"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Giovedì, 07 Maggio 2015 00:00

Il Verde

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"Potranno tagliare tutti i fiori, ma non fermeranno mai la primavera".
        (Pablo Neruda)

 

Credo che a nessuno di voi sia mai venuto in mente che questo nostro tempo tecnologico esprima alcuni concetti del Buddhismo meglio di qualsiasi insegnamento mistico, e che noi Occidentali, pur senza averne la minima consapevolezza, stiamo evolvendo così rapidamente che fra non molto ci ritroveremo a essere tutti dei perfetti yogi. Come loro, dormiremo beati su morbidi letti di ferro e cemento dopo una ricca cena a base di radici di faggio succulente e biologiche e, come loro, saremo dimentichi della disoccupazione, dell’inquinamento e di quella un tempo epica, sempre retorica e ormai praticamente giornalistica faccenda umana che proprio non vuole sradicarsi dal corpo livido e cicatrizzato dell’umanità: la guerra.

La Prima delle Quattro Nobili Verità del Buddhismo suggerisce che tutto quanto ci circonda non è altro che un’illusione – una māyā – e che perciò il dannarsi l’anima o lo spendere l’intera vita per cose, eventi, persone e idee che non sono nulla e che tanto sono destinate a passare, è semplicemente da pazzi. Noi Occidentali l’abbiamo capito. Tardi, ma l’abbiamo capito. E ora, per mezzo dell’inestinguibile fluidità del mondo virtuale che abbiamo creato, siamo perfettamente in grado di addentrarci ad ogni istante nel Tutto dell’Informazione senza lasciarci in alcun modo catturare, distrarre o addirittura scalfire da qualsiasi immagine, discorso o notizia pescata dalla Rete. Né ci viene in mente di dubitarne.
Nell’incessante mondo di internet, la nostra coscienza viaggia alla velocità della luce; anzi, diviene essa stessa luce! Si muove da un angolo all’altro del mondo con un semplice tocco e può compiere un’azione in Belgio proprio mentre osserva la situazione in Messico, e se è richiesta la sua presenza in Cina, può sempre passare prima per l’Australia o per il Madagascar! Che si rotolino pure nelle loro tombe, i filosofi del tempo e dello spazio! Grazie alla tecnologia abbiamo annullato le distanze fisiche e metafisiche e abbiamo anche dimostrato che una cosa, un evento, una persona o un’idea non valgono che un briciolo di considerazione, perché già sono passate mentre cominciamo ad osservarle.
Ma quello di Internet è un mondo selvaggio: ci sono i complottisti, i nazisti e gli economisti, ci sono pubblicità e pornografia ovunque; trovi Sasha Grey e subito dopo il Dalai Lama e poi cose che sembrano vere e invece non lo sono, come un torero penitente ai ginocchi di un toro; segui un link ed ecco Osho e il McDonald, e dietro di loro gente disposta a credere a tutto e gente disposta a tutto pur di farsi credere; clicchi sull’icona di Gesù e compaiono gli alieni, digiti “vegani” e spuntano vagine. Insomma, Internet ha un andamento generale tanto casuale e incasinato che ipotizzare ci sia qualcuno dietro è una pura assurdità. Pensate a tutte quelle povere immagini che cercano di catturare anche un solo istante dell’attenzione di una mente virtuale: quanta fatica devono fare per superare la concorrenza di un capo di governo al tavolo dei banchieri o di un agnellino sgozzato come se si stesse aprendo una busta difettosa in tetrapak? Prendiamo ad esempio la piccola Hudea, la bimbetta della foto: come potrà mai riuscire il suo dolcissimo faccino a eludere quel perfetto connubio di Buddhismo e di Tecnologia che trasforma ogni immagine in un fossile del Paleozoico dopo appena una settimana? E come potrà mai insinuarsi in una coscienza che viaggia alla velocità della luce? E soprattutto, perché mai dovrebbe farlo visto che per le nostre coscienze buddhiste e digitalizzate un’immagine reale vale quanto una artificiale?
