“Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c'è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato”

Haruki Murakami

Lunedì, 16 Settembre 2019 00:00

Bud Spencer. Da leggenda napoletana a icona universale

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“Nel 1999, il Time conduce una ricerca su base mondo
per valutare chi fosse l’attore italiano più conosciuto:
il risultato è sorprendente, si trattava di Bud Spencer”.


“Io sono napoletano prima di essere italiano”.
Bud Spencer

 



Si è inaugurata in questi giorni la fiera multimediale dedicata a Bud Spencer (budspensér come l’ha pronunciato qualcuno, passando). Per accogliere col giusto spolvero questo figlio tanto devoto, Napoli gli ha riservato il suo salotto buono: il Palazzo Reale. Trattandosi di una mostra multimediale, le opere che accolgono il visitatore sono alcuni memorabilia, cimeli del set e della vita dell’artista partenopeo, la ricostruzione di alcuni ambienti tipici nei quali l’abbiamo visto sguazzare (alcuni letteralmente, come il fondo di una delle vasche in cui ha brillato la sua carriera da natante olimpionico) e vari omaggi, fra targhe e riconoscimenti, libri da tutto il mondo, i dischi che ha inciso, le lettere dei fan (che ancora gli scrivono benché ci abbia lasciati tre anni fa).

Palazzo Reale è la cornice ideale per una serie di motivi, non fosse che per la vicinanza con quel quartiere Chiaia dove il suo alias, Carlo Pedersoli, nacque una novantina e rotta di anni fa − in Via Generale Orsini 40 (nulla vi è a ricordarlo ma si spera che qualcuno provvederà a porvi rimedio, di qui a poco) − proprio dove nacque un altro suo amico, recentemente scomparso, che tanto lustro ha dato a Napoli e alla napoletanità: Luciano De Crescenzo. Questi era solito raccontarne, fra la pletora di glosse con cui infarciva i suoi dotti discettamenti, una che li vedeva entrambi protagonisti: passeggiando, di ritorno nella loro Napoli, gli capitò di assistere all’effetto della fama di Bud Spencer. Riconosciuto infatti da un manipolo di scugnizzi – all’epoca, probabilmente, non c’erano ancora le paranze e le baby gang – questi gli mendicarono qualche spicciolo fra parole mielate e adducendo lacrimevoli e pretestuose motivazioni. De Crescenzo raccontava che Piedone si fece commuovere e non gli negò quanto chiesto − con gli occhi velati dalle lacrime, dietro le sue fessure a gettoniera − e quando “l’Epicuro napoletano” gli fece notare che era probabilmente una birichinata, il suo concittadino si strinse in quelle spalle larghe che si trovava rispondendogli che lo sapeva bene anche lui ma che non gli importava (un po’ come quando Pino Daniele rispondeva, a coloro che gli chiedevano cosa pensasse del fatto che a Napoli si vendessero tanti suoi dischi falsi: “Tutt' quant' amma’ campa’”, con un esempio notevole di ragionevolezza versus la razionalità economica. Come a dire C.N.E.F. ovvero ccà nisciun’ è fess’, a parte me stesso quando scelgo di essere “fesso e contento”).
Ecco qui condensata la chiave per interpretare questo capitano di ventura napoletano e questa che ha finito per diventare una maschera involontaria, diventando un carattere internazionale (che, come la Settimana Enigmistica, ha vantato persino un tentativo di imitazione: Paul L. Smith, il sadico carceriere turco in Fuga di mezzanotte o il Bluto del Popeye altmaniano e la serie di Simone e Matteo) forse più sentito, ca va sans dire, fuori che in casa.
La mimesi fra Carlo Pedersoli e questa maschera che gli si è andata ricalcandosi in viso, Bud Spencer, ha finito per essere totalizzante, con una continuità probabilmente bidirezionale. La critica italiana non ha mai incensato i suoi eroi popolari (basti ricordarsi un autorevole predecessore, Totò, che ha esatto il giusto riconoscimento che gli spettava solo post mortem) ragion per cui recarsi a questa mostra è un atto di devozione, ad oggi ancora più necessario, come sberleffo a quell’approccio snob ed elitario che riconosce e sdogana la cultura sedicentemente bassa e pop, a patto non sia la propria, rivelando una sudditanza psicologica e un sentimento di inferiorità patrio e un’esterofilia che forse non ha pari e affonda nell’invidia. Finisce per non essere un caso, dunque, se gli allori che hanno incoronato Bud Spencer siano provenienti più oltre i confini nazionali (eccezion fatta per la cittadinanza