i ragazzi che ancora ne sentono l’eco.
Certo non è stato semplice ricostruire, come testimonia Nicola Cataruozzolo, primo presidente dell’Anpas di Grottaminarda: “Il fiore del volontariato nato dalle macerie è l’unica cosa positiva di quella immane tragedia. Poi siamo entrati nell’inferno dell’omologazione di pasoliniana memoria che ha distrutto la convivenza civile. A parte le ruberie, gli arricchimenti e la distruzione di una civiltà”.
Quella che ereditiamo è infatti una terra da cui ancora si è costretti a partire in troppi: è triste negli anni vedere gli amici d’infanzia decidere di andar via uno per uno in cerca di qualcosa di più sicuro, e la situazione che stiamo attraversando non aiuterà a costruire una progettualità che manca da troppo, che non passa per un ragionamento come collettività ma delega ai singoli le decisioni. Le iniziative degne di nota ci sono ma solo in pochi casi, purtroppo, incontrano il riconoscimento che meriterebbero. Così, per quanto il tempo e la lontananza rinsaldino il legame con i luoghi da cui veniamo, non è sempre semplice immaginare un ritorno, contrapporre all’idea di andar via qualcosa di solido.
Tra coloro che non vogliono arrendersi allo stato attuale ci sono i giovani Luca Vernacchio ed Ettore Patrevita che hanno messo su una realtà, Fronteterra, e hanno dedicato un documentario al terremoto. Ho chiesto a Luca da dove sia nata questa esigenza: “Ci ha spinti la voglia di testimoniare, incontrare luoghi e persone che non abbiamo mai conosciuto nonostante viviamo nello stesso territorio. Volevamo ripensare al sisma pur non avendolo attraversato, potendo vedere soltanto delle macerie e dei residui che si trovano in tanti punti in Irpinia. Non ci interessava la questione della ricostruzione, la lasciamo a chi ha le competenze per parlarne. Come Fronteterra volevamo visitare alcune zone e sicuramente a Conza, Castelnuovo, Caposele, Sant’Angelo dei Lombardi si sentono ancora delle voci. Soprattutto a Conza e Castelnuovo si sente ancora lo scricchiolio. Questa è stata la percezione, sono delle voci che fanno paura. Sarà stata una mia suggestione però me le sono portate dentro anche i giorni successivi. La domanda è: cosa resterà fra quarant’anni di quello che stiamo vivendo ora?”.
E infine c’è chi con i nostri paesi ha avuto un rapporto non lineare, sospeso tra la voglia di andare e quella di rimanere, come Mariagrazia Passamano, autrice del progetto fotografico La restanza: “Da anni sono in fuga dall’Italia, da anni lo sono anche dall’Irpinia. Da sempre ho amato sia l’una sia l’altra. Nel primo caso però ho conosciuto la delusione di un amore non corrisposto, nel secondo, invece, ho sperimentato una sorta di amore incondizionato. L’Irpinia non mi ha mai tradito, ha atteso fermamente che io ritornassi al suo tetto, non temendo i miei costanti abbandoni, i miei capricciosi distacchi. Sento di aver ricevuto molto di più di quanto sia stata in grado di dare, di darle. Io che non so tornare, se non per pochi momenti, ma che non riesco neanche ad andare via definitivamente, e a dimenticarla. Ho bisogno del sapore amaro del suo ricordo per sentirmi a casa, per contenere il mio nomadismo maniacale, per provare ad essere completamente. È nutrice dai seni ricchi e generosi, gestante di ogni mia verità, ha il volto fiero di mia nonna, l’odore dei panni appesi nell’aia al mattino presto sul punto più alto del Formicoso, ha gli occhi malinconici di mio nonno; è la strada di San Giovanni e Paolo nella Nusco post-terremoto degli anni ‘80, dove mi aggiravo con la mia bicicletta color verde acqua in mezzo ai tanti prefabbicati tra una caduta ed una risalita. Nell’inverno del 2019-2020, dal mese di novembre fino a poco prima dell’inizio della pandemia, ho realizzato con la mia macchina fotografica un vero e proprio viaggio in Irpinia. Ho scoperto paesi bellissimi, arroccati e fragili che non aspettano altro che essere visti, di essere ascoltati, così come chi li abita. Il mio arrivo in ogni piccolo borgo è stato accolto sempre da una mano calda, e accompagnato da volti scavati da anni di silenzio e di dimenticanza, ma capaci ancora di abbondonarsi, confidenti, al mio occhio da viandante. Ho voluto “incontrarla” nel periodo più difficile dell’anno, quello invernale appunto, con i suoi anziani che seguono tutti insieme il sole muovendosi da una panchina all’altra e dove ogni cosa sembra sospesa, rinviata nel ticchettìo lento degli orologi antichi in quei bar impermeabili alla modernità, dove i pochi rimasti si fanno compagnia come componenti di una grande famiglia, con i suoi biliardini coperti dal cellofan in attesa dell’arrivo della Stagione. Ho provato a imprigionare il senso dell’attesa, e a mostrare gli effetti dello spopolamento e della condizione di quasi-abbandono delle aree interne. Una denuncia, la mia, legata inscindibilmente al racconto della poetica bellezza di una terra divenuta per me nel tempo un non-luogo, un fascio di luce interno all’anima mia”.
Sono quindi tante le persone, le idee, che cercano di testimoniare e proporre. In questo articolo ne ho riportato qualche esempio, ma ne conosco molti altri. Non possiamo soltanto delegare a dei portavoce, lasciare che la narrazione sia quella di un auspicato ritorno che spesso non ha alcuna garanzia concreta; possiamo però ascoltarci, provare a trovare dei temi in comune perché ci sono, dialogare per capire che non siamo soli.

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