“Napoli dimenticata entro un oceano di curve diafane, di verdi e molli fianchi, sullo sfondo pennicoli audaci, come sipari sempre tremanti, dietro cui va e viene una moltitudine di anime sottratta al tempo che spense la Grecia, gli Dei, Roma: anime che sanno ancora di tutto questo, e in più di corti spagnole”

Anna Maria Ortese

Martedì, 12 Giugno 2018 00:00

Una favola hippie

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La televisione – e non solo quella generalista, ormai – offre sempre più di rado possibilità di visione di cinema di qualità; anche i palinsesti delle pay-tv sono sempre più invasi da tritume commerciale e da filmografie di livello sostanzialmente mediocre. Pur senza entrare nel merito di dinamiche produttive e distributive e nelle ragioni specifiche sottese, mi pare un chiaro dato di fatto che oggi maggiore appeal distributivo sul piccolo schermo ce l’abbiano soprattutto le serie tv, prodotte con dovizia di mezzi e molte volte anche di pregevole fattura, pure perché affidate a registi, attori e sceneggiatori anche di alto profilo.

Pertanto abbastanza raro è – soprattutto in confronto ai primi tempi delle televisioni a pagamento e al successivo spostamento sulle piattaforme digitali – che sui nostri televisori luminescenti ci si possa imbattere in prodotti cinematografici che titillino l’uzzolo del cinefilo. Eppure ogni tanto l’eccezione accade... forse più spesso di quanto noi si riesca ad aver contezza, visto che l’elettrodomestico antennato (parabolato) ottiene con sempre minore frequenza l’attenzione delle nostre (le mie) fosche pupille. Ma tant’è: è accaduto. E così, senza preventivarlo, con la serendipica casualità di uno zapping estemporaneo che dai campi in terra rossa e dai notiziari sportivi divaga verso i canali tematici, m’imbatto in un film che scopro essere stato premiato a Cannes 2016 come migliore regia nella sezione Un Certain Regarde e m’incuriosisco a seguirlo. Il film è Captain Fantastic, di Matt Ross, la cui attività principale in campo cinematografico e televisivo è quella di attore ma che qui, cimentandosi dietro la macchina da presa – ed è appena al suo secondo lungometraggio – dimostra con tocco leggero e pulito di saper costruire una narrazione per immagini che sappia miscelare senso e estetica, realizzando un film a struttura lineare nel quale si dipana una profondità di senso che compendia l’universale e il particolare e che spazia dai massimi sistemi alle urgenze pratiche e immediate del vivere sociale. In particolar modo è il tema dei metodi educativi e dei sistemi di trasmissione del sapere, dell’istruzione e di un ben strutturato universo valoriale a rappresentare il fulcro concettuale attorno a cui ruota il film.
Un padre e i suoi sei figli vivono in una foresta ai margini della civiltà nel Nord Ovest degli Stati Uniti; conducono un’esistenza secundum naturam, vivono di caccia, pesca, piccolo artigianato; il padre provvede all’educazione e all’istruzione dei figli – oltreché al loro addestramento, vòlto a renderli capaci di cavarsela nelle più disparate situazioni in cui possa essere in ballo la loro stessa sopravvivenza – ispirandosi a teorie marxiste (o maoiste, come rivendica fieramente il primogenito Bodevan), messe in pratica attraverso un radicale rifiuto della civiltà dei consumi e dei modelli culturali egemonicamente imposti dalla società capitalista. La madre dei ragazzi, affetta da un grave disturbo bipolare, langue tra vani tentativi di cura in un ospedale specialistico, dal quale uscirà cadavere dopo essersi recisa le vene ai polsi. E sarà proprio questo evento tragico a far da innesco al plot drammaturgico del film, mettendo il nucleo familiare a confronto con la vita reale al di fuori della foresta, costringendo ciascuno di loro a raffrontarsi con se stesso e col mondo esterno, constatando talvolta l’inadeguatezza e l’impreparazione dinanzi ai casi concreti del vivere sociale cosiddetto “normale”, mostrando talaltra la purezza d’animo e l’efficacia della loro erudizione autodidatta ben più strutturata e corposa rispetto agli omologhi abitatori dell’ecumene che credesi civilizzata.
