“Tanto per incominciare, i fratelli De Rege erano napoletani di Caserta...”.

Nicola Fano

Sabato, 08 Giugno 2013 02:00

Fantasmi a Roma

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Geppino (detto Jep) Gambardella è un giornalista napoletano che conduce a Roma un’esistenza agiata circondato da borghesi altolocati. Il film inizia con la scena della festa per i suoi sessantacinque anni tenuta nella terrazza di casa sua, tra tecno commerciale, cocktail, trenini, abiti eleganti, tutti elementi che definiscono il milieu naturale del Nostro, che per sua stessa ammissione ha, tra le sue massime aspirazioni, quella di non limitarsi ad organizzare le feste migliori, ma a distruggere quelle degli altri, a farle insomma impallidire dinanzi alle proprie.

Questione di priorità. Jep ha esordito nel bel mondo romano – appena giunto da Napoli – con un primo romanzo, L’apparato umano, dal discreto successo, rimasto un unicum poiché la bella vita di Roma lo ha distolto dai suoi propositi letterari, assuefacendolo ad un vivere gaudente e rilassato. Tra i suoi amici e conoscenti tutto il campionario di esponenti dell’antica nobiltà, degli industriali arricchiti, degli aspiranti drammaturghi di provincia e degli aspiranti attori senza arte né parte, degli ex-sessantottini ormai ridefinitisi come esponenti, ricchi, della sinistra radical chic.
Jep ha incontri occasionali con belle signore alto borghesi cui non vuole concedere attenzione più del dovuto, smonta le certezze degli artisti concettuali dall’alto della sua autorità critica, rinfaccia all’amica di sinistra che il suo “impegno” le è permesso solo dal potersi permettere il lusso della servitù che le accudisce i figli, irride i tentativi dell’amico povero e idealista di prestar fede al sacro fuoco dell’arte. Tutto questo mentre si muove tra party in terrazza, case patrizie piene di opere d’arte, studi di chirurghi plastici che praticano refill botulinici, giardini e monumenti che erano un tempo privilegio dell’aristocrazia e della curia romana. A un certo punto irrompe nella sua vita una spogliarellista quarantenne e “popolana” – adeguatamente interpretata dalla Ferilli – figlia di un suo amico tossicomane proprietario di un night, che sembra riaccendere in lui la voglia di rimettersi a scrivere. Al contempo deve intervistare una vecchissima suora reputata unanimemente una santa.
Sorrentino e Contarello hanno partorito un film monstre che imprescindibilmente si richiama al capolavoro felliniano, pieno com’è di situazioni che ricordano i tanti capitoli che compongono La dolce vita, anche se il giovane Mastroianni non aveva perso la purezza e l’incanto dello sguardo di chi non è nato all’interno delle antiche mura. Servillo invece dà vita ad un giornalista affermato, disincantato, disilluso, dall’espressione cinica e sorniona che ricorda tanto nella mimica e nel modo di parlare il barone Ottone Degli Ulivi, detto Zazà, magistrale maschera di Totò in Signori si nasce (che Enrico Montesano omaggerà con Dudù il Gagà di televisiva memoria). Sarà il registro grottesco che legittima l’eccessiva caricatura di facce e corpi (perché Verdone è truccato in quel modo e si agita come il Gigi Bazzini di Ugo Tognazzi in Io la conoscevo bene, mentre altre comparse festaiole sembrano uscite dalle tele di Goya o di Grosz?), sarà il fascino magico e surreale della Roma barocca e clericale (con vaghe atmosfere alla Marco Ferreri) che fa del cardinale papabile di Herlitzka e della decrepita suora maschere della commedia dell’arte, sarà quell’ubriacatura di carrelli, vortici di macchina, eccessiva artificiosità delle riprese, ma traspare l’impressione che gli sceneggiatori abbiano voluto strafare con il risultato di rendere ridondante il tutto. Non ci si spiega altrimenti la ragione di alcune scene (cosa cerca Gambardella nel tempietto di San Pietro in Montorio, forse l’anima fanciullina che ha perso?) o l’alternanza di considerazioni “serie” che tanto hanno l’aria di belle frasi ad effetto e di affermazioni gettate lì, quasi a caso, che nulla dicono del personaggio di Servillo (dei suoi interlocutori). Anche la fotografia del sempre limpido Luca Bigazzi si carica di toni troppo accesi e la scelta di alcune inquadrature oscilla pericolosamente tra il taglio da spot pubblicitario di un profumo o di una classe A e quello di un video promozionale. Per non parlare poi di metafore animali tra giraffe e fenicotteri digitali che restano momenti di un esotismo fine a se stesso.
Ma perché Jep è diventato così? Forse perché la bellezza e la grazia, incarnate in un amore di gioventù, lo hanno abbandonato contro il suo volere. Come Marcello nell’alba del litorale romano trova una speranza, una possibilità di contemplare ancora lo stupore per la vita nello sguardo adolescente di Valeria Ciangottini, così Jep si convince che dopo quel primo amore la bellezza lo ha abbandonato per sempre, relegandolo a vagare tra i suoi simili in una ronda infinita tra eccitazione, soddisfazione e noia.
Se il regista ha voluto comunicare il senso del disfacimento contemporaneo della borghesia, di quella che regge le fila del potere e che da parassita ne sugge la linfa vitale, la sua può dirsi un’operazione riuscita. C’è il pericolo, però, che la metafora possa venire applicata anche alla parte più visibile del cinema italiano, consapevole che il tempo della sua grandezza, anche a livello internazionale, sia definitivamente trapassato. Amen.

 

 

La grande bellezza
regia Paolo Sorrentino
con Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Carlo Buccirosso, Iaia Forte, Pamela Villoresi, Galatea Ranzi, Giovanna Vignola, Roberto Herlitzka, Luciano Virgilio, Isabella Ferrari, Dario Cantarelli, Giorgio Pasotti, Serena Grandi
soggetto Paolo Sorrentino
sceneggiatura Paolo Sorrentino, Umberto Contarello
fotografia Luca Bigazzi
musiche originali Lele Marchitelli
paese Italia, Francia
distribuzione Medusa
lingua originale italiano
colore colore
anno 2013
durata 143 min.

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