onoraria che la sua Napoli gli ha tributato alcuni anni or sono e la statua che lo ritrae sul lungomare livornese nei panni di marinaio): basti pensare a quel parco naturale a Budapest che reca il suo nome, con annessa statua di due metri (perché negli anni della censura del regime i film di Bud Spencer e Terence Hill erano quelli che superavano la cortina e avranno tirato su, come ovunque, almeno un paio di generazioni di fedelissimi crociati del verbo spenceriano. Quindi altro che Chuck Norris, Bud Spencer strikes Communism). Persino il buon Tarantino (ritenuto a torto, dalla critica tutta, il Re Mida del cinema di serie Z, capace con la sua avvedutezza taumaturgica di galvanizzare qualsiasi bruta materia sublimandola con la sua cinematografia da pietra filosofale, in oro), li ha omaggiati, inserendo un pezzo di Lo chiamavano Trinità nel suo Django (e uscendo, peraltro, inevitabilmente sconfitto dal confronto) ma nemmeno questo è riuscito a consegnarli nell’Olimpo che meritano, già consegnati come sono alla paradgimaticità junghiana nell’immaginario collettivo.
Fortunatamente a compensare la miopia intellettualistica della nostra c.d. intellighenzia ci pensa sempre il popolo che, una volta ogni tanto, si sveglia e ragiona di testa sua (o meglio, col proprio cuore): senza seguire mode o flussi di mercato. Bud Spencer e Terence Hill (come parlare del primo senza parlare anche del secondo?) con la loro formula invariabile ci hanno regalato due nuovi stereotipi, capaci di riciclarsi in ogni genere (dal fagioli-western che hanno fondato, variante dello spaghetti, al poliziesco – Due superpiedi quasi piatti, 1977 – alla pura avventura quasi da documentari postcoloniali – Più forte ragazzi, 1972 – con standalone che li hanno visti finire nello spielberghiano – Uno sceriffo extraterrestre... poco extra e molto terrestre (1979) – nel supereroistico – Poliziotto superpiù (1980), con nientemeno che Ernest Borgnine –, nel road movieRenegade, 1987 – nel cinecomic – Lucky Luke (1999), la serie tv col melbrooksiano Ron Carey, non il dimenticato film con Jean Dujardin del 2009 –, negli sportmovieLo chiamavano Bulldozer (1978), con Gigi Reder e Bomber (1982), entrambi con Nando Paone – e persino nel cinema d’autore piratesco, vd. infra, oltre al filone storico – Un esercito di cinque uomini, 1969, e Il soldato di ventura, 1975), e lo hanno fatto senza mai perdere smalto. Il loro duo da commedia slapstick, grottesco e a tratti parodico, con sceneggiature talvolta naïf e con largo spazio lasciato all’improvvisazione, non ha nulla da invidiare ad altri celebri, da Stanlio & Ollio a Totò & Peppino, poiché la verità del loro affiatamento e la passione sincera esondavano dal celluloide e illuminavano, di luce riflessa, performance e storie.
Tanti gli insospettabili con cui ha lavorato Bud Spencer. Da Eli Wallach (un altro che mezzo napoletano lo era, se Sergio Leone lo definì ‘un ebreo napoletano’, capace di rubare la scena a Clint Eastwood ne Il buono, il brutto e il cattivo) nel sessantottino I quattro dell’Ave Maria di Colizzi o l’altro leoniano Frank Wolff di Dio perdona... io no! del ‘67 (ma spaghetti-western e fagioli si sono sempre mescolati amabilmente: basti pensare a Il mio nome è nessuno, 1973, prodotto e da un’idea di Leone stesso, tant’è che di questo spurio prequel di Trinità, 1970 e 1971, ne girò un paio di scene. Non a caso ritroviamo l’Henry Fonda di C’era una volta il West, 1968, nei panni di Jack Beauregard, le musiche di Morricone, e altri soliti noti leoniani come Mario Brega e Benito Stefanelli), lo stesso James Coburn e Telly Savalas (Una ragione per vivere e una per morire, 1972) a Ermanno Olmi al quale, ricoverato, la degenza fu più lieve accompagnata dal calore dei film della premiata ditta Hill&Spencer di cui ancora le reti private e non rimpinzano i loro palinsesti, ragion per cui lo richiamò sul set, nelle vesti di un pirata poliglotta, nel suo Cantando dietro i paraventi (2003) dandoci prova che avrebbe saputo solcare anche i film d’autore se vi fosse stata l’avvedutezza di chiamarlo, come aveva fatto Fellini, che l’avrebbe voluto Trimalcione nel suo Satyricon (1969), ma che Carlo fu costretto a declinare perché Bud non sarebbe mai potuto comparire nudo (dimostrando, di nuovo, la gradita sudditanza al candore voltairiano del suo, quasi asessuato, personaggio). Da citare anche ... Altrimenti ci arrabbiamo (1974) per la presenza di Donald Pleasence, cattivo di 007, in quello che ad oggi resta il quattordicesimo film italiano più visto di sempre.
