“Vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare. Non vogliamo essere subito già così sicuri. Non vogliamo essere subito già così senza sogni”

Pier Paolo Pasolini, citato da Alessandro Leogrande

Giovedì, 14 Dicembre 2017 00:00

Il cinema come esperienza audiotattile

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Alle teorie filmiche che hanno storicamente privilegiato un approccio di tipo oculocentrico, Antonio Iannotta, docente presso la University of San Diego e alla San Diego State University, considerando, invece, il cinema come esperienza audiotattile, risponde con il suo ultimo saggio: Il cinema audiotattile. Suono e immagine nell’esperienza filmica (Mimesis, 2017). “I suoni sono macchie: anche se non li percepiamo immediatamente, ci toccano, ci sporcano, attecchiscono su di noi e lasciano una traccia che continua ad agire nel nostro inconscio di spettatori audiovisivi [...]. È a partire dalla relazione tra la macchina cinematografica e lo spettatore, sempre più centrata sui sensi, che il cinema sviluppa una formidabile qualità audiotattile”.

Che l'esperienza cinematografica non sia esclusivamente un'esperienza legata alla vista è indagato, seppure secondo altre modalità, anche dal saggio di Vittorio Gallese e Michele Guerra, Lo schermo empatico. Cinema e neuroscienze (Raffaello Cortina Editore, 2015), ove gli autori analizzano la relazione che lega lo spettatore alle immagini cinematografiche, il tipo di rapporto intersoggettivo che si instaura tra gli spettatori e i mondi possibili della finzione prodotti dal cinema mettendo in luce come chi è seduto in poltrona al cinema, quando assiste ad un film, sia capace di simularsi in azione all'interno di quello spazio bidimensionale che è lo schermo. A partire dalla teoria della simulazione incarnata, legata alla scoperta dei neuroni specchio, i due studiosi intendono comprendere in che modo il cinema favorisce tale tipo di immedesimazione.
Da parte sua Iannotta, riprendendo la convinzione di Maurice Merleau-Ponty (Fenomenologia della percezione, Il Saggiatore, 1965) che vuole la percezione come un'esperienza sempre di tipo sinestetico, sviluppa la sua riflessione a partire dal fatto che l'individuo conosce percettivamente il mondo attraverso l’interezza del corpo. “I sensi lavorano dunque a partire dalla loro interazione: la percezione delle immagini audiovisive s’incarna nel corpo dello spettatore basandosi su questa relazione ineludibile. In questo senso, il tatto, al pari di vista e udito, dischiude l’accesso all’esperienza corporea e configura quell’insieme organico connesso al mondo che è il corpo. La percezione così intesa non è mai una risposta passiva, né una mera registrazione del mondo. Agisce invece come sua creativa costituzione”. Da qui la necessità di considerare il cinema come esperienza aptica, tattile, audiotattile.
Le basse frequenze che vengono diffuse in sala dalle tecnologie avanzate contemporanee, permettono allo spettatore di “percepire i suoni attraverso il corpo e le sue terminazioni nervose, vibrando fisicamente all’unisono con quello che si propone di definire cinema audiotattile”. Si crea così un'esperienza di continua reversibilità tra interno e esterno che non può essere limitata alla sfera dell'udito. Le sofisticate tecnologie del cinema contemporaneo immergono lo spettatore in un ambiente capace di incrementare un'esperienza audiotattile che riconfigura radicalmente il rapporto spettatore-film. “Dobbiamo dotarci di nuovi sensi, in particolare di nuove orecchie, per imparare ad ascoltare il cinema audiotattile della nostra contemporaneità, e per farlo dobbiamo metterci in ascolto, diventare, farci noi stessi ascolto [e] una volta diventati ascolto, siamo in realtà sotto ascolto, controllati dalla macchina cinematografica”, proprio come accade a Harry Caul di The Conversation (La conversazione, Francis Ford Coppola, 1974).
Iannotta si propone di indagare la reciproca relazione tra sonoro e visivo nell’esperienza cinematografica, rintracciando quei momenti topici nella storia del cinema capaci di evidenziare tale relazione ricorrendo ad un approccio metodologico in grado di far interagire le teorie della comunicazione audiovisiva con teorie e filosofie dei media.
Nel primo capitolo, La frattura sonora, l'autore si sofferma sul passaggio tecnologico “dal cinema cosiddetto muto, o meglio sordo, al cinema parlato e compiutamente sonoro”. Viene qui ricostruita la messa a punto del linguaggio cinematografico attraverso il montaggio da parte di registi come Georges Méliès e David W. Griffith e vengono analizzate diverse teorie con particolare attenzione a quanto elaborato da Dziga Vertov.
Il secondo capitolo, Il sonoro nel cinema moderno, si focalizza sul cinema dei decenni compresi tra gli anni Trenta e Settanta, quando viene finalizzata la tecnologia del Dolby. Vengono, dunque, passati in rassegna l’innesto del medium radiofonico sul cinema muto, l'affinarsi della teoria del montaggio audio-visivo e le caratteristiche del cinema contemporaneo caratterizzato “dall’high fidelity e dal concetto di verità del cinema”.
Nel capitolo conclusivo, Il cinema audiotattile, l'autore si sofferma sui cambiamenti tecnologici a partire dalla “seconda frattura del sonoro” avvenuta negli anni Settanta grazie alle tecnologie di fonofissazione per poi arrivare all’era digitale. “Si mettono in questione alcuni nodi capitali del cinema strettamente contemporaneo, in particolare il realismo in connessione con l’ontologia nell’epoca della produzione digitale, e il cinema della sorveglianza e del controllo nell’esperienza del cinema audiotattile”.

 

 





Antonio Iannotta
Il cinema audiotattile. Suono e immagine nell’esperienza filmica

Mimesis edizioni, Milano-Udine, 2017
pp. 214

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