“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Venerdì, 07 Ottobre 2016 00:00

Appunti per una scuola a venire

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1. Perché dare tanta importanza alla comunicazione dell’esperienza?
Oggi, attraverso i social network (fb, wap, twitter, ecc...) non si fa altro che comunicare esperienze acerbe e stati d’animo vacui. Vittime del vortice mediatico, anneghiamo senza possibilità di riconoscimento in un prima e in un dopo.
Nella fretta di comunicare non si vive.
La parola leggera va più veloce. Un soffio di vento se la porta via, perché non ha densità che la trattenga e la faccia germogliare.
Sembra sia passata un’eternità da McLuhan, Warhol, Pasolini e Debord. La frattura insanabile che da veggenti questi avevano intravisto, noi non la vediamo più, perché l’abbiamo completamente interiorizzata, rendendo totali la schizofrenia e l’alienazione.
Non sarebbe forse più utile insegnare a far sedimentare l’esperienza prima di comunicarla? Insegnare l’inutilità dell’attualità e la potenza imperitura dei classici?

Perché non insegniamo il silenzio e l’ascolto invece di nutrire il chiacchiericcio querulo e indistinto, che ha reso illeggibili giornali, riviste e molta della letteratura contemporanea, inguardabile qualsiasi programma televisivo e insostenibile il volto e la parola di ogni politico?

2. Va bene far leva sui punti forza, che si rinsaldano fuori dalle mura scolastiche. Ma non sarebbe un errore lasciare troppo spazio ai nuovi media? Cosa ci succede quando indugiamo per troppo tempo davanti allo schermo di uno “smart” phone o di un pc? Cosa ne è della nostra attenzione? A chi giova?
I supporti che proliferano ogni minuto sono stampelle per corpo e mente. Catene che spingono all’atrofia.
Non sarebbe meglio salvare il nostro cuore agonizzante dalle macerie di questa tecnologica età di mezzo? Non sarebbe meglio ridare voce e spazio a un corpo adolescente, costretto sei ore in un banco? Non sarebbe meglio evitare che già così giovani, gli studenti, siano costretti a sublimare i loro bisogni naturali?
Mai come ora c’è bisogno di una ferrea autodisciplina per tenere in vita la nostra sensibilità e le nostre percezioni. Proteggersi per coltivarsi.
Forse si dovrebbe insegnare a scoprire l’incomunicabile, semmai fosse possibile.

3. “Compito di realtà”
Così come già nelle università, ora pure nelle scuole di grado inferiore, vogliamo che il sapere sia pratico, immediatamente spendibile nella realtà circostante. L’astrazione non serve più a niente.
Bene!
Quale utilità immediatamente pratica avevano la teoria della relatività o la fissione dell’atomo?
Con la pretesa di formare cittadini attivi, capaci di “muoversi nel mondo”, con la conoscenza delle leggi, delle lingue, di strumenti e supporti finiremo per avere degli operai del sapere senza la minima curiosità per l’astrazione tesa verso l’ignoto, unico generatore di ogni scoperta e invenzione.

4. La didattica trasversale necessita di un ingente dispendio di energia per creare percorsi che riuscirebbero a mala pena a mettere insieme le diverse personalità dei docenti e i loro diversi approcci. Potrebbe però essere utile come spazio di incontro, scontro e ascolto tra colleghi. Ma perché non creare altri spazi di confronto personale e didattico, così che ogni docente sia semplicemente aperto alle altre discipline e soprattutto agli altri colleghi, lasciando così che insorga naturalmente la visione trasversale nella mente degli alunni?
Ogni docente dovrebbe rendere accessibile agli alunni la propria esperienza di Vita, coltivandola quotidianamente con più consapevolezza possibile. Egli è l’esempio vivente di come la Vita ha cambiato il proprio cuore e la propria mente. E questo arriva immediatamente agli alunni, senza che si dia aria alla bocca.
Tutto il resto sono nozioni, che vengono veicolate con diverse connotazioni, a seconda del caso.
Ecco perché a scuola non si potrà che insegnare la storia della letteratura e non ad essere scrittori, la storia della musica e della pittura, le tecniche e non ad essere artisti.
Questo perché c’è di mezzo la Vita e la Vita non si insegna.
La pretesa del compito di realtà è assurda.

5. “Compito di realtà 2”
Non esiste struttura preordinata che ci dica come affrontare la Vita. Solo conoscendo le nostre dinamiche interiori, potremo conoscere meglio gli altri e il mondo, creando una sintonia e non un contrasto.
Da milioni di anni esiste la terra. Il seme sprofonda. Acqua, sole e vento lo nutrono, e il fiore come per magia germoglia, cresce, frutta! Ogni frutto sarà diverso. Alcuni molto saporiti, altri meno. Non dipende solo dal terreno o dall’aria, ma anche da fattori incalcolabili e imprevedibili.
Da alcuni decenni, si ricerca la perfezione e si perde la natura.

6. La scuola non può sostituirsi alla famiglia, né allo Stato, né alla comunità. Anche se a volte dalle macerie riesce a cavarne fuori qualcosa di buono.

7. La scuola non deve rincorrere né la famiglia, né lo Stato, né la comunità. Potrebbe addestrare al vuoto, far riscoprire la noia, lì dove la tendenza a riempire ha reso impossibile la Visione.

8. La scuola dovrebbe e potrebbe essere un’ondata vitale, che si erge contro una società completamente alienata che trasuda morte, anche se la morte non sa nemmeno più come affrontarla ed onorarla.

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