Se da una parte sogniamo un biopic che renda giustizia al duo più veritiero che il nostro cinema ricordi, d’altra parte non possiamo non temerne l’effetto fiction-RAI e allora limitiamoci a sognare questo come pure quell’altra pellicola rimasta nel cassetto, che appartiene di diritto ai più bei film che mai non vedremo (insieme a Il signore degli anelli dei Beatles o il Napoleone di Kubrick, il Dune di Jodorowsky, il Megalopolis di Coppola, Il viaggio di G. Mastorna di Fellini, il Porno-Teo-Kolossal di Pasolini e De Filippo, Leningrado di Sergio Leone, il film di Scola con Troisi e Volonté) ovvero: quel Don Quijote (mi perdonino Welles e Gilliam) con Terence Hill come Don Chisciotte e Bud Spencer come Sancho Panza.
Il dinamico duo formato dai nostri inossidabili costituisce anche un virtuoso esempio di resilienza verso il mercato in quanto, in una carriera che ha coperto e unito trasversalmente generazioni di fan, non si sono mai lasciati cambiare da mode o abbindolare da variazioni di gusto, rimanendo sempre genuinamente fedeli a loro stessi e rispettosi dei loro alter ego (e quindi di noi che li abbiamo amati). A un certo punto tale è stato il loro impatto sull’immaginario che le loro maschere hanno finito per trascendere e i personaggi sono assurti all’universalità inemulabile delle icone in grado di trascendere i corrispettivi originari. E le icone non possono cambiare, nemmeno per volontà dei loro autori. Carlo Pedersoli non ha mai rivaleggiato con Bud Spencer, non è mai entrato in conflitto con i limiti che lo hanno reso un attore da un unico personaggio (come, per esempio, è capitato a Conan Doyle che non è riuscito più a scrollarsi di dosso la sua iconica creatura, finendo per doverle soccombere). Ciò in parte è dovuto al fatto che non gli era materialmente possibile: perché era investito dalla responsabilità che gli derivava e che sentiva; perché tanto doveva a quel personaggio; perché tanto vi aveva anche trasfuso di sé. Quanto infatti del personaggio Bud Spencer era stato ispirato e ricalcato da e su Carlo Pedersoli stesso? La mostra ci aiuta a comprenderlo fornendo alcuni indizi. Bulldozer, Bambino, Bomber, il Comandante di Chi trova un amico trova un tesoro (1981), il terzomondismo di Banana Joe (1982), il postcolonialismo e il protoambientalismo di Io sto con gli ippopotami (1979), il Piedone (1973/75/78/80) – con il notevolissimo Caputo di Enzo Cannavale a fare le veci del Panunzio di turno – globalizzato ma mai revanscista o giustizialista hanno più di un tratto in comune: grossi, pigri, svogliati, strafottenti, falsamente cinici, apparentemente irascibili, outsider non borghesi, edonistici ma buoni, indolenti, semplici ma puri. In essi Carlo Pedersoli aveva messo molto di sé e Carlo Pedersoli aveva molto di sé a cui attingere, perché la sua vita era stata sbandata come il secolo in cui è nato.
Figlio di buona borghesia travolta dalla guerra, emigrante, i primi fasti li conosce di ritorno in Italia brillando nella carriera sportiva. Poi − altri rovesci della sorte − le prova tutte, emigra di nuovo, si rimette in discussione facendo il manovale in Sudamerica per ripianare i suoi debiti riuscendoci. Dà prova di poter far tutto Carlo Pedersoli e infatti ha provato a fare tante cose, come un avventuriero prattiano, finendo per caso per fare l’attore. Riuscendoci. La sua più grande creazione, Bud Spencer, è probabilmente figlia di tutte queste esperienze: in essa, infatti, ha trasfuso quella strafottenza tipica d’un certo modo di essere napoletano: non a caso, è il mantra della sua ultima fatica canora, una declinazione dell’amarissimo Fuitevenne eduardiano, Futtetenne, che ci fa figurare cosa pensasse Carlo Pedersoli di coloro che storcevano il naso al veder comparire Bud Spencer sul piccolo schermo e mietere successi alla grande. Un futtetenne che nulla ha da spartire col menefreghismo fascista prima, e da consumatore individualista poi, ma che è più un invito a non prendere mai sul serio né se stessi né gli altri (e tantomeno le botte di cui ha infarcito la sua cinematografia senza mai gonfiare un occhio, rompere un osso, torcere un capello o storpiare nessuno. Botte cui quelli de