Il viaggio della stramba famiglia – a bordo di un autobus riattato a casa viaggiante – per raggiungere la casa dei nonni materni che hanno arbitrariamente organizzato il funerale della propria figlia secondo le tradizioni borghesi che la figlia stessa aveva ricusato (essendo buddista e avendo nelle proprie disposizioni testamentarie espresso la volontà di essere cremata e che le sue ceneri venissero poi disperse in un bagno pubblico), diventerà l’occasione per far emergere le criticità avvertite da ciascuno dei figli; una famiglia fuori dai canoni convenzionali, che compie un vero e proprio esproprio proletario rubando in un supermercato, che non festeggia il Natale, ritenendo Cristo nient’altro che un “elfo magico” e celebra invece l’anniversario di Noam Chomsky, che rigetta tutti i simboli dell’opulenza della società dei consumi: una siffatta cellula sociale, sebbene calata in una narrazione realistica, sembrerebbe avere di per sé poca aderenza col reale, e in effetti non ne ha, ma è proprio per questo che Captain Fantastic va visto più, che come un film dall’intento realistico, come una vera e propria favola hippie, che vuole mostrare (e dimostrare) una propria tesi – educativa, pedagogica, ma anche di modello sociale alternativo – attraverso una narrazione accattivante, che sa pizzicare con tocco dolce le corde sottili di un’umanità pura, in cui l’affetto filiale verso la madre defunta cementa ulteriormente un legame fra padre e figli, sia pur dopo averlo visto messo parzialmente in crisi dalle conflittualità ingenerate dalla messa in discussione dei metodi educativi e della complessiva visione del mondo instillata dal genitore nella propria prole.
L’apparente schematismo e la semplicità con cui il congegno drammaturgico si sviluppa potrebbe far pensare a una polarizzazione ideologica militante; ma, se si compie lo sforzo (invero lieve) di filtrare Captain Fantastic per quello che è – e cioè una visione simbolica e favolistica – gli si può tranquillamente perdonare certe apparenti ingenuità e semplificazioni, peraltro stemperate da un filo d’ironia affiorante, al pari di un’etica sentimentale che tende a far presa sullo spettatore.
Ci si affeziona progressivamente ai membri di questa combriccola anticonformista, a partire dal capofamiglia Ben (un ottimo Viggo Mortensen, che sembra l’evoluzione in chiave anarco-socialista del padre di A History of Violence) e restano impresse scene come quella in cui i cognati di Ben provano a stigmatizzare le condizioni di vita e di istruzione impartiti nella foresta, mentre i loro figli, viziati e poco costumati vengono poi umiliati sul piano del sapere dalla più piccola delle figlie dello stesso Ben, che snocciola loro non solo a memoria ma anche con cognizione di causa, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, così come delicata e poetica è la scena in cui della madre defunta – dopo averne trafugato il feretro – si celebra il rito crematorio in simbiosi con la natura, su una pira allestita ai margini di un fiume, attorno alla quale padre e figli intonano Sweet Child o’ Mine in versione acustica.
C’è, in questa storia che si colora come una favola – una fotografia nitida e varia che compendia luoghi e interpreti la anima dei toni vivaci di un mondo fantastico – la simpatia ragionata verso un ideale di vita alternativo, anche se nel finale esso viene parzialmente dimidiato e ricalibrato verso una compromissoria seppur parziale adesione alla civiltà. E c’è, nell’ammicco un po’ furbesco con cui è congegnata la storia, una strizzatina d’occhi al compiacimento hipster.
Ma resta, nel profondo e sapiente lavorio sotteso a questo affresco favolistico una sottile venatura di critica non riducibile verso la società: sembra volerci dire Matt Ross che forse non sarà possibile scardinare il sistema acquisito e consolidato nel quale siamo inseriti, ma che in fondo un altro sistema non solo è possibile a livello ideale, ma che quand’anche non si realizzasse, può rappresentare un serbatoio valoriale dal quale attingere.  

 

 

 

Retrovisioni
Captain Fantastic
regia, soggetto, sceneggiatura Matt Ross
con Viggo Mortensen, George MacKay, Samantha Isler, Annalise Basso, Nicholas Hamilton, Shree Crooks, Charlie Shotwell, Trin Miller, Steve Zahn, Kathryn Hahn, Frank Langella, Ann Dowd, Missi Pyle, Erin Moriarty
fotografia Stéphane Fontaine
montaggio Joseph Krings
musiche Alex Somers
produzione Electric City Entertainment, ShivHans Pictures
distribuzione Good Films
paese Stati Uniti d’America
lingua originale inglese
colore a colori
anno 2016
durata 118 min.

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