“Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c'è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato”

Haruki Murakami

Sabato, 16 Dicembre 2017 00:00

Il tesoro anarchico dei rom

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Il tempo dei gitani è un film sull’itineranza di una famiglia rom. La storia di questa famiglia inizia in un villaggio della Jugoslavia ancora unita, di cui tutti erano membri. Così pareva. Ma anche lì, gli “zingari” ne hanno poi fatto realmente parte? A guardare il film, si ha l’impressione di una nomade autosufficienza della comunità rom, di un suo vivere ai margini, e non soltanto per scelta “ideologica” o lirica.

E Kusturica sembra sfatare un altro presunto mito: quello dell’individualismo anarchico dei rom. Non è vero che i rom non sentano i legami familiari: il protagonista Pehran accetta d’intraprendere attività criminose soltanto perché convinto, a torto, che ciò consentirebbe una delicata e costosa operazione alla sorellina zoppa. Lo spietato capo dell’organizzazione delinquenziale dedita al traffico di esseri umani che trascina in Italia Pehran e la sorellina con l’inganno mostra l’unica, comunque insufficiente, traccia di umanità nei confronti del figlioletto malato; la nonna stravede, e vive, per i due nipoti. Oso anzi dire che tutto l’intreccio della storia ruota attorno al sentimento familiare, filiale o fraterno: ogni azione è guidata dalla convinzione di raggiungere la felicità, o di produrre il bene delle persone amate, oppure di vendicarne i torti subiti. Da questa prospettiva, si potrebbe parlare finanche di un bene assoluto, esclusivo, così forte da divenire individualista ed accecante, in quanto viene meno all’etica convenzionale, ovvero a quella equilibrata etica occidentale che si contempera nella Legge e nell’autolimitazione delle proprie azioni per non ledere il bene altrui o quello comune.
Non direi che si tratti di una forma familiare diversa, quanto piuttosto di una struttura comunitaria differente. I rom non si riconoscono nelle forme definite, restringenti e civiche dello stato moderno, e ne stanno quindi ai margini. Al contempo, sono stati progressivamente respinti verso margini sempre più esterni, proprio per la loro irriducibilità a modelli fissi e circoscritti, ad uno spazio ed a regole rigide ed invalicabili. Per non nuocere all’ordine costituito, per non disturbare il rassicurante equilibrio borghese. L’esempio estremo di questo ostracismo distruttivista è costituito dal nazifascismo: i rom erano considerati un vulnus, un punto nero in quella costruzione perfetta, prevedibile, razionale, controllabile, della società e dell’organizzazione politica; perciò furono deportati assieme agli ebrei, ai partigiani ed oppositori politici, agli omosessuali.
Pare sociologicamente veritiero, perché prescritto e imposto dalla finanza padrona, che non ci sia tanto spazio oggi per una comunità come quella rom che potrebbe malignamente essere definita improduttiva. È pur vero, però, che l’abitudine, la necessità e la propensione agli spostamenti, che Kusturica magistralmente descrive, possono dar luogo ad una maggiore e più “produttiva” adattabilità ad un mondo in costante movimento (da sé, oltre che di e in sé). Mi sembra esemplificativo di ciò che sostengo la rappresentazione di una Milano inaspettatamente stonata, lunatica, sinistra, quasi magica, derivante dal vissuto dei rom. Le città si riempiono dei contenuti personali, etici ed estetici di coloro che le vivono. Da questo punto di vista, in luogo dell’apatia, dell’isolazionismo, del bulimico consumismo, dell’”indifferentismo” ed egoismo moderni bene ci farebbe osservare e, perché no, fare un po’ nostri, gli aspetti legati alla creatività, all’improvvisazione, al costitutivo comunitarismo, alla leggerezza ed alla libertà dei rom. I rom sono figli di una terra senza confini e quindi riescono a portare anche nella realtà più costretta e grigia l’immaginazione suprema, quella dei bambini, che, appunto, confini non ha.

 

 



Retrovisioni
Il tempo dei gitani
regia, soggetto, sceneggiatura Emir Kusturica
con Bora Todorović, Davor Dujmović, Husnija Hasimović, Ljubica Adžović, Sinolićka Trpkova, Zabit Memedov, Elvira Sali, Suada Karisik, Sedrije Halim
fotografia Vilko Filač
montaggio Andrija Zafranović

musiche Goran Bregović
produzione Forum Sarajevo
distribuzione Columbia Tristar
paese Jugoslavia
lingua originale romaní, serbo-croato, italiano
colore a colori
anno 1989
durata 142 min.

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