I quattrocento calci hanno dedicato persino un agevole glossario, tipizzandone ogni mossa) e che tanto deve a quel chi ha avut’ avut’ chi ha rat’ a rat’, ereditando il tradizionale fatalismo e la mite rassegnazione con cui quei popoli meridionali di mezzo mondo accolgono l’alternarsi di padroni, false rivoluzioni e illusori cambi di Potere. Popoli meridionali che Carlo Pedersoli − che col suo Piedone di mondi ne ha visti, calcati e sorvolati (noto il suo brevetto di aviatore) − ben conosceva, incontrava e frequentava, e di cui Bud Spencer incarna il sentito e partecipato atto di devozione. Nulla di strano, quindi, se quegli stessi popoli al suo appello abbiano risposto con lo stesso entusiasmo e lo ricordino tanto volentieri. Non fosse che anche i settentrionali tanto lo hanno amato e lo amano ancora, primi fra tutti, più insospettabili che mai, i tedeschi che, stando ai cliché, meno degli altri dovrebbero simpatizzare per quell’arruffato, spiccio, manesco e talora impassibile perditempo di Bud Spencer (si sa che in Germania esiste persino un neologismo per dire ‘picchiare alla Bud Spencer’: budspenceren).
Non è ricca di materiale inedito questa mostra e chi ci andrà con il desiderio di vedere magari filmati, interviste mai trasmesse o chicche non autoreferenziali, rimarrà a bocca asciutta. Eppure ci andrà lo stesso e ne uscirà un cuorcontento perché sarà com’essere andato a trovare non un vecchio amico o un lontano zio ma ritrovare un nonno, uno che ti ha tirato su (verrebbe da dire a suon di ceffoni), magari viziandoti anche un poco, parco di manifestazioni d’affetto esplicite ma sul quale hai potuto sempre contare. Perché i film di Bud Spencer continuano, e continueranno, facendo appello a idealizzanti sentimenti che non possiamo più permetterci di nutrire e rimandandoci a un mondo dell’infanzia dove sesso e violenza e morte e fame sono ridicolizzati ed esorcizzati, questo a rappresentare: un rifugio safe, qualcosa di antico e originario al riparo del quale poter sempre fare ritorno, anche per poco, per ristorarsi dalle bizze della vita e della realtà. In quell’estero in cui Bud Spencer è patrimonio universale (in Sudamerica, a causa del suo Banana Joe, probabilmente, è da alcuni ritenuto brasiliano se non addirittura messicano) rivedere un suo film o rievocarlo fra expat è come risentire per un momento odore di casa, tornare col pensiero all’Itaca perduta: qualcosa di perso o di lontano eppure ancora vivo in un ricordo indelebile. Fa subito “comunità”. Questo ha rappresentato e rappresenta Bud: per tanti e non solo per quei napoletani di cui rivendicava, in ogni occasione e in ogni terra e senza mai vergognarsene, l’appartenenza (era solito dire di aver portato la napoletanità in tutto il mondo, e ambasciatore più onorevole non avremmo potuto averlo). In qualche modo (nel suo modo) ci ha riscattati senza farci mai sfigurare, senza darci lezioni, umile anche nel ricordarci i nostri difetti e, per questo, pare non bastarci mai. Per questo non ci basta il murale di Piazzetta Montesanto (già ricoperto) o quello ai Quartieri Spagnoli, come non ci basta ascoltare i Bud Spencer Blues Explosion, giocare a Slaps and beans, leggere le strisce de L’ispettore Buddha per opera dei Paguri (altro che fact di Chuk Norris), rivedere i suoi film o ri-ascoltarne le colonne sonore. Quel che ci meritiamo è di camminare in Via Bud Spencer o attraversare Largo Bud Spencer o portare un figlio sulle giostre a Piazza Bud Spencer. A Napoli. Magari mentre vi stanno girando L’amica geniale IV, I bastardi di Pizzofalcone IX o Gomorra XXVI, giusto per tenere a mente ciò che Bud Spencer ci faceva sempre presente: quanto di buono c’è in ciascuno di noi. Specialmente in noi napoletani: per quanto ci vogliano accomodantemente appiattiti, stucchevolmente stereotipati, ridotti a sminuenti esemplificazioni da svendere al miglior offerente, parodie folkloristiche o macchiette neorealistiche, facili da comprendere, consumare e dimenticare, alla stregua d’un fast street food, d’un airb&b da turismo di massa o una crociera all inclusive, un reader’s digest o bidimensionali e superficiali personaggi di serial di genere, dove tutto è chiaro e manicheo.





Bud Spencer. Mostra multimediale
Palazzo Reale − Sala Dorica
Napoli, dal 13 settembre all’8 dicembre 2019

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