“A questo mondo, compagni, il peccato in grado di coprire la spese viaggia liberamente e senza passaporto; la Virtù, qualora squattrinata, la fermano a tutte le frontiere”

Herman Melville

Venerdì, 14 Ottobre 2016 00:00

La Biennale muta, la critica deceduta

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Pensiero critico. Il mio professore di storia dell'arte del liceo pretendeva che, durante l'interrogazione, corredassimo di pensieri critici un'opera. Di Brunelleschi o di Füssli dovevamo saperne parlare per un'ora intera. Cosa dire in un'ora, per noi, era un mistero. Divagavamo inserendo argomenti tra i più disparati: dalla geopolitica all'antroposofia. Guadagnando, quando andava bene, un bel cinque; quando andava male, uno striminzito due; quando andava tragicamente, una passeggiata in corridoio. Più avanti negli anni capimmo che egli desiderava addestrarci al cosiddetto "pensiero critico". E invece, per cinque anni, pensammo criticamente che fosse folle. Gliene dicemmo...


Il dubbio. Una sera, durante una conferenza, mi trovai ad ascoltare un pittore, che raccontava della sua ricerca artistica, moderato da un curatore. Una cosa ben fatta: i suoi dipinti proiettati, le domande ragionate, le spiegazioni didattiche. Egli, giunto quasi al termine dell'intervento, che non fu affatto noioso, chiese se c'erano domande. Alzai la mano e gli esposi un dubbio: ma se riempiamo l'arte di parole, all'arte cosa rimane? Non l'avessi mai fatto: alcuni attimi di gelo precedettero la risposta del pittore, il quale affermò che si trattava di una critica intelligente (quando le risposte hanno questo tono è bene saper interpretare); il suo gallerista intervenne, e quasi non mi uccise (ancora oggi, quando ci incontriamo, mi rinfaccia ciò di cui osai dubitare); la sala si trasformò in un girone infernale. Di fronte al tavolo del rinfresco, con atmosfera da rissa, tutti sospettarono della mia poca stima nei confronti del pittore; e mi sentii in imbarazzo. Nessuno capì che il dubbio era contro me stesso.


La moneta invisibile. Scrivere per un artista è meraviglioso. Mi capita di farlo. Quasi sempre non pagato. Oppure, coloro che promettono di pagare, o pagano con la moneta invisibile (che è così inesistente da risultare impalpabile), o fingono di dimenticarlo. Se funzionasse così anche al supermercato, e cioè se ci fosse la possibilità di riempire il carrello passando dalla cassa pagando con la moneta invisibile, o dimenticando di farlo, sarebbe un mondo equo. Malgrado ciò, scrivere per un artista è meraviglioso. (Una volta feci presente che il mio testo in catalogo riportava un errore; mi consolarono dicendo: "Pazienza. Tanto, si sa... non lo legge nessuno"). Meraviglioso. Meravigliosa la critica. Permette di mettere in pratica quanto sostenuto da Wilde ne Il critico come artista, e di emulare il Baudelaire dei Salon. Ovvero di sognare, di scrivere frasi di simile portata poetica: "La critica è un'arte", Oscar; "Il bello è duplice", Charles. Infine, questa è la soddisfazione maggiore: leggere su carta i propri pensieri interamente, non tagliati dall'isteria dell'editor o respinti dalla casa editrice per paura di non guadagnarci nulla. Ma questi sono alcuni dei piaceri che la critica fornisce a chi ne scrive. Perché c'è anche quello, molto intimo, di sondare il proprio sentimento e il proprio gusto.


Fuori schema. Era qui che si voleva arrivare. Per la 57esima edizione della Biennale di Venezia, quanto detto sopra non sarà un problema. La Macel, curatrice, ha deciso di non inserire testi critici nel catalogo. Perfetto (boh, mi dispiace un po'). Direi che non ne vale la pena nemmeno recensire, ma lasciarsi ad aneddoti personali, cioè sconvolgere la deontologia professionale. Che è sempre meglio di far parlare un pupazzetto con la trombetta. Protesta? Ma no! Forse è una testimonianza. Per chi ama il pensiero critico. E i dubbi. E le monete invisibili. E i fuori schema. Come questi.

 

 

N.B.: Le foto a corredo dell'articolo sono di Andrea Avezzù.

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