Forse avrete notato che le immagini della Rete, per sopravvivere, cercano di saturare lo spazio informatico nel più breve tempo possibile allo scopo di magnetizzare, anche solo per un istante, lo scorrere frenetico e rarefatto delle nostre vite virtuali. Riproducendosi in modo esponenziale, hanno più possibilità di essere notate mentre controlliamo i risultati della Serie A o mentre scorriamo le nuove offerte su Zalando, e magari di essere cliccate fra una notifica di Facebook e un aggiornamento meteo. Immagini come quelle della piccola Hudea hanno una vita breve e intensissima: una volta condivise possono ritrovarsi in un attimo al primo posto fra le opzioni di ricerca su Google eppure, già dopo qualche giorno, saranno soppiantate dall’ennesimo poliziotto bianco che uccide un afroamericano disarmato. Per fecondare una coscienza che viaggia come un fascio di luce, la piccola Hudea deve sperare che qualcuno sia così ribelle da soffermarsi su un dettaglio del suo essere bambina e magari azzardare una similitudine con il mondo circostante.
Ora, se c’è una cosa che nello spazio-tempo virtuale viaggia alla stessa velocità delle nostre coscienze luminose, questa cosa è il denaro. Nel nostro mondo buddhista e tecnologico abbiamo capito che il denaro, essendo transeunte come il matrimonio, Cristiano Ronaldo, il nichilismo e la cotoletta di pollo in offerta al Burger King, è qualcosa alla quale non conviene legarsi più di tanto, e quindi è preferibile renderlo nient’altro che un fascio di fotoni in viaggio lungo un’autostrada sotterranea di cavi in fibra ottica. Ah, quale somma saggezza nella constatazione che in questo nostro pazzo mondo esiste molto più denaro digitale che reale! Quale vetta dello spirito abbiamo raggiunto destinando le esistenze di miliardi di uomini e di donne a nient’altro che fasci di luce! Forse che a quel bonzo panzone del Buddha sia mai venuta in mente una cosa tanto sopraffina?
E fu così che le nostre coscienze luminose e illuminate dall’esempio del denaro digitale fecero propria, quasi senza rendersene conto, l’idea che la vita umana dovesse trascorrere così, come un fotone sparato a 300.000 km al secondo nel campo elettromagnetico del mondo. Ma poiché noi fotoni non siamo, ecco che forse abbiamo smarrito qualcosa strada facendo. I biologi dicono che respiriamo aria e beviamo acqua, che camminiamo sulla terra e cuciniamo i cibi con il fuoco. Nessuno parla mai di questa “luce” alla quale ci siamo convertiti. Di che natura è? Da dove proviene? E chi la controlla? E poi... cos’abbiamo smarrito oltre a una risposta a siffatte domande e soprattutto alla capacità di porcele? Ebbene, è la coscienza di noi stessi che si è persa lungo le autostrade in fibra ottica. La capacità di osservare il mondo e di connetterlo alla nostra esistenza in quanto specie.
Piero Angela dice che gli antichi Romani sono stati molto abili nella costruzione delle strade e che su di esse viaggiavano principalmente merci e legionari, sesterzi e gladi. Ogni volta ama ripetere che alcune di quelle strade sono state asfaltate per diventare delle autostrade sulle quali viaggiamo noi e le merci, visto che i soldati, oggi, preferiscono muoversi in treno durante le licenze. I telegiornali, da parte loro, amano ripetere che durante i periodi di ferie le autostrade sono dei luoghi malvagi dai quali sarebbe meglio tenersi alla larga, e poi amano ripetere che c’è una guerra qui e una guerra lì. Invece Jean-François Brient, che non è certo Piero Angela, afferma la necessità che il mondo in cui viviamo diventi "un’immensa autostrada", perché le merci possano viaggiarvi veloci come il denaro e le nostre coscienze digitali, aggiungendo: "Ogni ostacolo, naturale o umano, deve essere rimosso". Ma i telegiornali non parlano mai di Jean-François Brient.
E poi c’è lei, l’immagine della piccola Hudea, che rimbalza da una parte all’altra dei social network arrivando a milioni di visualizzazioni nel giro di poche ore. Aggiorni la pagina ed eccola con i suoi occhioni scuri e la frangetta ordinatissima, segui un link ed eccola con la sua maglietta pupazzosa e il buchetto ben in vista sotto il braccio a manca. Poi passa un giorno, accendi il computer ed ecco nuovamente Hudea. Vai al bar e di cosa parlano? Di Hudea. Esci con gli amici e cosa ti mostrano? Hudea. Chiudi gli occhi e a cosa pensi? A Hudea. Poi li riapri, clicchi, e cosa leggi? Che la guerra è orrore e ammazza i bambini. Che ci sono migliaia di profughi e che l’orrore non si ferma. Leggi che la Siria quasi non esiste più e che i ribelli ancora combattono contro il tiranno Assad. Leggi che l’immagine di Hudea dovrebbe rappresentare la guerra nella sua inattingibile interezza e poi ancora bla, bla, bla, patapim-patapum-patapà! Ma la tua coscienza viaggia alla velocità della luce e perciò non puoi fare alcuna connessione. Trovi l’immagine di Hudea praticamente ovunque ma non la vedi praticamente mai e perciò, senza un dettaglio che ti inchiodi, la guerra in Siria ti sembra solo un’altra guerra e proprio non ti salta in mente di connetterla alla costruzione di una lunghissima autostrada.
Ma il dettaglio è la speranza. E la speranza è prenderne coscienza.
Eh sì, nonostante la mia coscienza intuisca che chi finanzia le autostrade spesso non differisce più di tanto da chi ne incipria l’asfalto con delle graziose linee colorate, l’immagine di Hudea mi colma di speranza. Quei suoi polsini verdi sporchi di terra, di erba, di muco e di chissà cos’altro ancora una bambina può inventarsi alla sua età, mi colmano di speranza. Due polsini verdi laddove tutto il resto è grigio. La guerra è grigia, e poi è rossa. Il petrolio è nero, e poi è rosso. E il denaro... di che colore è il denaro? Di nessun colore, perché è solo un fascio di luce, non è reale. Il denaro finge di essere i colori sgargianti delle banconote: mente nel rosso delle auto di lusso e nel blu dell’alta moda, inganna nel verde della benzina e nel nero dell’inchiostro a presa rapida. Il denaro risponde a un principio che vede nella Siria un ostacolo alla realizzazione di una lunghissima autostrada sotterranea che porti il petrolio del Qatar e dei sauditi dritto dritto nel Mediterraneo, mentre i polsini sporchi di Hudea esprimono qualcosa di più sottile e potente, che resisterà a qualsiasi autostrada e a chiunque vi si adagi sopra per lasciarsi trasportare dritto dritto in banca. I polsini di Hudea sono verdi come la primavera.
Ora, se la primavera piaccia di più a noi buddhisti occidentali o a quelli classici che si rasano la testa a zero, è una questione che possiamo rimandare alla lettura de Il Tao della fisica di Fritjof Capra, dove, fra l’altro, si dice come la coscienza dell’osservatore umano assuma un ruolo fondamentale nell’interpretazione dei movimenti e delle connessioni esistenti tra i fotoni esaminati da un fisico. In un certo senso, nella meccanica quantistica, la coscienza umana è il principio. E allora, se noi ci fermiamo un attimo e beviamo un sorso d’acqua, se usciamo fuori a prendere una boccata d’aria, se ci riscaldiamo un po’ al sole di metà aprile, se annusiamo l’odore della terra che si risveglia, ecco che la luce che ci appare è quella reale della primavera e non quella elettrica dei codici alfanumerici di un conto bancario presso la San Paolo. Adesso non la sentite anche voi, la luce? Questa è la luce che inverdisce i polsini dei bambini come Hudea e che ha reso verdi i nostri alla sua età. Questa luce è la vita.
Prendere coscienza della verità di questo principio significa smascherare la falsità del principio che si manifesta attraverso il denaro digitale, perché la vita non ha bisogno né di autostrade sotterranee né di autostrade incipriate: essa si accontenta solo di un paio di polsini sporchi e in cambio elargisce la speranza, una forza infinitamente più potente e sottile del potere che deriva dal denaro e dalla perpetuazione della guerra. Ecco perché l’immagine di Hudea è così bella nonostante tutto. Ciò che esprime Hudea sopravvivrà a qualsiasi guerra dell’uomo e alla sua interpretazione. È questa la speranza.
La speranza palpita nei polsini sporchi di verde di una meravigliosa bimba di quattro anni, giammai nell’annuncio che la benzina verde è scesa miracolosamente a 1 euro e 50 al litro.

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